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di Domenico Caruso
Sulpicio, oltre alla Vita e ai Dialoghi, ha scritto tre Lettere (Epistulae) - fra il 397 e il 398 - che riferiscono nuovi episodi e in particolare la morte e i funerali di Martino. Nella Lettera indirizzata a Bassula, descrive l’ultima ora, quella della verità e della luce, di cui il santo vescovo ebbe la premonizione. Egli avrebbe desiderato concludere serenamente la sua laboriosa esistenza nel monastero, ma un duro compito l’attendeva a Candes. Pertanto, all’inizio di novembre del 397, accompagnato da una schiera di discepoli, si mise in cammino per sedare la diatriba accesa tra i monaci di una parrocchia da lui fondata. Costeggiando la Loira, all’improvviso notò una frotta di svassi (rapaci) che ingoiavano del pesce, “senza mai essere sazi di divorare”. Paragonandoli ai demoni, alzò la voce e comandò ad essi di lasciare il fiume.
Giunto a Candes, ristabilì la pace tra i fratelli, prima di convocarli per annunciare la sua prossima fine. Visse, così, gli ultimi giorni con una febbre ardente, stremato dalla fatica e dalla penitenza. Chiese, quindi, di venire disteso al suolo, sopra un letto di cenere e un cilicio, coperto da una ruvida pelle di capra. Ai discepoli che tentavano di rendergli meno scomoda la morte, esortò: «Io, se vi lasciassi un altro esempio, avrei peccato!». Comunque, Martino dovette subire gli ammonimenti dei fratelli: «Padre, perché ci abbandoni? A chi ci lasci, tutti soli? Sul tuo gregge, lupi rapaci stanno per scagliarsi, e chi ci scamperà dal loro morso se il pastore è raggiunto per primo?» (Dalle Lettere).
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