Gioacchino Murat Re di Napoli :” Gioacchinu fici a leggi ed a leggi u cundannau”

“ CIANGIUMU L’AMATI FIGGHI
ORFANI SENZA REGNU,
DI TUTTI DISPREZZATI PI LU
NIMICU SDEGNU
Già L’URA MIA E’ SONATA;
NESCIUNU VIA DI CCA
ADDIO MUGHERI E FIGGHI
VAJU A L’ETERNITA’

Gioacchino governò il Napoletano dal 1808 al 1815, data in cui ritornarono sul trono di Napoli i legittimi eredi i Borbone a seguito della Restaurazione. Francese di Bastide, figlio di locandieri studiò a Cahors grazie alla protezione di un nobile che le pagò gli studi, poi passò a Tolosa in un seminario l’avrebbero voluto prete ma non era quello il suo destino sostiene Raffaella Di Capua nella sua stesura storica a pag 49 di I Briganti della Calabria edizione Mapograf Vibo Valentia :”in paese lo chiamavano già abate Murat” ma a cagion del suo carattere esuberante fu espulso senza completare gli studi. 

Seduto sull’uscio di casa un giorno narra la leggende che vide passare il Reggimento delle Ardenne e pensò di arruolarsi, ma anche qui a causa del suo bruttissimo carattere venne cacciato. Durante la Rivoluzione Francese conobbe Napoleone Bonaparte e ne divenne amico, al fine di farlo arruolare nella Campagna d’Italia nel 1796. Tuttavia fu nella famosa Campagna d’Egitto che si distinse “ occupando carica di Direttore Generale” citano molte fonti storiche. Si da inizio così alla sua rapida ascesa ed il 9 Novembre 1799 si rende protagonista di un importante colpo di Stato a favore dei Napoleonidi, siamo all’alba di un nuovo secolo Gioacchino sposa Carolina e si fa nominare governatore di Parigi “ ma tutto il merito della sua carriera e del suo trionfo lo diede alla Regina consorte”. Si distinse a Marengo, sconfisse i Napoletani concludendo armistizio con Ferdinando IV, e proprio nel 1808 diviene Re del trono di Napoli occupando il posto del cognato Giuseppe. A conti fatti si mise sulla stessa linea di governo del cognato avviò importanti lavori pubblici, promosse la fiscalità, ampliò l’esercito. Nel 1812 Murat, fedele al cognato parte per la Campagna di Russia e propone una marcia trionfale su Mosca, fin  quando Napoleone non intima ritirata. Sono anni difficili per Napoleone la stella di Napoleone stava tramontando inesorabilmente, Gioacchino si catapulta a Napoli avendo capito tutto tratta con gli Austriaci facendogli mantenere il trono. Tuttavia accadono altre situazioni che fanno tornare in
auge Napoleone, Murat tenta una flebile unità ma nessuno lo ascoltò sconfitto abbandonò Napoli e si rifuggiò prima in Francia poi in Corsica. Tornato a Bastide fu accolto da amici ma le rivalità tra bonapartisti e borbonici ormai sull’orlo di forti contestazioni lo fecero giungere ad Ajaccio. In Corsica noleggiò 6 barche dice la Di Capua nella medesima opera citata in calce a pag 52:” la S.Erasmo, la Misericordia, la Concezione I, la Concezione II, la Vergine del Carmine e la volteggiante” ed infine promettendo una costituzione ai Napoletani salpò. Il principe di Metthernich sapendo i progetti ripresi dall’ex Re
di Napoli, gli offrì un salvacondotto che Gioacchino si premurò di rifiutare. Partendo alla volta di Napoli e durante una tempesta il francese ottenne viraggio di idee da parte dell’equipaggio che fiutò la disfatta del francese a favore dei Borbone. Ma il Re fiducioso nei Calabresi e nei napoletani proseguì, si trovò a sbarcare a Pizzo Calabro ed ordinò persino di “ far ammainare il
vessillo borbonico che sventolava sul castello di Pizo”. Il popolo lo aveva dimenticato al cambio di padrone, ma così va il mondo, dimenticando i privilegi e le grazie ricevute, ci informa ancora la Di Capua:” a Pizzo gli andarono incontro due nemici Giorgio Pellegrino e Trentacapilli che rivendicarono alcuni danni subiti”. Fu proprio quest’ultimo ad arrestarlo emettendo tali parole :” Maestà vi dichiaro in arresto, arrendetevi la gente è ormai devota a Ferdinando “ scoppiò così un putiferio ma Gioacchino ordinò ai suoi di non sparare per preservare la plebe. Tuttavia è dalla folla inferocita che si avvicinò Sardanelli un pescatori che staccò dal Re una coccarda di diamanti e la concesse a Trentacapilli così una donna lo colpì ferocemente allabbro. Cacciato in prigione, vennero informati i legittimi sovrani e decretarono che le ultime ore di Gioacchino si consumassero in cella. Informato Vito Nunziante dell’accaduto presidiò la città,sulla strada per Monteleone ( Vibo Valentia) pose un cannone per proteggere la città di Pizzo, tuttavia a Napoli il 9 ottobre 1815 si decretò la sua condanna a morte. Fu Nunziante che seguì il plotone di esecuzione prima della fine fu chiamato al tribunale il quale però si rifiutò dicendo :”Io faccio la legge e non mi sottopongo alla legge” stava per essere trattato come un brigante, Murat infatti ribadì che quella legge fatta da lui era indirizzata ai briganti. Gioacchino scrive perciò alla moglie,lettera riproposta da Franco Cortese sbarco, cattura e fucilazione di Gioacchino Murat a Pizzo Calabro, casa editrice Brenner, Cosenza 1992, la riporta fedelmente datata 13 ottobre 1815 Pizzo Calabro:” Mia Cara Carolina, l’ora fatale è arrivata, vado a morire dall’ultimo dei supplizi: fra un’ora non avrai più marito, ed i nostri ragazzi non avranno più padre (…) la mia vita è tolta da una sentenza ingiusta”, poi si recise un ricciolo dei suoi capelli e li avvolse nella lettera. Sebbene il francese fu spesso magnanimo con i sudditi in ispecie calabresi fu avvicinato da due preti un certo Antonio Masdea che anni prima ricevette dal Re un cospicuo bottino per ricostruire la chiesa di San Giorgio lesionata dal sisma del 1783, chiesa che poi accolse le sue spoglie mortali. L’ora della pena capitale si avvicinava sua Maestà ordinò al plotone di mirare al petto e salvare la faccia, ma il plotone al primo tentativo deviò il colpo per non ucciderlo, tuttavia Gioacchino pregò di portare a terminare la sentenza ormai rassegnato secondo l’art 87 e 91 del codice murattiano promulgato dallo stesso Re nel 1815. Il Re Murat ebbe così coraggio di morire due volte, ricomposta la salma fu tumulato in una fossa comune nella navata centrale di San Giorgio a Pizzo come ribadito in calce. Tuttavia dopo la Restaurazione iniziarono a girovagare per il bel Reame infamie sui nuovi e legittimi reali si disse che Murat venne decapitato
per volere di Ferdinando e la sua testa conservata a palazzo sotto spirito, ma nulla di tutto ciò venne mai rinvenuto a corte. Sebbene le infamie correvano veloci l’unica cosa che Ferdinando IV commesse fu di assoldare con lauti compensi il Nunziante e Trentacapilli.

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura Comitati Due Sicilie.
Centro Studi e Ricerche Comitati Due Sicilie

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