Aspromonte: Agosto 1862

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Chiosa così Garibaldi in una famosa lettera scritta ad Adelaide Cairoli dopo l’episodio dei mille Garibaldeschi:” gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di aver fatto male, nonostante ciò non farei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”(1).

Sebbene l’epopea dei Mille si era conclusa come ben conosciamo con la decapitazione dello Stato Duosiciliano attraverso enormi perdite, senza cognizione di causa ed armato alla meno peggio, il Generalissimo riaccende la miccia della rivoluzione al grido di “Roma o morte” la sua scelta era fatta intendeva marciare sull’Urbe.

Al compimento dell’ unità nazionale mancavano Venezia e Roma e per riuscire nell’impresa non c’era che un modo, il solito modo: bisognava conquistarli ed occorreva l’assenso di Garibaldi   che restava l’alto patrono dice Indro Montanelli(2).

Il Generale si trovava nella sua bella isola di Caprera col figlio Menotti fino al 25 giugno di quel ’62 quando per recuperare il suo credito coi suoi seguaci, si imbarcò per Palermo.

Tra i suoi vi era Guerzoni suo fedelissimo il quale sempre dalle parole del Montanelli riporta così fedelmente la sua frase:” Nessuno di quanti lo accompagnarono seppe mai dal suo labbro né dove s’andasse né perchè s’andasse” nemmeno Garibaldi sapeva il perchè di quel viaggio(3).

Il Nizzardo non aveva ancora ben chiara la strada da percorrere e puntò sulla Sicilia, come in quel maledetto 1860. Giunto a Palermo lo accolsero trionfalmente, e li alluvionò di discorsi infiammati minacciando un nuovo Vespro. Circa tremila volontari erano affluiti al suo richiamo, mentre a Torino non sapevano che fare il Governo chiedeva a Rattazzi d’intervenire.

Tra i volontari tanto per la cronaca non vi era nessuno della vecchia guardia, nè Bixio, né Medici, Sirtori e Cosenz integrati come falso premio nell’esercito Piemontese (4).

Quelli dell’ Interno proclamarono lo stato d’assedio in tutto il Mezzogiorno e spedirono il generale Cialdini a sedare il Brigantaggio ed a fermare Garibaldi. Intorno alle 4 del mattino, le camicie rosse partendo da Catania con due piroscafi Dispaccio e Abbatucci, giunsero nel luogo prestabilito, intanto Rattazzi, destituì Pallavicino dimostratosi permissivo col Garibaldi, e al suo posto nominò Enrico Cialdini venne così ordinato di “bloccare le camicie rosse”.

Allertato l’esercito Regio italiano che stanziava in Calabria per i motivi che già conosciamo si disse di fermare Garibaldi. Era l’alba di quel 25 agosto lo sbarco avvenne tra Melito e Capo d’Armi, incontrarono così un primo comparto regolare, grida di saluto si innalzarono ma la risposta fu una scarica di proiettili sui “rivoltosi”.

I rivoltosi guardarono sbigottiti il Generale che non capiva il gesto comprendendo subito che se avesse risposto al fuoco sarebbe stata guerra civile e si diresse sulle alture Aspromontane.

I Garibaldini flagellati dalla pioggia insistente si inerpicarono sul selvaggio e brullo acroco, la colonna rossa priva di viveri si era affidata a guide che si rivelarono delle spie che li fecero vagabondare per giorni in tutto quattro per raggiungere le vettovaglie al rifugio dei forestali dice Eva Cecchinato(5).

Rimasero in 500 si dispersero per la fame e le malattie, ed il 28 agosto giunse a Gambarie con i 500 stremati ed affamati. Si incolonnarono sull’acroco Aspromontano verso Santo Stefano  stremati ed affamati, osservando l’ostilità della gente che già conosceva i Garibaldini.

A Santo Stefano d’Aspromonte giungono affamati e qui come cavallette divorarono tutto ciò che incontravano nei pochi campi arati. Il 29 agosto del 1862 successe l’irreparabile, attaccati verso le 4 del pomeriggio da un reparto di bersaglieri i Garibaldini si arrendono.

