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I Calabresi

Storia, tradizioni e peculiarità linguistiche sulle minoranze etniche grecaniche, albanesi e occitaniche presenti nel territorio della Calabria.
La Calabria nel corso dei secoli è stata meta di moltissimi popoli, a volte ospiti, a volta ostili, diversi per tradizioni, lingue e religioni: greci, latini, arabi, ebrei, svevi - normanni, francesi, albanesi, spagnoli, occitanici, slavi, armeni, e altri ancora.
Vota e condividi questo articolo nel Social Network: Bookmark and Share Gli Ebrei arrivano in Calabria portati da Enrico VI e a Nicotera da suo figlio, Federico II. Scrive Oreste Dito: “Catanzaro, favorita dalla stessa posizione, in facile comunicazione coll’Ionio e col Tirreno, era il centro di maggiore importanza industriale e di maggiore traffico degli Ebrei dell’uno e dell’altro litorale. Altri stanziamenti erano a Nicastro, Monteleone, Tropea, Nicotera, Seminara, nelle due piane di S Eufemia e di Palmi. Nella zona montuosa dell’estremo lembo di Calabria, sono ricordati centri giudaici ad Arena, a Galatro vicino al Mètramo, e a Tritanti, frazione del comune di Maropati.”
Le maestranze ebree erano specializzate nell’arte della tintoria; utilizzavano sostanze coloranti portate dall’India, per cui il nome di indaco, e nell’industria della seta. Essi con la
loro operosità e la loro intraprendenza contribuirono alla trasformazione economica della Calabria.

Sembra più che probabile che nuclei di ebrei si trovassero nelle città costiere del Bruzio fin dai tempi dell’antichità classica. I luoghi del commercio – Reggio Calabria, Locri, Crotone, Squillace – non potevano restare fuori dal circuito percorso dall’attività dei levantini, i quali si muovevano in tutto il Mediterraneo. Ed è proprio agli Ebrei che si deve l’introduzione del Vangelo nelle città costiere del Bruzio, toccate per motivi economici.
Reggio per la sua posizione e il suo ruolo di porto di transito ed emporio commerciale aveva l’aspetto di una città cosmopolita. Dovettero essere proprio gli elementi asiatici, mischiati alla popolazione indigena, a costituire l’anello di congiunzione con i nuovi apostoli della fede cristiana.
Non sarebbe neanche del tutto improbabile ricollegare con la presenza degli Ebrei in Reggio la leggenda dell’origine stessa della città, che gli storici calabresi non hanno alcun dubbio ad attribuire ad Aschenez, nipote o pronipote di Noè
Si pensa che gli Ebrei siano giunti in gran numero nel Bruzio dopo la caduta di Gerusalemme nel 70. Ma, in questo caso, si tratterebbe di un nuovo afflusso, perché essi vi erano già da tempo, secondo la testimonianza di Strabone, il quale afferma che ai suoi tempi non vi era luogo sulla terra abitata nel quale gli Ebrei non si fossero stabiliti.
 Sulla loro presenza a Reggio, anteriormente al secolo XI, si ha qualche testimonianza in rare iscrizioni ebraiche e in alcune greche e latine, nelle quali affiorano nomi di personaggi di provenienza levantina: siriani, rodii, istraeliti e, perfino,  samaritani. Ma notizie più particolareggiate sulla presenza degli Ebrei in Calabria, in modo particolare a Bisignano e Rossano, è possibile trovarle nella vita di S. Nilo.
 
A Cosenza doveva esserci, fin dall’antichità, un considerevole numero di Ebrei, che vi avevano il proprio quartiere, la Giudeca o Iudaica, la quale fu posta sotto la giurisdizione dell’arcivescovo nel 1903. A S. Severina esisteva il quartiere della “Iudea”, contiguo a quello antichissimo della “Grecia”. Ciò fa supporre che gli Ebrei vi fossero pervenuti fin dai tempi bizantini. Tuttavia una massiccia migrazione verso la Calabria si ebbe con l’avvento degli svevi nella regione, per il trattamento di favore accordato agli ebrei prima da Enrico IV e poi da Federico II, per incrementare le industrie della seta, della tintoria, del cotone, della canna da zucchero e della carta. E ciò non perché essi lavorassero in quelle industrie, ma perché ne intensificassero la produzione, contribuendo così al progresso dell’economia locale, attraverso il prestito di capitali.
Essi praticavano tassi molto elevati e il sovrano Federico II, che pure aveva voluto che gli Ebrei si differenziassero dai Cristiani attraverso gli abiti indossati, ben si guardò di mitigare l’usura, giustificandola come una professione non contraria ai sacri canoni.

