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Home Gli emigrati: Grandi e piccole storie
domenica, 05 luglio 2009 - By Calabresi .net

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Ringraziamenti

Si ringrazia per il contributo ed il sostenimento di questo progetto il portale turistico Tropea & Capo Vaticano .biz ed il portale omonimo dei Campani nel Mondo.

Emigrati

Dalida, la calabrese di Parigi

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Salvatore Tripaldi   
Lunedì 01 Giugno 2009 21:22
DALIDA "La Calabrese di Parigi", si chiamava in realtà Jolanda Cristina Gigliotti, nasce il 17 gennaio 1933 a Choubrah, un modesto sobborgo de Il Cairo (Egitto) da genitori italiani di origine calabrese (Serrastretta, Catanzaro) che vivevano in Egitto.
Il nonno Giuseppe Gigliotti di Serrastretta (CZ), un sarto, lascia il paese natio nel 1893 per l’Egitto, insieme a tanti altri calabresi che avrebbero contribuito alla costruzione del Canale di Suez.
Il padre Pietro diventa primo violino dell’Orchestra del Cairo e trasmette alla piccola Jolanda la passione per il mondo dell’arte.
Ha due fratelli: uno più grande di lei (Orlando) ed uno più piccolo (Bruno) che in seguito sarà suo manager ed erede universale.

Successivamente nel 1954, di nascosto dalla sua famiglia, si iscrive anche al concorso di Miss Egitto e con suo stesso stupore lo vince.
Jolanda ha appena 21 anni e grazie al titolo conquistato per lei iniziano a spalancarsi le porte del cinema.
Tra una ripresa e l'altra Yolanda canta continuamente ed è proprio il regista de Gastyne che, affascinato dal suo timbro di voce, le consiglia di andare a cercare fortuna a Parigi.
Ultimo aggiornamento Martedì 02 Giugno 2009 08:03
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UN METRO E MEZZO DI CORAGGIO

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Gregorino cav. Capano   
Giovedì 12 Marzo 2009 09:10

Beniamino in mezzo a due suoi commilitoni che venivano soprannominati “I Lupi del Monte Nevoso” ossia: La Pattuglia senza Paura. Era il 12 aprile del 1941.Beniamino Tasin

Questo mio scritto, rappresenta la pura verità. Mio suocero, deceduto il 25 giugno del 1996, si chiamava Beniamino Tasin ed ha partecipato alla guerra come quelli della sua età, era nato a Margone di Vezzano (TN) il 20 ottobre del 1919 di lunedì. Il 20 marzo 1940 fu chiamato alle armi nel deposito Settoriale G.a.F. del Genio a Verona. Il 21 marzo viene aggregato per l’addestramento al IV° Reggimento Genio di Bolzano. Il 13 giugno del 1940 viene trasferito nel Settore di Copertura a Brunico (BZ). Il 6 aprile del 1941 fino al 18 aprile dello stesso anno si trovava sul Monte Nevoso con l’incarico di assaltatore. Fu catturato a Trieste il 15 settembre del 1943 in seguito ad ordine di resa impartito dal Comandante della Compagnia. Poco dopo la cattura evase ma fu ricatturato e trasportato a Valona (Albania) ed obbligato sotto pena di morte al seguito dei Reparti tedeschi in Balcania. Fu deportato in Austria nel Campo di sterminio di Graz succursale di Mathausen perché aveva rifiutato di servire l’invasore tedesco e la repubblica sociale di Salò durante la resistenza. Nel Lager lavorava scaricando carbone per un periodo di due anni circa. Rimpatriò dopo una rocambolesca fuga, il 3 luglio del 1945.
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Ciao Mino Reitano

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Salvatore Tripaldi   
Martedì 27 Gennaio 2009 23:24

E' morto un grande calabrese, Mino Reitano 64 anni, si è spento la sera del 27 gennaio 2009 nella sua abitazione di Agrate Brianza, assistito dalla moglie Patrizia (sposati da 32 anni) e dalla figlia Giuseppina Elena Reitano era malato da due anni,  ed era stato sottoposto a un intervento chirurgico un anno e mezzo fa e, successivamente, nello scorso novembre. I funerali del cantante, che lascia anche un'altra figlia, Grazia Benedetta, si svolgeranno giovedì 29 gennaio alle ore 15 nella chiesa di Agrate Brianza.

Nato poverissimo a Fiumara di Muro, paesino di mille abitanti nei pressi di Reggio Calabria, presto orfano di madre, studia per otto anni al conservatorio di Reggio Calabria suonando il pianoforte, il violino e la tromba. Interprete della canzone nazional popolare, era partito dalla Calabria ed era andato in Germania per cantare le nostre canzoni. Reitano iniziò la sua carriera da giovanissimo, ricevendo riconoscimenti e realizzando concerti in tutto il mondo.

La storia di Mino Reitano è una tipica storia degli anni '60: quella di un ragazzo povero di Calabria che comincia a cantare in Germania con i fratelli, suonava rock'n roll, così ad Amburgo si trovò a dividere il palco e duettando con i Quarrymen, che, tornati a Liverpool, diventeranno i Beatles.
Diventa ricco e famoso negli anni del boom e dei milioni di 45 giri, e resta sempre un bravo ragazzo calabrese.

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Gennaio 2009 09:11
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Non è triste essere italiani in Svizzera!

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Giovanni Longu   
Domenica 04 Gennaio 2009 00:00
Prendo in prestito, con una leggera modifica, il titolo di un articolo che scrisse molti anni fa un amico giornalista. Egli si riferiva al mondo intero: «Non è triste essere un italiano che vive all’estero» e presupponeva che la condizione di immigrato fosse vissuta come lo stato d’animo di chi si sente «cittadino del mondo».

Mi limito alla Svizzera, dove risiede oltre mezzo milione d’italiani e quel presupposto può essere dato ampiamente per scontato. In questo Paese la grande maggioranza degli italiani immigrati e la quasi totalità delle seconde e soprattutto delle terze generazioni hanno trovato il loro domicilio stabile e il luogo dei loro principali interessi, anche affettivi. Ormai, per la collettività italiana immigrata o con origini migratorie, la condizione legata direttamente o indirettamente all’immigrazione non è più vissuta in maniera traumatica o di forte disagio psicologico a causa della lontananza e della nostalgia.

Ovviamente possono ancora esservi eccezioni, ma si tratterebbe, appunto, di eccezioni. In generale, gli italiani in Svizzera non hanno motivo per essere tristi a causa della loro condizione migratoria o legata all’immigrazione dei loro genitori o nonni.
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Poker, magico Bonavena Doppietta azzurra a Praga

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Paolo Barbalace   
Martedì 16 Dicembre 2008 12:43

Prima vittoria per un italiano a una tappa dell'European Poker Tour: merito dell'agente immobiliare nativo di Vibo Valentia, che trionfa davanti a Massimo Di Cicco. Bravo anche Franco Cirianni, giunto al tavolo finale, che chiude quinto. Il vincitore porta a casa 774mila euro

PRAGA (Rep. Ceca), 14 dicembre 2008 - Finalmente la storia del Texas hold'em si tinge d'azzurro. Almeno a livello europeo. Un italiano vince una tappa dello Ept: ed è la prima volta. Succede a Praga, dove la nostra pattuglia, già la più folta al momento delle iscrizioni (80 rappresentanti), è arrivata fino in fondo. E non solo con il vincitore, Salvatore Bonavena, ma anche con il secondo classificato, Massimo Di Cicco. Bravo anche a Franco Cirianni, giunto al tavolo finale, che ha chiuso 5°.

CRESCENDO - Rendiamo omaggio, però, al primo italiano a vincere un torneo Ept: Salvatore Bonavena, 44 anni, di Cessaniti (Vibo Valentia). Agente immobiliare, residente a Monza. Ha giocato bene, al tavolo finale. Almeno, è andato in crescendo, continuo. Dopo un paio di scornate contro il greco Alexiou, ha iniziato a giocare aggressivo, leggendo i bluff degli avversari e puntando forte quando contava. Anche la fortuna ci ha messo del suo: come quando è andato all-in con A-5, contro il K-K del canadese Chen. Asso al flop e ribaltone nella chip leading.
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Petrìzzi (Patrizia)

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Gregorino Capano   
Mercoledì 19 Novembre 2008 17:15
Le relazioni tra gli andreolesi e i sansostenesi, negli anni c'è sempre stata di profonda amicizia e rispetto. La domenica, il mio paese era affollato da Sanzostari che venivano a celebrare il loro giorno di riposo nelle numerose bettole di Sant’Andrea; come pure assolvere gli obblighi sociali, visitando gli amici del posto.

Basta soffermarsi sui numerosi matrimoni contratti tra questi due popoli e, la conclusione sarà che: l’interazione sociale e commerciale, durante quel periodo, era vibrante e viva. Ricordo benissimo zappe, falci, accette, picconi, pali per le viti (pali e vigna) costruiti dagli artigiani sansostenesi ed in vendita nella piazza di Sant’Andrea; ricordo tutte le ciliege consumate dagli andreolesi,che provenivano da San Sostene. Non so per quale motivo ma, a Sant’Andrea, ciliege (tipo graffiuoli), non ne venivano prodotte a sufficienza da essere vendute al pubblico. Le donne sansostenesi arrivavano a Sant’Andrea con la sporta sulla testa, a piedi, a vendere il raccolto.

