Il 30 marzo 1212 morì Gioacchino da Fiore.

…ripartirono da Petra e si ritirarono fra le montagne a Fiore, affinchè in Nazareth fosse annunciato il nuovo frutto dello Spirito Santo, fino a che, a partire da quel luogo, il Signore operasse la massima salvezza sulla Terra. […]

Ottocento anni fa giusti giusti, il 30 marzo 1202, morì Gioacchino da Fiore, l´abate calabrese «di spirito profetico donato» che Dante collocò nel Paradiso. E che in Paradiso c´è andato per davvero, stando al processo di canonizzazione avviato dalla diocesi di Cosenza, in cui ricade il monastero di San Giovanni in Fiore Calabria Citra.

Perché le visioni di Gioacchino da Fiore hanno traversato i tempi, anche se per il grande pubblico egli resta uno sconosciuto. E continuano a influenzare larga parte del cattolicesimo d´oggi proprio per questo motivo: ricordare un grande calabrese dalle parole di un suo biografo è una cosa doverosa.

Gioacchino non ambiva a diventare abate, ma a studiare la Sacre Scritture desidero appunto partire da questo concetto. Può essere definito monaco, abate, teologo, esegeta, apologeta, pensatore, riformatore, mistico, filosofo, veggente, asceta, profeta.

A Gioacchino è attribuita la predizione degli ordini francescano e domenicano, nonché dei colori dei relativi abiti. Nell’ordine francescano si videro praticamente realizzate le aspettative di Gioacchino; e i francescani rigorosi (veri e propri gioachimiti) si dissero “spirituali” con tipico termine gioachimita dedotto dalla profezia relativa alla Terza Età, da lui detta “dello Spirito Santo”, un’Età di rigenerazione della Chiesa e della società, col ritorno alla primigenia povertà e umiltà.

Figlio di un notaio di Celico oggi prov di Cosenza,  di famiglia ebraica convertita al cattolicesimo, nato intorno al 1130, ricevette un educazione prettamente latina e nonostante la Cosenza normanna aveva poco a che vedere con i monaci greci della Calabria meridionale, studiò anche il greco.

Ben presto fu mandato dal padre a lavorare, sempre a Cosenza, presso l’ufficio del Giustiziere della Calabria.  A causa di contrasti insorti sul posto di lavoro, andò a lavorare presso i Tribunali di Cosenza.

In seguito il padre riuscì a fargli ottenere un posto presso la Corte normanna a Palermo, dove lavorò prima a diretto contatto con il capo della zecca, con i Notai Santoro e Pellegrino ed infine presso il Cancelliere di Palermo l’Arcivescovo Stefano di Perche. Entrato in disaccordo anche con Stefano si allontanò definitivamente dalla Corte Reale di Palermo per compiere un viaggio in Terrasanta.

In abito eremitico, intorno ai 18 anni,    intraprese questo lungo viaggio in tutto Oriente: ”Costantinopoli, attraversando la Siria e soffermandosi in Palestina dove studiò l’Aramaico per attingere ai Vangeli originali”.

Proprio sul monte Tabor in 40 giorni di digiuno ricevette il dono dell’intelligenza. La pratica del digiuno fu una delle pratiche più gradite dall’abate calabrese scrisse così il Capuano lasciando menzione ai posteri:

-[…] si nutriva solo di pane e acqua, che assaggiava appena, mentre giorno e notte scriveva o leggeva o pregava, e quotidianamente celebrava la messa. Ebbe da Dio quanto desiderava, come la forza di astenersi dai cibi e dalle bevande; e più si asteneva, più forte ed agile appariva. Fuori dal monastero, mangiando insieme agli altri, consumava con rendimento di grazie la razione di cibo. […].

Il nostro abate visse e studiò molto in Oriente e la Terrasanta fu la sua meta privilegiata sempre il Capuano riporta il suo dire:”erano lì le fonti della conoscenza, non solo Spirituale, ma anche Scientifica e Filosofica. I libri, le tecniche costruttive, le tecniche idrauliche, e dell’agricoltura, l’astronomia, la matematica. Tutto veniva da quei luoghi, dalle Regioni, dalle Civiltà all’intorno. Lì era avvenuta la Kènosis (la culla della civiltà).

Da questa terra Gioacchino trasmise il suo sapere non solo al suo amanuense che occupò posti di rilievo anche nell’Archinobio Florense con Frà Giuliano braccio destro del maestro calabrese.