La Taxatio o Cedula subventionis del 1276 offre una documentazione attendibile che permette di stabilire che, in quell’epoca, comunità ebraiche erano presenti nella maggior parte delle località calabresi, grandi e piccole.
Gli Ebrei, riuniti nel proprio Ghetto o Iudeca, si reggevano con ordinamenti propri, secondo le proprie tradizioni. Costituivano, dunque, una comunità a parte, regolata da leggi differenti da quelle osservate dai Cristiani, quali, per esempio, l’osservanza del sabato e la celebrazione della Pasqua. Per gli atti di culto avevano la loro sinagoga e per l’istruzione la propria scuola, che, spesso, coincideva con la sinagoga stessa. 
A Reggio la sinagoga era situata in una zona abitata da Cristiani e la promiscuità dava origine a non pochi inconvenienti. I Cristiani lamentavano le interferenze del rito ebraico durante lo svolgimento delle loro funzioni e, perciò, chiedevano che i Giudei distruggessero la sinagoga e ne costruissero un’altra nel proprio quartiere. Di fronte a questa situazione il governo angioino cercò di non scontentare né i Cristiani, né gli Ebrei. Fu dato ordine che, se le cose stavano come riferite dai cristiani, se, cioè, la sinagoga si trovava troppo vicino al loro quartiere, questa doveva essere demolita e gli Ebrei compensati in modo equo. Se, poi, i Cristiani non ne volevano la distruzione, ma preferivano utilizzare l’edificio, esso poteva essere loro concesso ad un prezzo congruo. E, in ogni caso, agli Ebrei era consentito di costruire una nuova sinagoga nella loro zona.
 
L’attività degli Ebrei si svolgeva soprattutto in campo economico e commerciale. A Reggio essi avevano nelle loro mani l’industria della seta e della tintoria. Gli Ebrei applicavano il metodo di tingere i tessuti con l’indaco e i prodotti pregiati venivano esposti e venduti non solo nelle principali fiere del Regno, ma anche nel resto d’Italia, in Francia, Spagna e nell’Africa mediterranea.

Era proprio per l’impulso dato all’economia che gli Ebrei non erano solo tollerati, ma anche favoriti. La stessa benevolenza goduta a Reggio, fu ad essi assicurata anche a Catanzaro e nelle altre città della Calabria.
Se il contributo all’incremento dell’industria e del commercio, soprattutto nel secolo XV, fu sensibile, essi non mancarono di distinguersi neanche in campo culturale. A Reggio fu impiantata una tipografia, la seconda nel Regno di Napoli, fin dal 1475, da Abraham ben Garton, che, in quell’anno, vi stampò il Pentateuco in ebraico, prima stampa di un libro in caratteri israelitici non solo in Italia, ma in tutto il mondo. E tre anni dopo un altro ebreo, Salomone di Manfredonia, impiantava una tipografia a Cosenza.
Intanto, per ovviare alla piaga dell’usura, i maggiori responsabili della quale erano considerati proprio gli Ebrei, nacquero, nel secolo XV, i Monti di pietà, che si proponevano di prestare denaro ad un tasso molto esiguo o dietro consegna di un pegno.
Di questa istituzione si fecero propagatori i Francescani, particolarmente il Beato Bernardino da Feltre. Ne furono fondati anche in Calabria, ma nel secolo XVI, quando ormai gli Ebrei non vi erano più.
 
La convivenza tra gli Ebrei e i Cristiani, tuttavia, non fu sempre pacifica. Nel 1264 gli Ebrei di Castrovillari uccisero il B. Pietro da S. Andrea,  fondatore e propagatore del francescanesimo in Calabria. Altre volte furono i Cristiani ad infierire sugli Ebrei, accusati di pratiche malefiche, nefandezze ed altri misfatti. Così, nel 1422, essi furono additati come colpevoli di avvelenare le acque delle fontane di Montalto e dei paesi vicini.
Gli Angioini non furono teneri verso gli Ebrei, ma non si può neanche dire che furono dei persecutori; si adoperarono per la loro conversione alla fede cattolica, favorendo in ogni modo chi operava questa scelta. Nel Parlamento, tenuto a S. Martino della piana il 30 maggio 1283, si decretò che agli Ebrei non fossero imposti dei gravami oltre a quelli esistenti. Con l’editto del 1 maggio 1294 si concedevano particolari facilitazioni a chi di loro si fosse convertito alla fede cristiana. Viceversa il 4 aprile del 1307 veniva confermata la disposizione di Federico II, poi e riesumata da Carlo I d’Angiò, per cui essi dovevano differenziarsi dai cristiani nelle vesti.

