Giuseppe Valarioti: Cumpagni mi spararu!

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Ogni tassello della storia va incastonato al posto giusto per poterne cogliere le mille sfaccettature e per poter comprendere che ogni evento ha avuto il suo perchè …. Preda di un misto tra vergogna e imbarazzo, condivido con voi la verità: Giuseppe Valarioti per me era uno sconosciuto.

Eppure operò nel Rosarnese è morì nell’agro Nicoterese, morendo da eroe ucciso da mano mafiosa ormai 32 anni fa. Con molto rammarico mi accingo a raccontare questo noire calabrese, e con molto rammarico mi chiedo come mai lo Stato non abbia ricordato questo importante figlio di Calabria.

Mi hanno sempre raccontato di questa Calabria terra insanguinata, terra si mafia terra di cui ogni primato doveva essere in negativo. Poi però ascoltando il ricordo degli anziani appuro altro, appuro che mentre l’Italia era vessata da omicidi politici, la Calabria subì il primo solo nel 1980 e comincia così la storia di Peppino Valarioti. Una storia dimenticata quella di Peppino, che esce fuori a distanza di anni grazie al ricordo di chi lo conosceva.

La vicenda si svolge in anni molto particolari la Piana viene irrorata di fiumi di denaro il pacchetto Colombo, il 5 polo siderurgico ennesima cattedrale nel deserto, favorendo così la crescita della’ndrina che accresce i suoi introiti e potere.

Il Governo in quel periodo voleva creare 7500 posti di lavoro in Calabria, le risposte dello Stato però tardavano ad arrivare e così Peppe si unì alla voce del popolo. C’è anche un fine intellettuale in questa storia, un professore di lettere con la passione per l’archeologia assieme a Natale Pagano e Lellè Solano rinvenne i pezzi più belli di questa Grecità Medmea, convinto che l’impegno politico sia prerogativa fondamentale dell’uomo di cultura.

Che l’impegno antimafia sia il fine e l’inizio dell’attività politica. Insegnava dei valori Peppino ed il movimento antimafia in Calabria comincia a far paura si insegnano valori inalienabili che la casa, la scuola ed un salario sono un diritto e non un favore da chiedere. Un professore, un dirigente del Pci di cui la sinistra oggi sente terribilmente la mancanza era questo Valaroiti.

Tutto ebbe inizio la notte tra il 10 e l’11 giugno dell ’80, Peppe sta festeggiando con i compagni di partito una vittoria epocale in un ristorante nel Nicoterese. Una vittoria vissuta da Peppe che in quel periodo era impegnato a fare la guerra alla ‘ndrangheta a casa sua”.

Il professor Valarioti viveva in un quartiere noto a Rosarno il rione Corea dove spadroneggiava la cosca Bellocco- Pesce si trovò ad affrontare i mafiosi a viso aperto, senza scorta e senza spalle istituzionali. Era stato lasciato solo dallo Stato. La linea scelta da Valarioti a quelle elezioni era stata premiata e lo faceva non per coraggio ma per coerenza, politica e civile.

Le numerose intimidazioni fatte anche de visu non riuscirono a scalfire una delle pagine più belle e brillanti del P.C.I a Rosarno. La gente comincia così a credere in quell’intellettuale con gli occhiali quadrati e le lenti spesse, le ndrine che a quelle elezione pensavano di distruggere il giovane politico si sbagliarono ed è per questo che la notte tra il 10 e l’11 giugno del 1980 lo spararono vilmente: “aiuto compagni mi spararu”, la corsa verso l’ospedale e poi il vuoto.

Questo è il primo omicidio politico in Calabria una sorta di battesimo di sangue per un rampante politico attento ai diritti di braccianti, studenti e perchè no allo sviluppo socio culturale della Piana dove la ndrangheta manteneva pieni diritti. La politica di Valarioti era un impegno quotidiano e da qualche anno la ‘ndrangheta ha iniziato a estendere le sue infiltrazioni nel mondo delle istituzioni, cercando contatti col potere, quello marcio, quello della politica che si svende ed è svenduta.

Non è questa la politica che fa Valarioti. Dovunque ci siano possibilità e volontà, per la ‘ndrangheta, di sottrarre il presente alla Calabria, Valarioti cerca di opporsi. Lo fa anche tra i suoi, dove “ci sono troppi compagni distratti, troppo”. Sono gli anni di Enrico Berlinguer, dell’austerità e della questione morale. Anche per Valarioti bisogna avere le “mani pulite”, più pulite degli altri. A quel tempo un minimo “sgarro” o ruberia era penalizzato fortemente dal partito, ovviamente altri tempi!.

Una campagna elettorale davvero infuocata quella di Rosarno persino i boss più forti fecero ritorno per tenere sott’occhio Giuseppe. Si spinse oltre Giuseppe quando in un comizio, proprio nel giorno delle esequie della madre del boss urlò queste parole:”Se pensano di intimidirci non ci riusciranno, i comunisti non si piegheranno”.

Purtroppo questa è verità storica ma non giudiziaria il caso Valarioti viene raccontato chirurgicamente in questo testo a cui mi sono ispirata: Il caso Valarioti (Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria) di Danilo Chirico e Alessio Magro, Round Robin Editrice.
Il mio narrare non si conclude qui la storia va raccontata tutta e senza remore, seguiranno ben 11 anni di processi senza però arrivare alla conclusione, il mandante è stato assolto per insufficienza di prove.

I pm identificano nella cosca Pesce i mandanti, ma è nell’83 che appare Pino Scriva sembrò così finalmente si potesse far luce su questo omicidio impunito. Impunito perchè a distanza di mesi il Comune di Rosarno andò a fuoco e si persero tutti i documenti.

Il caso Valarioti è così destinato all’oblio ed a rimanere così senza giustizia. Indagini approssimative e depistaggi un caso unico in Italia dove non si è celebrato un processo d’appello per omicidio. Le indagini non hanno portato alla verità e perciò il caso si è chiuso.

“La storia di Giuseppe Valarioti – scrive Pierluigi Bersani su L’Unità – merita più che un semplice ricordo, merita una riflessione. È una storia emblematica perché dimostra come un altro Sud non solo è possibile ma un altro Sud c’è sempre stato”.
Riaprire le indagini sull’omicidio per ricostruire la verità e la memoria della legalità e individuare i responsabili del primo delitto politico della ‘ndrangheta è un dovere per tutti.

Maria Lombardo

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