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Emigrati

Vota e condividi questo articolo nel Social Network: Bookmark and Share Diego Alberto Milito (Bernal, 12 giugno 1979) è un calciatore argentino, attaccante dell'Inter e della Nazionale argentina.
È conosciuto come El Principe soprannome che gli deriva anche dalla somiglianza con il giocatore uruguayano Enzo Francescoli (detto El Principe). È fratello del difensore del Barcellona, Gabriel Milito, che si sono affrontati nella storica semifinale, vinta dal fratello Diego.

È di doppia nazionalità, argentina e italiana: la sua famiglia, emigrata in Argentina da due generazioni, è originaria di Terranova di Sibari un paesino calabrese in provincia di Cosenza.

Veltri, l'attuale sindaco del comune di Terranova, lo ha certificato iscrivendo il calciatore all'AIRE (anagrafe italiana residenti all'estero) e mostrando le generalità dei nonni emigrati dal paese, Salvatore Milito (1/5/1913) e Caterina Borelli (26/4/1918), che ebbero in Argentina il figlio Iorge Salvador Milito. Dal matrimonio del loro figlio Jorge Salvador Milito con Mirta Alicia Elizar, nata a Sarandi, il 12 giugno 1979 a Quilmes (provincia argentina del Paranà), è nato Diego. Lo stesso Milito ne ha parlato in un'intervista al quotidiano La Stampa.

L’indiscrezione è stata sfornata dal sindaco del paesino calabrese, Eugenio Veltri, che non si è limitato a questo. Orgoglioso di essere il sindaco della città d'origine dell'attaccante, Veltri ha invitato qualche tempo fa i fratelli Milito e il presidente dell'Inter Massimo Moratti a visitare Terranova di Sibari. Diego Milito era felicissimo - racconta - ho parlato con lui e mi ha assicurato che verrà. Deciderà lui però quando perché ora è troppo impegnato''.

''Non abbiamo ancora pensato a cosa organizzeremo per l'occasione - aggiunge - ma penso che quando verrà a conoscere la città gli conferiremo la cittadinanza onoraria di Terranova di Sibari''. In questa cittadina calabrese sono nati e hanno vissuto i nonni di Diego e Gabriel prima di decidere di emigrare in Argentina. ''Milito - spiega Veltri - ha sempre saputo di avere origini calabresi. Qui tra l'altro - conclude - vivono ancora alcuni suoi cugini''
 Era il mese di Luglio del 1940. Io e i miei cugini Andrea e Dante con il nostro amico Enzo eravamo alla spiaggia per una passeggiata. Quell'anno, dopo la dichiarazione di guerra, i "copandi" costruiti in riva alla spiaggia furono proibiti per il pericolo di guerra. Contrari alla legge, ci siamo avventurati sulla riva del nostro bellissimo Ionio, quando nella distanza più a Sud sentimmo delle esplosioni. Credendo che fossero tuoni causati dal calore estivo continuammo a camminare verso Isca. 

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La diaspora calabrese
La lunga storia di una famiglia, in cerca del sogno americano, da Cariati alla “Nova” York degli anni ’20
di Assunta Scorpiniti (da Il Quotidiano della Domenica)

Il 23 ottobre scorso, a Roma, presso la Gipsoteca del Complesso Monumentale del Vittoriano, ha aperto i battenti il Museo dell’emigrazione italiana (Mei), un’interessante rassegna strutturata in un percorso storico cronologico, rivolta ad offrire la visione d'insieme di un fenomeno che ha coinvolto paesi e popolazioni di molte regioni italiane. Nel museo sono stati riordinati e riposizionati materiali arrivati da 45 “prestatori”e da molti privati desiderosi di condividere una testimonianza della loro storiafamiliare. Per quanto riguarda la diaspora calabrese, i materiali documentari esposti appartengono alla raccolta “Le stanze della luna” di Franco Vallone, già direttore del museo “Giovan Battista Scalabrini”, fondato nel 1995 a Vibo Valentia e poi trasferito a Francavilla Angitola (VV).

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Il ricordo di quella che è stata la più grande disgrazia sul lavoro della storia della Svizzera moderna si affievolisce ogni anno di più. A tenerlo ancora vivo provvede un gruppo di italiani e svizzeri, con alcuni sopravvissuti della catastrofe, che ogni anno in questo periodo commemorano sul posto quel triste evento del 30 agosto 1965.

A Mattmark, sopra i 2000 metri, nell’alta valle di Saas, nel Vallese, si stava costruendo una delle più grandi dighe della Svizzera. La diga in costruzione era di quelle cosiddette «in terra», ossia costituita prevalentemente di pietrame e altri materiali sciolti, prelevati sul posto dalle morene formate nel tempo dal sovrastante ghiacciaio Allalin, uno dei più importanti della Svizzera.

Data la base (370 m) e l’altezza (120 m) della diga, il suo riempimento richiedeva una quantità enorme (circa 10 milioni e mezzo di metri cubi) di materiale. Per questa ragione il cantiere era stato allestito ai piedi della diga, proprio nel cono di deiezione del ghiacciaio, tra le due morene principali.

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Beniamino in mezzo a due suoi commilitoni che venivano soprannominati “I Lupi del Monte Nevoso” ossia: La Pattuglia senza Paura. Era il 12 aprile del 1941.Beniamino Tasin

Questo mio scritto, rappresenta la pura verità. Mio suocero, deceduto il 25 giugno del 1996, si chiamava Beniamino Tasin ed ha partecipato alla guerra come quelli della sua età, era nato a Margone di Vezzano (TN) il 20 ottobre del 1919 di lunedì. Il 20 marzo 1940 fu chiamato alle armi nel deposito Settoriale G.a.F. del Genio a Verona. Il 21 marzo viene aggregato per l’addestramento al IV° Reggimento Genio di Bolzano. Il 13 giugno del 1940 viene trasferito nel Settore di Copertura a Brunico (BZ). Il 6 aprile del 1941 fino al 18 aprile dello stesso anno si trovava sul Monte Nevoso con l’incarico di assaltatore. Fu catturato a Trieste il 15 settembre del 1943 in seguito ad ordine di resa impartito dal Comandante della Compagnia. Poco dopo la cattura evase ma fu ricatturato e trasportato a Valona (Albania) ed obbligato sotto pena di morte al seguito dei Reparti tedeschi in Balcania. Fu deportato in Austria nel Campo di sterminio di Graz succursale di Mathausen perché aveva rifiutato di servire l’invasore tedesco e la repubblica sociale di Salò durante la resistenza. Nel Lager lavorava scaricando carbone per un periodo di due anni circa. Rimpatriò dopo una rocambolesca fuga, il 3 luglio del 1945.

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Prendo in prestito, con una leggera modifica, il titolo di un articolo che scrisse molti anni fa un amico giornalista. Egli si riferiva al mondo intero: «Non è triste essere un italiano che vive all’estero» e presupponeva che la condizione di immigrato fosse vissuta come lo stato d’animo di chi si sente «cittadino del mondo».

Mi limito alla Svizzera, dove risiede oltre mezzo milione d’italiani e quel presupposto può essere dato ampiamente per scontato. In questo Paese la grande maggioranza degli italiani immigrati e la quasi totalità delle seconde e soprattutto delle terze generazioni hanno trovato il loro domicilio stabile e il luogo dei loro principali interessi, anche affettivi. Ormai, per la collettività italiana immigrata o con origini migratorie, la condizione legata direttamente o indirettamente all’immigrazione non è più vissuta in maniera traumatica o di forte disagio psicologico a causa della lontananza e della nostalgia.

Ovviamente possono ancora esservi eccezioni, ma si tratterebbe, appunto, di eccezioni. In generale, gli italiani in Svizzera non hanno motivo per essere tristi a causa della loro condizione migratoria o legata all’immigrazione dei loro genitori o nonni.

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In ricordo di Stefano Gioia: un amico, un eroe

Non molto tempo fa, nella Valle nacque un giovane di belle speranze.

Paffutello al punto giusto, aveva un sorriso destinato a lasciare il segno in chiunque incontrasse.

I primi anni di vita trascorsero tra divertimento e sollazzi tipici dell’età, poi giunse il tempo di andare a scuola: nuovi amici, nuove avventure e tanti compiti che lasciavano comunque spazio al pallone e alle lezioni di pianoforte.

Gli anni galoppavano velocemente, così dalle elementari alle medie agli studi accademici…

Quel giovane paffutello era diventato ormai uomo: irriconoscibile, se non per quell’inconfondibile sorriso.

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Il momento della nostra partenza dalla cara Italia per l'America, terra di ricchezza e di sogni inimmaginabili per la mente umana, si avvicinava velocemente. Il via da parte del consolato americano a Napoli sarebbe potuto arrivare in qualsiasi momento. Le visite quotidiane all'ufficio postale si trasformarono in un'abitudine dettata dall’impazienza per la normale procedura di consegna della posta da parte di Antonio Lijoi (postino del villaggio).