Dopo la pace di Caltabellotta (1302) alla città di Reggio furono concessi dagli Angioini diversi privilegi di cui usufruirono anche gli Ebrei che vi risiedevano. Tra gli altri vantaggi si ricorda la fiera franca del 15 agosto, che, accordata da Luigi e Giovanna d’Angiò nel 1375, faceva confluire nella città molti mercanti pisani, lucchesi e napoletani, per l’acquisto della seta e di altre mercanzie, di cui gli Ebrei avevano il monopolio. Nel 1417 l’Università di Catanzaro appoggiò la richiesta da essi rivolta al governo di essere dispensati dal portare il segno distintivo, l’esonero dal pagamento della “gabella della tintoria”, nonché l’assicurazione di non essere molestati né dagli ufficiali regi, né dagli inquisitori ecclesiastici. Poco dopo gli Ebrei ottenevano di formare una comunità unica con i Cristiani, senza alcuna discriminazione nei loro riguardi.
 Il re Alfonso il Magnanimo, negli anni 1444-1445, fece varie concessioni alle comunità ebraiche di Cirò, Crotone, Taverna ed altre città; nel 1447 concesse agli Ebrei di Tropea la parificazione tributaria ai Cristiani.
Anche gli Ebrei di Castrovillari raggiunsero una pacifica convivenza con la popolazione locale. Quando essi lasciarono la città, nel 1512, fecero cessione della loro Scuola all’Università. A Montalto la sinagoga fu soppressa nel 1497 e le rendite furono destinate alla chiesa matrice, mentre la Scuola fu lasciata all’Università, che la trasformò nella Cappella della Madonna delle Grazie.
 
La giurisdizione civile e criminale sugli Ebrei, dai Normanni e dagli Svevi, fu concessa ai vescovi.
Nel 1093, la Giudaica di Cosenza fu sottoposta dal Duca Ruggero Borsa alla giurisdizione dell’arcivescovo, al quale gli Ebrei dovevano pagare le decime. Più tardi il re Guglielmo I trasferì alla Curia cosentina alcuni diritti sugli Ebrei, e Federico II, nel marzo 1212, concesse all’arcivescovo Luca non solo le decime ma, anche, la Scuola ebraica.
Il papa Bonifacio IX, il 26 giugno 1403, dietro richiesta degli Ebrei di Calabria, esortò i vescovi a difenderli dalle vessazioni degli inquisitori. Ma la giurisdizione vescovile a poco a poco venne meno per le manomissioni dei baroni e delle Università, che la pretendevano.
Il provvedimento non migliorò la situazione degli Ebrei, i quali furono angariati dagli ufficiali civili non meno che da quelli ecclesiastici. Di ciò gli Ebrei siciliani, trasferitisi a Reggio, si lamentarono con il re nel 1494; motivo per il quale il sovrano  decise di restituire la giurisdizione della Giudeca all’arcivescovo.
Ma a mettere la parola fine alle dispute relative alle competenze, intervenne la cacciata degli Ebrei dal Regno, nel 1510. E’ necessario notare, infatti, che alla tolleranza della Chiesa nei loro confronti, si oppose l’atteggiamento antitetico dei sovrani spagnoli. Essi, scacciando gli Ebrei da Regno, non solo commisero un atto di xenofobia, ma assestarono un colpo fatale all’economia dell’Italia meridionale, in generale, e della Calabria, in particolare. 

Cominciarono così le prime difficoltà degli Ebrei. Esse si aggravarono quando nel 1511 i Genovesi, che avevano da sempre sperato di sostituirsi a quelli, chiesero ed ottennero dalla Corte di Madrid un decreto di espulsione degli Ebrei. “Gli Ebrei partirono recando seco le accresciute fortune, e il ricordo che la prima Bibbia Ebraica era stata stampata da una tipografia di Reggio Calabria. Dopo la loro partenza, la proficua speculazione della seta venne in mano dei Genovesi, e in piccola parte in mano dei Lucchesi”.
Da quel momento il Meridione fu oggetto di sfruttamento intensivo, e regredì ogni anno di più. Le maestranze ebree erano riuscite a perfezionare la lavorazione della seta e la tintura dei tessuti, che, per la loro preziosità, erano ricercati in tutta Europa, e avevano impinguato con i loro tributi le casse esauste delle università calabresi. Essi avevano lasciato dietro di loro un grande rimpianto, per cui In data posteriore al 24 marzo 1492 l’università di Tropea reclamava a favore degli Ebrei.

Nel XVI secolo fuori della Calabria le Giudecche furono tramutate in ghetti, parola che sembra derivare dal veneto gitto, che indicava una fonderia un cui venivano gettati i metalli. Il ghetto si distingueva dalla giudecca perché non era più un domicilio volontario; in esso gli Ebrei venivano ristretti in spazi angusti, circondati da alte mura interrotte da un solo portone, che veniva chiuso dall’esterno al tramonto ed era riaperto al sorgere del sole. Il portone era sorvegliato da una sentinella, il cui stipendio era a carico degli Ebrei. Nessun Ebreo nottetempo e per nessuna ragione poteva allontanarsi dal ghetto..

Maggiori informazioni sugli Ebrei in Calabria, si consiglia di visitare i seguenti link:
> GLI EBREI IN CALABRIA DAL XIII AL XVI SEC 
> Associazione per lo studio e la ricerca e lo studio sugli Ebrei in Calabria e in Sicilia
Donna di CoriglianoIn questi ultimi anni, e soprattutto dagli ultimi due conflitti mondiali, la donna ha compiuto passi da gigante verso la sua emancipazione, acquisendo sempre più la consapevolezza di essere in grado di ricoprire un ruolo attivo nella società. