Dai Comitati antiborbonici alle delusioni dopo l’Unità: Chiesa e Calabria.

Lo spunto di questo studio è stato voluto e determinato dalla voglia di scoprire ed appurare quello che accadde nelle nostre contrade nel periodo in questione, se non altro fare luce su un periodo storico quello pre unitario e poi unitario fatto di molte contraddizioni e coni d’ombra che vanno sviluppati. Dopo aver trattato ampiamente negli ultimi anni gli aspetti politici ed economici che hanno incamerato l’età dei Borbone in ispecie nella nostra Calabria questa volta voglio tentare un’ approccio diverso discutendo di Chiesa e Calabria nel medesimo periodo.

 Si è voluto raccontare come da copione che la Chiesa fosse alquanto diffidente ed addirittura attuava metodi di sabotaggio contro la Nuova” Itaglia”,questo dopo il passaggio di Garibaldi e dei suoi mille, ma non dimentichiamoci che le voci che giungevano dal Piemonte non erano pacifiche per la Chiesa. Durante il 1850 dall’autorevole voce di Luigi Renzi in un’operetta che porta nome La chiesa in Calabria prima e dopo l’unità d’Italia apparsa sul Quaderno del Sud trovo annotato:” Siccardi abolisce il tribunale penale per i chierici, di acquistare beni stabili e l’anno dopo aboliti gli enti contemplativi. Tuttavia la questione non si ferma qui la legge Casati nel 1855 laicizza l’istruzione pubblica che fu sempre in mano alla chiesa”. Uno scenario davvero apocalittico si stava concretizzando lo sbandierato disegno Sabaudo Libera Chiesa in libero Stato. Le credenziali Piemontesi crearono un alone di diffidenza e di prudenza fino alla alte sfere ecclesiastiche, senza annunciare che ne prima e ne dopo vi furono uomini di chiesa che si batterono fermamente per le idee liberali scontrandosi con le idee fallite del passaggio di Garibabbo (Garibaldi).

Periodo questo, ricco di contraddizioni gli sconvolgimenti politici e le nuove idee entusiasmarono la maggior parte dei chierici, molti i sacerdoti che vedevano a conti fatti un miglioramento delle condizioni economiche e sociali di tutti. Moltissimi furono i sacerdoti antiborbonici e liberali citati anche dal Renzi a Reggio spiccò Paolo Pellicano e Filippo Caprì definito dalla Corte Criminale ed a pag 37 nell’opera del Borzomati ,Studi storico della Calabria Contemporanea Chiaravalle Centrale 1972 annota ai posteri :” soggetto niente affatto commendevole per sentimenti politici”.

Tuttavia spirito liberale e ribelle che dopo un processo nel 1849 fu confinato a Laureana, operante a Galatro allora diocesi di Mileto, l’abate Martino fu accanito antiborbonico. Sebbene la diocesi di Mileto fu molto attiva nella fronda antiborbonica Giuseppe Molè di Polla VV crea un Comitato venendo per molti crimini arrestato dalla polizia Borbonica e processato nel 1850. Appena liberato il prete torna in patria e si adopera a favore dell’Unità in una famosa operetta descritta da un suo consanguineo R.Molè in Polla città greca (ricerche storiche) Pizzo 1992,a pag. 83 troviamo nota :” convincendo molti giovani del paese ad unirsi a Garibaldi”.

Le idee liberali interessarono tutta la Calabria, le Calabrie infatti pullulano di situazioni del genere, a Cosenza Saverio Albo prese parte ai moti del 1844 ma in quell’occasione persero la vita i fratelli Bandiera. Come da copione Don Albo venne spedito in esilio e patteggiando a favore del nuovo stato gli fu offerto come premio la Cattedra di Filosofia a Modena restò a Cosenza. Nel noto testo di Esposito, I domenicani in Calabria edito a Bari 1997 a pag 289 si legge:” il priore Don Oriolo per le sue idee liberali diede molto da pensare alla polizia borbonica” effettivamente nel cuore del Convento Domenicano di Cosenza si svolgeva emblematica attività che gli costò l’esilio in Puglia.

Potrei a questo punto citare molti nomi tra cui degni di nota Domenico Attademo di Laino Borgo, Michele Bellizzi di Castrovillari, a Cassano Jonio Minervini e Scarpone reclusi nel 1852 questi tra i più spietati liberali ma che dopo le illusioni voltarono faccia alle idee liberali. Tuttavia la carrellata prosegue a Rocca Imperiale si distinse Angelo Tito che militò nelle Giovine Italia scoperto scontò 20 anni ai ferri, ma liberato dal ciclone rosso. Rimangono a testimonianza le gesta liberali di molti preti albanesi Scura di Vaccarizzo e Don Marcianò, lo storico Cassiani annota a proposito del Collegio di San Adriano :”cattedra di massima sovversione che brucia le menti e i cuori della gioventù albanese” citazione nell’opera Strigari genesi e sviluppo di una comunità calabro arbresch Cosenza 2004 pag 265, queste infatti le parole espresse dalla Polizia borbonica di Cosenza dalla bocca di Despagnolis.

