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Emigrazione

Vota e condividi questo articolo nel Social Network: Bookmark and Share  Lo rivela una rivista francese

«Il polentone d’un tempo, oggi si chiama buzzurro». Lo apprendiamo da un articolo, apparso su una rivista francese, «NewFrance Magazine», che si occupa di Richard Lynn e del suo discutibile «studio» sull’intelligenza degli italiani. Oggi, infatti, nel nord-Italia» - spiega la rivista d’oltralpi - «quel tipo di persona, goffo, lento, imbranato nell’agire e abituato a fare grandi scorpacciate di polenta, che gli italiani meridionali apostrafavano simpaticamente con l’epiteto di “polentone”, in contrapposizione all’appellativo di «terrone» da loro attribuito ai meridionali nostalgici della terra d’origine, quasi non esiste più. Il ritmo di vita è cambiato e la quotidianità in buona parte del Settentrione è diventata molto frenetica rispetto a ieri, con un ritmo che impedisce a chi ci abita persino di pensare». «Il polentone d’un tempo», si legge sempre nel magazine francese, «comunque si distingueva per il suo simpatico modo di scherzare, era buono e per niente posseduto da idee vere e proprie di forme di razzismo, né dalla cattiveria e malignità che molti oggi dimostrano». 

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Articolo dedicato a tutti coloro che sono stati costretti ad abbandonare la propria terra senza farne più ritorno.

Un Paese, che si è trovato sempre dalla parte sbagliata, racconta il vecchio, accarezzando un lupo accucciato tra le sue gambe. “Quella dei poveri e dei vinti”.
Una terra, la Calabria, dalla quale sono passati tutti, “greci e romani, arabi e normanni, svevi e angioini”.

Dopo la forzata Unità d'Italia (non certa voluta dal Sud Italia) il nuovo governo piemontese riunitosi a Torino da Re Vittorio Emanuele II, constatato che le casse erano vuote,
indebolite drammaticamente anche dalla intrapresa guerra di conquista, decide per prima cosa di prosciugare le ricche casse del Banco Nazionale delle Due Sicilie (grazie alle rimesse degli emigrati meridionali sparsi per il mondo), per coprire i debiti dei Savoia.

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Occorre anzitutto ricordare che nel 1948 sia l’Italia sia la Svizzera avevano una lunga esperienza non solo di emigrazione, ma anche di rapporti bilaterali in materia. Durante la guerra, il tradizionale flusso migratorio si era solo interrotto. Tanto è vero che riprese già nel 1946. Eppure l’Accordo d’emigrazione tra la Svizzera e l’Italia del 1948 rappresenta un nuovo punto di partenza molto importante per la storia dell’immigrazione italiana del dopoguerra in questo Paese.

A distanza di 60 anni è lecito chiedersi se quell’Accordo è stato un buon accordo. Per il fatto che sia durato per oltre quindici anni, fino alla sua sostituzione con quello del 1964, verrebbe spontaneo rispondere affermativamente. Osservato nell’ottica delle conseguenze che ha provocato, la risposta andrebbe tuttavia quanto meno diversificata a seconda dei protagonisti: la Svizzera, l’Italia e, ben inteso, gli immigrati italiani in Svizzera.

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Se ne parlava da anni e non si sapeva dove farlo, come farlo, e dove trovare i soldi per realizzarlo. In Italia, per certe cose mancano sempre i soldi, anche quando si tratta di recuperare la propria memoria storica! Sono trent’anni che l’emigrazione italiana (almeno quella di massa) è finita e se ne sta perdendo lentamente il ricordo.

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Una dolorosa necessità!

La storia dell’emigrazione italiana in Svizzera non ha una data d’inizio perché il passaggio della frontiera, da una parte e dall’altra, per motivi di lavoro c’è sempre stato da quando esiste appunto una frontiera che separa i due Paesi. In epoca moderna, dopo la costituzione della Svizzera in Stato federale (1848) e dell’Italia in Stato unitario col Regno d’Italia (1861), la prima data ufficiale relativa all’emigrazione italiana in Svizzera è quella del 22 luglio 1868, quando tra i due Paesi venne firmata la “Convenzione di stabilimento fra la Svizzera e il Regno d’Italia”. Questo primo accordo ha regolato i flussi migratori praticamente fino a quando la prima guerra mondiale pose di fatto fine alla libera circolazione delle persone dei due Paesi e a quella che si potrebbe definire la prima fase dell’emigrazione italiana in Svizzera.

Nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale il flusso migratorio tra l’Italia e la Svizzera fu molto ridotto fino ad azzerarsi negli anni della guerra. Non appena le armi cessarono di martoriare l’Europa belligerante, l’emigrazione si ripropose per l’Italia come un’esigenza primordiale per attenuare la pressione sociale della diffusa disoccupazione, soprattutto a Nord. Per questo i primi governi del dopoguerra, occorre dirlo, furono attivissimi nel cercare e firmare accordi d’emigrazione, praticamente con tutti i Paesi interessati ai migranti italiani. In pochi anni vennero firmati accordi d’emigrazione con il Belgio (capofila con l’accordo del 23.6.1946), il Lussemburgo, l’Argentina, la Svezia, la Francia, la Gran Bretagna, l’Olanda, il Brasile, l’Uruguay, l’Australia, Il Canada, e persino con la Cecoslovacchia e l’Ungheria.

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