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DALIDA "La Calabrese di Parigi", si chiamava in realtà Jolanda Cristina Gigliotti, nasce il 17 gennaio 1933 a Choubrah, un modesto sobborgo de Il Cairo (Egitto) da genitori italiani di origine calabrese (Serrastretta, Catanzaro) che vivevano in Egitto.
Il nonno Giuseppe Gigliotti di Serrastretta (CZ), un sarto, lascia il paese natio nel 1893 per l’Egitto, insieme a tanti altri calabresi che avrebbero contribuito alla costruzione del Canale di Suez.
Il padre Pietro diventa primo violino dell’Orchestra del Cairo e trasmette alla piccola Jolanda la passione per il mondo dell’arte.
Ha due fratelli: uno più grande di lei (Orlando) ed uno più piccolo (Bruno) che in seguito sarà suo manager ed erede universale.

Successivamente nel 1954, di nascosto dalla sua famiglia, si iscrive anche al concorso di Miss Egitto e con suo stesso stupore lo vince.
Jolanda ha appena 21 anni e grazie al titolo conquistato per lei iniziano a spalancarsi le porte del cinema.
Tra una ripresa e l'altra Yolanda canta continuamente ed è proprio il regista de Gastyne che, affascinato dal suo timbro di voce, le consiglia di andare a cercare fortuna a Parigi.

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E' morto un grande calabrese, Mino Reitano 64 anni, si è spento la sera del 27 gennaio 2009 nella sua abitazione di Agrate Brianza, assistito dalla moglie Patrizia (sposati da 32 anni) e dalla figlia Giuseppina Elena Reitano era malato da due anni,  ed era stato sottoposto a un intervento chirurgico un anno e mezzo fa e, successivamente, nello scorso novembre. I funerali del cantante, che lascia anche un'altra figlia, Grazia Benedetta, si svolgeranno giovedì 29 gennaio alle ore 15 nella chiesa di Agrate Brianza.

Nato poverissimo a Fiumara di Muro, paesino di mille abitanti nei pressi di Reggio Calabria, presto orfano di madre, studia per otto anni al conservatorio di Reggio Calabria suonando il pianoforte, il violino e la tromba. Interprete della canzone nazional popolare, era partito dalla Calabria ed era andato in Germania per cantare le nostre canzoni. Reitano iniziò la sua carriera da giovanissimo, ricevendo riconoscimenti e realizzando concerti in tutto il mondo.

La storia di Mino Reitano è una tipica storia degli anni '60: quella di un ragazzo povero di Calabria che comincia a cantare in Germania con i fratelli, suonava rock'n roll, così ad Amburgo si trovò a dividere il palco e duettando con i Quarrymen, che, tornati a Liverpool, diventeranno i Beatles.
Diventa ricco e famoso negli anni del boom e dei milioni di 45 giri, e resta sempre un bravo ragazzo calabrese.

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Prima vittoria per un italiano a una tappa dell'European Poker Tour: merito dell'agente immobiliare nativo di Vibo Valentia, che trionfa davanti a Massimo Di Cicco. Bravo anche Franco Cirianni, giunto al tavolo finale, che chiude quinto. Il vincitore porta a casa 774mila euro

PRAGA (Rep. Ceca), 14 dicembre 2008 - Finalmente la storia del Texas hold'em si tinge d'azzurro. Almeno a livello europeo. Un italiano vince una tappa dello Ept: ed è la prima volta. Succede a Praga, dove la nostra pattuglia, già la più folta al momento delle iscrizioni (80 rappresentanti), è arrivata fino in fondo. E non solo con il vincitore, Salvatore Bonavena, ma anche con il secondo classificato, Massimo Di Cicco. Bravo anche a Franco Cirianni, giunto al tavolo finale, che ha chiuso 5°.

CRESCENDO - Rendiamo omaggio, però, al primo italiano a vincere un torneo Ept: Salvatore Bonavena, 44 anni, di Cessaniti (Vibo Valentia). Agente immobiliare, residente a Monza. Ha giocato bene, al tavolo finale. Almeno, è andato in crescendo, continuo. Dopo un paio di scornate contro il greco Alexiou, ha iniziato a giocare aggressivo, leggendo i bluff degli avversari e puntando forte quando contava. Anche la fortuna ci ha messo del suo: come quando è andato all-in con A-5, contro il K-K del canadese Chen. Asso al flop e ribaltone nella chip leading.

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