Maturò un maggiore distacco dal mondo che lo portò ad abbracciare l’ideale monastico, e man mano salendo di gerarchia e di prestigio visse in numerose abbazie cistercensi, da Santa Maria della Sambucina, dove, alla morte dell’abate Colombano, divenne abate lui stesso, a Casamari dove cominciò, esortato da Papa Lucio III, a mettere per iscritto le sue idee.

Da un lato scriveva e predicava, dall’altro si macerava in incredibili penitenze. Ecco che gli uomini più potenti di quel tempo, riunitisi con lui a Sambucina lo convinsero ad accettare la carica di abate di quel monastero a quel tempo poverissimo.

A Corazzo, l’Abate Gioacchino, comincio a scrivere La Genealogia che è la prima delle sue opere, impiegando come suoi scriba frate Giovanni e frate Nicola come detto in calce.

Sul conto del filosofo da Fiore si raccontò di tutto ma il ricordo più chiaro lasciato a noi per opera dell’ amanuense e biografo Luca Capuano fu quando: Gioacchino si trovò di fronte l’Imperatrice Costanza d’Altavilla, la quale voleva confessarsi, seduta sul trono.

L’abate apostrofò dicendo:” Giacchè io ora rappresento Cristo e tu la Maddalena penitente, scendi dal trono, inginocchiati e confessati con umiltà, altrimenti non posso ascoltarti”.

E’ quanto scrive un testimone dell’accaduto. Se riusciamo ad immaginare quale sconfinato potere possedesse un’Imperatrice potremmo avere in parte la misura dell’uomo e della stima da lui raggiunta.

Gioacchino da Fiore nella sua vasta produzione letteraria ha esplicato le sue idee e le sue profezie; ricordiamo fra le opere la Concordia, la Expositio in Apocalypsim e il Psalterium decem chordarum.

Ma rimane a noi il modello trinitario della vita dell’uomo, sulle cui basi si poggiano tre epoche fondamentali: età del padre ossia Antico Testamento, del Figlio nuovo testamento ed infine età dello Spirito Santo nel quale predica il messaggio cristiano per comprendere la parola di Dio

Presumibilmente secondo molti studiosi, i lavori dell’Archicenobio di San Giovanni in Fiore iniziarono nel 1202, su direzione architettonica di Gioacchino. In quell’anno sfidando l’inverno silano attraversò un valico di 1600 metri e si ammalò gravemente, fino a che […] gli fu concesso di ardere del desiderio di morte e, raggiunto il vero Sabato, di affrettarsi come cervo alle sorgenti delle acque. […].

I florensi  continuarono a colonizzare il territorio assegnato e, affinché Fiore venisse articolato secondo lo schema della Tav. XII, misero a cultura i territori di Bonolegno e di Faradomus, facendosi aiutare, molto probabilmente da gruppi di laici che condividevano il progetto del novus ordo.

Pertanto, con le acque del fiume Garga, attraverso il canale cosiddetto badiale, fecondarono dapprima Bonolegno e poi Faradomus. Da qui insorsero delle liti con i monaci greci del monastero dei tre fanciulli, ubicato in prossimità di Caccuri, che contestarono ai florensi l’occupazione di territori che secondo loro detenevano da tempi immemorabili.

I poveri florensi furono bastonati, malmenati e gli edifici in costruzione distrutti. Tuttavia l’azione di costruzione dell’insediamento non si fermò, fintanto che l’abate rimase in vita. Gioacchino morì il 30 marzo 1202 presso Canale di Pietrafitta e fu seppellito nel monastero florense di San Martino di Canale.

Il suoi resti furono traslati nell’abbazia di San Giovanni in Fiore verso il 1226, quando la grande chiesa era ancora in costruzione.

L’abate Matteo (Vitari), successore di Gioacchino, continuò l’opera ampliando le fondazioni florensi, nel periodo del suo abbaziato (1202-1234), l’ordine florense vantava oltre cento filiazioni, tra abbazie, monasteri e chiese, ognuna dotata di ampi tenimenti-tenute e possedimenti vari, sparse in Calabria, Puglia, Campania, Lazio, Toscana e rendite che provenivano anche dalle lontane terre di Inghilterra, Galles e Irlanda.

N.B: Il lavoro di stesura è tratto dalle parole dell’amanuense e biografo di Gioacchino , Luca Capuano a cui si devono :in Acta Sanctorum, maggio, VII, pp. 89-143),E. Buonaiuti, La modernità di G. da F., in Ricerche religiose, VI (1930 )Luigi Costanzo, Il profeta calabrese, Direzione della Nuova Antologia, Roma, 1925.

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura Cds
Centro Studi e Ricerche
COMITATI DUE SICILIE.

 

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