 L’elenco potrebbe continuare a dismisura ma credo che sia opportuno a questo punto citare per Nicastro il domenicano Vincenzo Rado condannato anch’esso al carcere. Senza ombra di dubbio risulta di importanza magistrale il lavoro fatto da Monsignor Luigi Renzi Vescovo della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea il quale in un suo celebre scritto apparso sulla rivista letteraria Quaderno del Sud edizione targata QualeCultura affronta l’argomento in modo molto chiaro il quale cita con queste parole lo scorrere degli eventi:” La speranze di tutti sembrano realizzate quando, nel 1860, sul Regno di Napoli si abbattè il ciclone Garibaldi e dei suoi mitici mille.

Questi sull’onda dell’entusiasmo suscitato dovunque, tra maggio e giugno conquistarono alla causa il Regno borbonico. (….) Garibaldi dichiarò decaduta la dinastia borbonica ed annesse il Regno ai Savoia”. Con il referendum proforma il contributo dei sacerdoti non fu da poco, ma cita ancora Monsignor Renzi nella stessa rivista:” Garibaldi, partì da Quarto con 9 calabresi ed un sacerdote don Ferdinando Bianchi , sacerdote del cosentino conosciuto alla polizia per aver partecipato alla battaglia dell’ Angitola al seguito di Stocco”, condannato fu relegato a Nisida. Altra situazione che il Renzi definisce:” fuori dal coro” fu l’operato di Don Toscano a Gioia Tauro, che si schierò contro le idee antiborboniche e a ragion di causa estradato dalla piana.

Il 25 agosto 1860 prima dell’arrivo di Garibaldi nella piana Toscano si rifugiò a Mileto, dopo il passaggio del Dittatore delle Due Sicilie gli fu vietato di rientrare in città il 18 dicembre del’60. Risulta tuttavia di importanza basilare l’opera del Savoia Vita religiosa a Gjoia Tauro Delianuova 2005 pp. 48-49 trovo scritto tali affermazioni:” per le sue prediche contro l’invitto Garibaldi, pel sentimento contrario che è sempre manifesto pel governo liberale e per l’Unità italiana” parole del Sindaco di Gioia Tauro inviate al Vice Governatore di Reggio. Di estradizione diversa risultarono i Seminaristi di Mileto i quali “ al passaggio di Garibaldi si unirono alle file dei mille”.

Salendo le Calabrie ci catapultiamo nel Rossanese dove molti seminaristi erano decisi a mutare abito Gradilone autore rossanese nell’opera Storia di Rossano a pag 788 annota:” Fra Gabriele di Longobucco scrisse al Comitato rivoluzionario di Cosenza in questi termini Signori , D. Gabriele da Longobucco (…) ardente patriota per sentimento e per istituzioni del suo ordine (…) prega di voler arruolare tra le compagnie mobilitate a servire colla croce e colla spada”. Lo stesso Monsignor Renzi a proposito di Antonio Greco sacerdote di Catanzaro dice, a lui si deve il proclama che invita i Calabresi ad insorgere contro il Reame Borbonico:” In nome di Dio insorgiamo, in nome dell’Italia insorgiamo (…) da far vedere all’Europa che ha gli occhi fissi su di noi che siamo figli di questa magica terra che è l’Italia”.

A seguito di questa frase assieme a Stocco venne nominato “dall’Eroe dei due mondi”pro-dittatore della provincia in nome di Vittorio Emanuele II. Tutta la Calabria in virtù delle notizie sparse in ogni dove, salutò l’Unità con grande entusiasmo e profetica partecipazione. Sebbene all’atto concreto la delusione fu davvero cocente motivo risultò essere il disordine politico che non diede anelito e vigore al nuovo Stato, i primi a capacitarsi della cosa furono infatti i sacerdoti, ironia della sorte in primis quelli citati in calce aggiunge Monsignor Renzi nel suo scritto letterario apparso sul Quaderno del Sud:” proprio quelli che, magari mettendosi contro i propri vescovi, avevano più di tutti sposato la causa ed avevano visto in Garibaldi il grande liberatore”.

Tuttavia aggiunge ancora il Renzi :” Ben presto si capì che l’Italia ottenuta non poteva dirsi un nuovo Stato libero”, ma che l’estensione del regno dei Savoia aveva solo emanato le sue retrive leggi a tutta la neo “Itaglia”. L’ex Regno delle Due Sicilie era puramente considerato “occupato” parole che non necessitano commento e ribadite più volte nello scritto di Monsignor Renzi sue queste parole: “ Lo stesso Vittorio Emanuele, in barba a tutti, volle mantenere il numero di serie II di Re del Piemonte” piuttosto che farsi nomare I Re d’Italia.