I 1500 bersaglieri guidati dal Pallavicini aprirono il fuoco per fermare Garibaldi. Interviene il Montanelli ancora una volta dicendo:” Vedendoli avanzare, il Generale gli venne incontro da solo, allo scoperto la mano destra sull’elsa della sciabola, la sinistra sul fianco.

Forse sperava che avrebbero abbassato i fucili (…) invece gli spararono addosso, ed una pallottola gli strisciò la coscia(6)“.

Cairoli intanto accorreva per sorreggerlo, mentre in 10 minuti di fuoco lasciarono sul  terreno 12 morti e 40 feriti. Al Pallavicini inoltre erano giunti ordini di non scendere a patti e di accettare solo la resa.

Intanto il Presidente del Consiglio Rattazzi sospende la corrispondenza telegrafica col Sud, il quale risultava tagliato fuori e alla fine un ultimo telegramma annuncia la cattura di Garibaldi:”Dopo accanito bombardamento Garibaldi è ferito e caduto nelle nostre mani”.

Su un’improvvisata barella si lasciò trasportare a Scilla, donde via mare lo cacciarono in prigionia a La Spezia. Inoltre nei giorni a seguire il suo ferimento, i suoi comparti furono braccati ed internati fino al 5 di ottobre, quando con un’amnistia vennero liberati.

Chiosa ancora Montanelli:” la nota farsesca di tutta quella vicenda furono le 76 medaglie al valor militare distribuite ai vincitori e la promozione sul campo a Pallavicini per meriti speciali (7)“.

Inoltre Luigi Ferrari che azzoppò  Peppino, venne insignito di una medaglia d’oro. Rattazzi, intanto a Torino cercava di far passare frettolosamente la tempesta che si era creata. Non soltanto l’Italia ma tutta  l’Europa era in subbuglio per Garibaldi. A Parigi, a Lipsia a Stoccarda era un rincorrersi di dimostrazioni d’ afffetto ed a favore di Garibaldi.

Palmestrom spedì un letto per la convalescenza del Generale. A Napoleone inoltre venne detto che il Governo si comportò in quel modo dimostrando la sua volontà di ordine, ecco spiegato il perchè i libri di storia raccontano in due parole l’evento dell’Aspromonte, la replica dell’ Imperatore fu negativa e sgarbata. Sebbene, alla ricostruzione dei fatti mancano ancora molti elementi, andati distrutti o seppelliti negli archivi di Casa Savoia a Cascais.

Bene o male il primo Ministro riuscì a scagionarsi. Comprendendo che da quell’avventura il governo usciva più discreditato e il Paese più diviso che mai. Tuttavia, mentre succede tutto questo il Nizzardo fa ritorno alla sua Caprera al fine di rimettersi in sesto.

Intanto celebri chirurghi da tutta Europa accorrono al suo capezzale da Napoli ricordiamo il celebre Pallavicini Francesco di nota fama, inglesi, russi e francesi accendono rivalità sul come operare, palpano cercano risposte si parla persino di amputazione alla fine scongiurata.

Intanto la stampa segue i risvolti fin quando dice A. Denis:” fu Nelaton di origine inglese che svelò il mistero dell’astragalo di Garibaldi”, il Nizzardo era stato colpito ad un’ angolo dell’arto inferiore poco conosciuto: detto astragalo (8).

1. Da una lettera ad Adelaide Cairoli del 1868, citato in lettere ad Anita ed altre donne raccolte da G.E. Curatolo ,Formiggini Roma 1926, pp 113, 116.
2. Indro Montanelli Storia d’Italia dal1861 al 1919 . Corriere della sera pag 44.
3. Ivi …..opera citata pag 47.
4. B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915 a cura di Giuseppe Galasso Adelphi , D.Mack Smith Cavour e Garibaldi  Rizzoli 1999. Tradotto Gori P.
5. Eva Cecchinato. Le Camicie Rosse. I Garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra. Laterza 2007.
6. Indro Montanelli ……..opera citata pag 50.
7. Ivi …….pag 51
8. M. Danis: L’astragalo di Garibaldi .Masson 1984 pag 84-89.  
  

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura Comitati Due Sicilie
Centro Studi e Ricerche
Comitati Due Sicilie.

 

 

 

 

 

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