Il traffico commerciale tra i due paesi era quotidiano, ma la persona che più rimane viva nella mia memoria è : Petrìzzi (il suo cognome era sconosciuto a tutti noi). Certi eventi e persone, restano impresse nella nostra Memoria; non perché sono epici, aristocratici o di elevata statura economica, ma per la semplicità, per la loro naturalezza, per la cordialità della persona e per la facilità che queste persone hanno di comunicare con gli altri. Petrìzzi era una di queste persone! Petrìzzi era esattamente così!
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Mattmark 1965: la piĂą grande tragedia del lavoro Italiano in Svizzera

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Giovanni Longu   
Venerdì 29 Agosto 2008 02:06
Il Vallese è per gran parte dell’anno una vallata soleggiata a vocazione eminentemente turistica. Possiede ben 120 destinazioni invernali ed estive. Un forte richiamo è dato dalle sue 51 cime oltre i 4000 metri, ma anche dalle innumerevoli escursioni che offre ai meno ardimentosi a diverse altitudini.

Un’importante fonte di reddito del Vallese proviene tuttavia dallo sfruttamento delle immense risorse idriche. Nel Vallese si concentrano i due terzi dei ghiacciai presenti in Svizzera, compreso il più grande d’Europa, l’Aletsch, che fa parte del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Questi ghiacciai alimentano innumerevoli corsi d’acqua che negli anni Cinquanta e Sessanta sono stati sbarrati da poderose dighe, alcune delle quali sono divenute vere celebrità mondiali. Il Vallese produce circa un quarto dell’elettricità svizzera. Il solo lago della Grande Dixence, con la diga in cemento più alta del mondo (285 m), può contenere fino a 400 milioni di metri cubi d’acqua che permettono di produrre circa 2,1 miliardi di chilowattora l’anno.

Dopo l’epoca delle costruzioni ferroviarie degli ultimi decenni dell’Ottocento e il primo del Novecento, gli anni Cinquanta e Sessanta del secondo dopoguerra segnano l’epopea delle grandi costruzioni idroelettriche lungo tutto l’arco alpino, ma soprattutto nel Vallese.
Ultimo aggiornamento Sabato 25 Ottobre 2008 22:54
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Mezzogiorno e immigrazione clandestina

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Giovanni Longu   
Venerdì 15 Agosto 2008 15:03
Qualche giorno fa ho visto un breve servizio televisivo, con protagonisti che si nascondevano il volto per paura, sulla situazione dei raccoglitori di pomodori nel Mezzogiorno, immigrati clandestini dal Nord Africa, sistemati in alloggi di fortuna, senza servizi igienici e senza assistenza medico-sanitaria, sfruttati impietosamente, perché non ci sono più italiani disposti a lavorare nei campi sotto il sole cocente. Per certi lavori si trovano solo immigrati, molto spesso clandestini.

Conoscevo il fenomeno, arcinoto da anni, che puntualmente si ripete, ad ogni stagione della raccolta delle fragole, dei pomodori e altri prodotti ortofrutticoli. Insieme all’indignazione che provoca ogni episodio di sfruttamento, ho provato molta tristezza perché la storia non sempre è maestra di vita e la memoria è molto evanescente.

Fino a pochi decenni fa il Mezzogiorno era il serbatoio più grande di manodopera a buon mercato per mezza Europa. I meridionali erano disposti a svolgere qualunque mestiere, nell’Italia del Nord e all’estero, pur di sfamarsi e portare a casa un buon gruzzolo a fine stagione o spedirlo mensilmente il giorno dopo la paga. I meridionali svolgevano in mezza Europa i lavori più duri e più pericolosi, in condizioni talvolta disumane. Avevano dapprima affiancato e poi sostituito gli italiani del nord nei lavori ferroviari e nell’edilizia, nello scavo delle gallerie e nelle miniere di carbone. Molti, non solo al Lötschberg (Svizzera) o a Marcinelle (Belgio), vi hanno perso la vita.
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Marcinelle e Lötschberg per non dimenticare

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Giovanni Longu   
Giovedì 07 Agosto 2008 03:49
A poche settimane dalla commemorazione della tragedia italiana del 24 Luglio 1908 nella galleria del Lötschberg (Svizzera), ci tocca ricordarne un’altra, più recente, avvenuta in Belgio l’8 agosto 1956, nota come la catastrofe mineraria di Marcinelle.

