110 anni fa tra Italia e Svizzera tornava il sereno

Esattamente 110 anni fa, il 30 luglio 1902, Italia e Svizzera ristabilivano i rapporti diplomatici interrotti alcuni mesi prima. L’episodio, noto come «affare Silvestrelli» viene ricordato per essere stato l’unico grave incidente diplomatico della lunga storia dei rapporti italo-svizzeri.
Le relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Svizzera non sono state sempre serene e costruttive, ma non si giunge mai alla rottura, ad eccezione del caso che ha coinvolto in prima persona il ministro d’Italia in Svizzera comm. Silvestrelli nel 1902.

 L’episodio viene ricordato perché resta ancora oggi in gran parte inspiegabile per la sproporzione tra la motivazione e l’eccezionalità della misura presa. Ebbe origine, sintetizzando, essenzialmente da un puntiglio del rappresentante italiano, il quale in una nota del 5 febbraio 1902 pretendeva l’intervento del Consiglio federale per punire i responsabili di un foglio anarchico, il Risveglio, che aveva inneggiato all’assassinio del Re d’Italia Umberto I (29.7.1900).

L’«incidente» diplomatico
Il Consiglio federale, rispondendo alla nota del rappresentante italiano, fece presente che in base alla legislazione svizzera l’azione legale per questo tipo di reati era condizionata a una richiesta esplicita da parte del governo italiano. Silvestrelli insistette nella sua personale richiesta con tono così arrogante e offensivo da indurre il Consiglio federale a chiederne il richiamo a Roma come «persona non grata».
Di fronte al rifiuto del governo italiano di riconoscere la normativa svizzera e di richiamare a Roma il proprio rappresentante, il 4 aprile il Consiglio federale decise di interrompere le relazioni diplomatiche con Silvestrelli e di conseguenza con l’Italia. Per ritorsione, l’Italia fece altrettanto nei confronti della Svizzera. Il caso si sarebbe potuto chiudere facilmente col semplice richiamo dei rispettivi ambasciatori, invece si preferì mantenere le proprie posizioni.
Ad aggravare la situazione intervenne una campagna mediatica senza precedenti che si protrasse per mesi, creando non poche difficoltà a quanti ritenevano che si dovesse chiudere subito il caso, vista l’inconsistenza del motivo della controversia, di natura legata più al temperamento altezzoso del rappresentante italiano che a divergenze sostanziali tra l’Italia e la Svizzera. In effetti, tutti gli altri rapporti soprattutto commerciali tra i due Paesi proseguivano nel solco della buona tradizione, come se nulla fosse accaduto.

Le reazioni della stampa
La stampa e l’opinione pubblica svizzere, «senza distinzione di partiti e senza riserve», erano unanimi nel sostenere che il Consiglio federale aveva agito «in conformità alle norme stabilite dalla legislazione svizzera», soprattutto di fronte alle critiche inaccettabili del rappresentante italiano nei confronti del Consiglio federale e della legislazione svizzera. Per prudenza, tuttavia, alcuni giornali confederati raccomandavano alla popolazione la massima prudenza «di fronte agli stranieri residenti nel nostro paese: il minimo incidente verrebbe sfruttato, senza misericordia, in nostro danno. Fermezza e prudenza, – ecco la parola d’ordine per l’Autorità e per i cittadini».
Non mancarono tuttavia le voci critiche nei confronti dell’intransigenza del Consiglio federale, in particolare sul tono dello scambio di note con l’Italia, tanto più che «gli articoli del Risveglio, nei quali veniva fatta l’apologia del regicidio di Monza erano ben tali da provocare un’azione del Governo italiano onde far punire quel giornale». Si osservò anche che la legislazione svizzera era «insufficiente a reprimere i complotti anarchici».
La stampa e l’opinione pubblica italiane erano a loro volta generalmente concordi con le decisioni del governo italiano. Specialmente La Tribuna addossava al governo svizzero la responsabilità dell’accaduto e «non sarebbe stato dignitoso cedere alla domanda del governo federale e richiamare Silvestrelli». Un altro giornale, La Patria, organo della massoneria italiana, incoraggiava il governo «a far vedere col suo contegno che l’Italia non è disposta a subire nessuna umiliazione». Il Giornale d’Italia, di orientamento liberale, assunse un tono più moderato mettendo in rilievo soprattutto l’anomalia dell’accaduto, in quanto «l’amicizia schietta e sincera fra l’Italia e la Svizzera era tradizionale, tanto che da lunghissimo tempo i due Governi come i due popoli confinanti erano uniti da vincoli di stima, di simpatia e di reciproca fiducia». Non mancavano tuttavia le voci di dissenso e addossavano la responsabilità dell’accaduto all’inadeguatezza della direzione della politica estera italiana.
Gran parte della stampa internazionale si limitava ad osservare che il comportamento della Svizzera era stato corretto e che la composizione del dissidio non sarebbe stata difficile.

La mediazione della Germania
Intanto, una situazione che avrebbe puto risolversi «con un po’ di comprendonio e di duttilità in quattro e quattr’otto», si andava allargando «più che la leggendaria macchia d’olio» e rischiava di far danno soprattutto ai «poveri emigranti» e alle buone relazioni tra due «Stati confinanti, gran parte de’ cui abitanti emigrano dall’uno all’altro e quasi fraternizzano». E poiché nessuna delle due parti coinvolte intendeva fare il primo passo, fu la Germania, che aveva interessi comuni sia con l’Italia che con la Svizzera, a prendere l’iniziativa. Così, grazie ai suoi buoni uffici, il 30 luglio di centodieci anni fa il dissidio fu definitivamente composto. Un mese più tardi seguì lo scambio degli ambasciatori e quello che fu l’incidente diplomatico più incomprensibile delle relazioni italo-svizzere fu presto dimenticato. Nelle relazioni italo-svizzere era tornato finalmente il sereno.

Giovanni Longu
30.07.2012

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