Il tabacco leccese una realtà in positivo.

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“Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.”

La Puglia terra dalle mille risorse, dotata di un mare spettacolare di aree che lasciano il viaggiatore a bocca aperta, ma dotata anche di attività imprenditoriali nate nel 700 Borbonico e di cui oggi si ha solo un piccolo ricordo.

Il tabacco leccese era infatti uno dei prodotti basilari della manifattura salentina creando un vasto indotto lavorativo per tutti i leccesi. Tutto ebbe inizio quando Carlo III di Borbone fece costruire nel Convento dei Domenicani a spese della Corona una vasta industria manifatturiera di tabacco, al fine di rilanciare l’economia del Salento.

Così nel ‘700 si preparava il tabacco a Lecce secondo un cronista del tempo: “la qualità di questo tabacco non la cede per niente a quello di Siviglia, ma bisognava lasciarlo invecchiare 8 anni prima di usarlo, si preparava nel modo più semplice e più comune.

Per averlo molto buono, non si piglia se non la cima della pianta, e non si fa altro che macinare le foglia al mulino, e si passare la polvere attraverso una mussola, e poi si conserva in una bottiglia di vetro nella quale fermenta ed acquista il suo punto di perfezione.”

Lungimirante il Re conscio dei possedimenti pugliesi fece impiantare ben 20 mulini, ossia piccoli macinini per lavorare l’oro verde. Fu così che si favorì la diffusione del tabacco leccese “ polvere di gran lusso”.

Prodotto principe è appunto il tabacco da fiuto che affonda le radici già nell’anno domini 1771, una storia sui generis che vede in prima linea i monaci Cistercensi,i precursori dell’artigianato del comprensorio Pugliese.

Caratteristica peculiare nel leccese si coltivavano i tabacchi da fiuto che necessitavano di irrigazione quotidiana e si caratterizzavano per avere le foglie con un rachide mediano grosso, fibroso e lungo più di un metro.

Un tripudio di varietà coloravano i campi salentini, alcuni provenienti dalle colture europee altri piuttosto autoctoni e perciò degni di maggior risalto. Effettivamente l’introduzione di tabacchi europei ampliò la gamma nella tabacco coltura con prodotti da foglie piccole e che richiedevano minori cure.

La produzione stessa che dapprima fu prerogativa dei monaci si espanse a macchia d’olio sorsero così numerosissime realtà, suddivise tra lavoro monacale e imprenditori privati i quali assoldavano le donne per la raccolta. Si contavano all’epoca 36 mila coltivatori, 80 mila tabacchine e 600 tecnici.

Questi dati dicono ancora poco, per capire l’importanza di questa produzione basti pensare che la metà della forza lavoro della provincia di Lecce era impegnata nella tabacchicoltura.

Su questa attività il notabilato salentino costruì la sua fortuna e fondò la sua supremazia in tutta la Puglia. Da queste basi nacque una fiorente economia, al pari di quella sudamericana, che per oltre un secolo fu il traino dell’intero promontorio japigio.

Nel periodo di maggior splendore erano attivi ben 400 magazzini all’interno del quale lavoravano 400.000 tabacchine, senza tenere in considerazione i coloni e i braccianti che coltivavano, accudivano e coglievano le foglie della pianta, i concessionari, e gli addetti al controllo della qualità del prodotto prima di essere venduto al monopolio.

Fiorente la Terra d’Otranto con le sue numerosissime varietà, distese di campi verdi e rigogliosi riuscivano a coprire sotto la dominazione Borboniana un vasto indotto, sfamando la maggior parte delle famiglie del Salento.

L’ascesa del prodotto si mantenne ad alti livello proprio fino all’Unità d’Italia, dalle fonti locali si è potuto apprendere che dopo tale data il comparto comincia ad essere vessato da forti dazi facendo dilagare il contrabbando. Sugli annali borbonici mai si riuscì a trovare scompenso economico come sotto il nuovo Governo.

Nel 1881 ad assunto di quanto detto in calce una commissione d’inchiesta decreta:”… se il regime di monopolio fosse assunto dallo Stato, ripartirebbe equamente ai produttori ed all’erario pubblico i vantaggi che oggi rifluiscono agli azionisti della Regìa”.

Il nuovo Stato italiano si rese però conto troppo tardi che il comparto tabacchifero Salentino poteva dare lustro alle maestranze pugliesi. A scoppio ritardato rispetto alla precedente dominazione si cercò di prediligere le cattedre ambulanti al fine di spiegare ai contadini “il progresso” nella nuova coltura, con scarsissimi risultati.

Effettivamente tra gli anni ’20 e ’30 l’esportazione Salentina venne drasticamente menomata, fu l’inizio della fine. Tuttavia dai dati alla mano reperiti nella vasta bibliografia ho potuto riscontrare che la recessione del ’29 toccò marginalmente il comparto che riuscì a crescere in ettari di terreno coltivabili.