 In un solo anno di regno italico i rapporti con la Chiesa si fecero tesi, l’imposizione del “ regio exequatur” ordinò ed impose alla Chiesa di passareparola allo Stato su ogni passo svolto cosa che a dir il vero causò molti disguidi e costrinse molti preti a mettersi da parte mentre molti altri condotti ai ferri. In soli due anni a cavallo del biennio ’66 e’67 con delle nuove leggi vennero aboliti fino all’osso le risorse della chiesa, le condizioni di vita dopo tale normativa si fecero ancora più precarie portando la Calabria ad essere non piùterra felix ma il volto della disperazione:” disoccupazione, usura, mortalità  diffusa, illegalità e delinquenza , analfabetismo e diffidenza “ queste ancora le parole dell’emerito Vescovo della Diocesi di Nicotera-Mileto-Tropea. Eminenti voci storiche di cui Monsignor Renzi si fa portavoce annotano in molti scritti che :” con i nuovi padroni, le cose peggiorarono per tutti, nemmeno i Vescovifurono risparmiati dal nuovo clima persecutorio” dopo il 1860 infatti tutti vennero accusati di essere filo-borbonici e anti-unitari.

Tutti indistintamente vennero tacciati di aver ostacolato il corso del Referendum, “tutti tranne il Vescovo di Crotone e di Gerace” solo perchè morirono nell’anno funesto 1860 così si nota scritto nelle opere di L.Alario I Vescovi di Gerace e Locri Chiaravalle Centrale 1984, pag 204, ed ancora Monsignor Bombini di Cassano Jonio lasciato in pace perchè vecchio e malato. Risultano di forte interesse  molte pubblicazioni che ci dipingono una funesta realtà nel mondo chiericale proprio dopo l’Unità testi ed archivi raccontano questo :” Mons. Mariano Ricciardi arcivescovo di Reggio fu esiliato e si rifuggiò a Sorrento “, bisogna  tuttavia ricordare le parole del conte Vibonese Vibo Capialbi nell’opera Memorie per servire alla storia della Santa Chiesa Miletese aggiornata nel 1980 pp. 52 e 54 dice che :” Filippo Mincione Mons. Di Mileto, per quanto alieno alla politica, venne processato e costretto ad allontanarsi per qualche tempo dalla diocesi”.

Stessa sorte risultò essere per L’Arcivescovo Pontillo di Cosenza, noto per il suo patriottismo fu accusato dalla stampa liberalmassonica che culminò in un processo nel’63, con l’accusa di “ provocazioni alla disobbedienza delle leggi dello Stato tramite scritti atti a misconoscere le costituzione del Regno”. Monsignor Raffaele De Franco, subisce in maniera grave le stesse vicende lo stesso venne sollecitato a vigilare perchè i sacerdoti non votassero per la fazione Borbonica. L’arcivescovo Pietro Cilento di Rossano il 14 ottobre 1860 fu accusato di sabotaggio al Referendum in realtà con una circolare chiedeva ai sacerdoti di agire con scrupolo. Gridalone autore della Storia di Rossano p 803 annota questo :” di quanto l’accusa di sabotaggio del Referendum fosse falsa si rileva dall’esito delle votazioni che in tutto il Rossanese furono 13.964 i si mentre i no solo 24”. Il Vescovo di Nicotera e Tropea Mons.

De Simone cadde in mano ai briganti, se questo fu il trattamento riservato ai Vescovi si possa immaginare quello riservato al clero. Anche su quest’ultima situazione si collocano scritti e archivi Borzomati in Studi storici a pag 805 scrive :”(..) nel febbraio del ’62 aveva dato vita ad un foglio l’Albo Bibliografico con intento strettamente religioso (…) il giornale venne più volte sequestrato ed i collaboratori fortemente osservati”, il foglio smise di essere prodotto per quieto vivere. Tuttavia la questione non finisce qui nel’63 l’Abate Martino di Galatro citato per le sue idee fortemente liberali sdegnato per i pesanti fardelli e tributi imposti dai Savoiardi, scrive due componimenti poetici sconosciuti ai più, dove si lamenta dei mali subiti dai poveri calabresi. Sebbene come si è potuto evincere non mancarono assolutamente le forme persecutorie non mancarono nemmeno le reazioni su ogni fronte.

A conti fatti ed alla luce di quanto detto la Chiesa continuò ad operare per il bene delle masse anche in talune circostanze deplorevoli di “estrema povertà in cui numerose parrocchie si trovarono dopo il 1866-67” asserisce ancora Luigi Renzi. Ancora intercorrono in aiuto ammirevoli studi che quantificano con dati alla mano l’operato di Vescovi illuminati atti a difendere le proprie diocesi citiamo così: il Card Portanova di Reggio, i Vescovi De Riso e Sergente di Catanzaro e Cosenza che si distinsero per merito durante tutto il secondo ottocento,risultarono infatti poco acculturati ma non per propria volontà ricordando che molti Seminari vennero chiusi per diversi anni, bisognerà attendere il Novecento per ripartire con più slancio. 

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura Comitati Due Sicilie
Centro Studi e Ricerche Comitati Due Sicilie.

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