Tra le due disgrazie, ci sono molte differenze, ma anche analogie importanti.
C’è anzitutto la differenza temporale, che fa sì che il ricordo della prima sia meno vivo e affidato quasi esclusivamente ai resoconti della stampa e ai memoriali, mentre per la seconda disgrazia, più recente, il ricordo è ancora vivo e bruciante perché oltre ai memoriali esistono numerose testimonianze di protagonisti ancora viventi e soprattutto la documentazione della stampa, della radio e della televisione. E quelle testimonianze, a rileggerle, risentirle o rivederle a distanza di 52 anni fanno ancora rabbrividire.

Entrambe le disgrazie sono avvenute sotto terra e già questo fatto induce tristezza perché evoca una morte atroce. Poco importa che le due disgrazie siano avvenute in tempi e luoghi lontani tra loro, esse videro come protagoniste le forze della natura scatenarsi con una violenza estrema contro lavoratori che dovettero subire indifesi l’onta dello sfregio e della morte straziante.

Secondo le ipotesi più accreditate, i 25 operai addetti allo scavo del Lötschberg sul fronte più avanzato, morirono quasi istantaneamente all’impatto con l’enorme massa di acqua, fango e detriti penetrata inaspettatamente nella galleria. Nella disgrazia di Marcinelle la morte dovette essere più atroce perché meno repentina. Per un errore umano e per il malfunzionamento di un dispositivo, si verificò un violento incendio di vaste proporzioni nella miniera di Marcinelle ad una profondità di 975 metri. Il calore infernale e il fumo asfissiante invasero le gallerie dove si estraeva il carbone e non lasciarono scampo a 262 minatori di cui 136 italiani.
Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Ottobre 2008 14:49
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FURTO DI SAN ROCCO E SAN SOSTENE

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Gregorino Capano   
Giovedì 03 Gennaio 2008 14:53

Ai primi del 1900, in San Sostene successe un fatto strano, tutti sapevano e i nostri santi erano molto miracolosi e quindi i paesi limitrofi erano diventati invidiosi di questi due santi osannati da tutti. Come ogni anno, il 16 di agosto era la festa. Alcuni giorni prima, quattro malfattori di Davoli decisero di rubare le due statue di San Rocco e di San Sostene, il piano si dimostrò perfetto. Durante la notte si presentarono in piazza con un carro trainato dai buoi, a quell’ora la popolazione dormiva e le poche persone che notavano quel carro parcheggiato nella piazza non poteva destare alcun sospetto per un imminente furto. Indisturbati presero le statue dei santi e le caricarono sul carro senza che nessuno se ne accorgesse.

La mattina, con grande stupore il parroco si accorse di tale ammanco sacro, chiamò il sacrestano e gli raccontò dell’accaduto, immaginate quale sgomento regnava in quel momento in chiesa, il prete ordinò al sacrestano di andare a Davoli e denunciare il fatto alla locale stazione dei Carabinieri, allora il telefono non esisteva, prese in prestito un asinello e si avviò verso Davoli dalle forze dell’Ordine. A quei tempi, un furto così sacro era inimmaginabile, i carabinieri si avviarono a San Sostene e stilarono il relativo verbale di denuncia per furto, le indagini furono immediate, le ricerche anche e la popolazione era in fermento.

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U SAMPAVULARU

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I Calabresi nel Mondo
Segnalato da Gregorino Capano   
Giovedì 03 Gennaio 2008 14:31
U sampavularu era un uomo che portava con sé i serpenti in una cassetta di legno a forma di cerchio. Questo strano personaggio era una vera attrazione per noi bambini di allora, però eravamo molto cauti ad avvicinarci alla sua magica cassetta.

La leggenda dice che questi sampavulari erano stati addestrati da San Paolo in quanto durante il suo viaggio verso Roma, passò proprio dalla nostra zona di San Sostene. Il Vangelo stesso dice che San Paolo fu morso da un serpente velenoso ma egli non morì e fu suo compito insegnare a questi personaggi come si faceva a catturare i vari serpenti senza rischiare di essere morsi e morire.

Spesso quest’uomo passava per le vie, e chiedeva l'elemosina, un corteo di bambini comunicava il suo arrivo. Tutti lo conoscevano e lo chiamavano u "sampavulàru". Quando glielo chiedevano e riteneva giusto, prendeva fra le mani quella strana cassettina fatta a due scomparti e ne faceva vedere il contenuto: c'erano dei serpenti vivi e vegeti.

Di solito portava sempre due tipi di razze diverse un maschio e una femmina.

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