Passano gli anni il comparto del tabacco comincia a vacillare la pronospera colpisce l’oro verde creando problemi agli imprenditori che privi di migliorie non riuscirono a risolvere la cosa.

Il vero colpo però fu attuato dopo il dopoguerra, quando per tutto il ’21 le tabacchine insorsero chiedendo maggiori garanzie, la situazione si concluse con arresti alle povere operaie vessate dal duro lavoro questa la situazione:”Nei magazzini non si poteva parlare per evitare rimproveri dalla “Maestra”, una donna preposta al controllo del lavoro delle operarie all’interno degli stabilimenti. Non si poteva magiare, se non qualche tozzo di pane nascosto nella tasca del camice quando non si era osservate.

Non si poteva arrivare in ritardo, anche se le donne giungevano a piedi nei magazzini da paesi lontani. Non si poteva lavorare meno della quantità individuale di foglie di tabacco a testa.

Ogni rimprovero e ammonizione poteva costare cara, come la sospensione dell’operaria “disubbidiente” dal lavoro per qualche giorno. Ma se non lavoravi non venivi pagato e, per migliaia di famiglie, il tabacco garantiva l’unico apporto di contante in casa.

Basti pensare che la vendita di un raccolto poteva garantire il sostentamento di una famiglia per un intero anno. L’economia divenne dipendente dal tabacco come molti dei leccesi che ne facevano uso. Solo alle donne che avevano partorito da poco si riservavano dei segni di gentilezza, garantendo loro la possibilità di effettuare delle pause per allattare i propri neonati, custoditi da una balia che viveva in prossimità dei magazzini”.

Il lavoro cominciò a scarseggiare tutte le donne s’innalzarono per la rivolta, famosi i fatti di Tricase, fu davvero l’inferno questo dicono gli storici locali:” Una miccia che fece esplodere la rabbia delle forze dell’ordine che aprirono il fuoco sulla popolazione senza fare sconti:uomini, donne, bambini, anziani. Fu il caos.

I dimostranti che scappavano in tutte le direzioni, mescolandosi alla gente che usciva dalla chiesa, chiedendo aiuto a coloro che preventivamente si erano chiusi in casa, implorando l’intervento di un medico che sembrava non arrivare mai.

E mentre tutti scappavano dalla triste realtà in cui si erano trovati così improvvisamente coinvolti, il fato cominciava a fare la conta delle vittime: decine i feriti, 5 i morti: Maria Assunta Nesca, Pietro Panarese (di soli 15 anni), Cosima Panico, Pompeo Rizzo, Donata Scolozzi. A loro è stata dedicata una lapide sull’edificio dell’ex municipio, li dove hanno conosciuto la morte.

Le cose subirono un brusco cambiamento a partire dalla fine degli Anni Sessanta quando la coltura del tabacco crollò a picco sotto i colpi delle politiche statali. Numerose aziende chiusero definitivamente i battenti, i costi di produzione erano elevati rispetto ai prezzi dei tabacchi concorrenti di Grecia e Turchia, ma l’avversario del tabacco leccese era soprattutto il monopolio di stato.

Mentre i concessionari preferivano la qualità del tabacco leccese a quella del tabacco greco o turco fino al punto da maggiorare i prezzi allo scopo di invogliare i coltivatori a continuare la coltivazione, lo stato italiano pagava loro il tabacco a prezzo vilissimo tale da non compensare nemmeno quanto era stato speso per l’acquisto e la lavorazione del grezzo.

L’azienda di stato riuscì così in meno di un quinquennio a stancare i concessionari che mollarono in favore dei produttori stranieri. Era il 2005 quando l’UE imponeva la riconversione della tabacchicoltura salentina con la parallela introduzione di altre coltivazioni.

La riconversione però è fallita dall’anno seguente che ha spazzato via l’accoppiamento portando all’abbandono della coltivazione del tabacco senza alcuna coltura capace di assorbire i posti di lavoro e garantire pari guadagni. Ha chiuso anche la Manifattura Tabacchi di Lecce, una fabbrica nata nel 1812 che era finita nelle mani della British American Tobacco.

I proprietari hanno delocalizzato la produzione di sigarette mettendo in mobilità 388 operai. Lo stato, intermediario nelle trattative, si era assunto l’obbligo di ricollocare i lavoratori. Obbligo disatteso.
Maria Lombardo
1) Giampietro Diana, La storia del tabacco in Italia. I. Introduzione e diffusione del tabacco dal 16° secolo al 1860
2) Cosimo De Giorgi, La coltivazione dei tabacchi orientali nelle Puglie
3) M.Ragosta, l’industria leccese cent’anni di storia 1861-1991, Edizioni del Grifo Lecce 2001
4) S.Colarizi. Dopoguerra e fascismo in Puglia Laterza Bari 1971
5) S. Coppola. Conflitti di lavoro e lotta politica nel Salento nel primo dopoguerra, Salento Domani , Lecce 1984.
6) Tabacchicoltura atti del primo convegno nazionale, Capone, Lecce 1979.

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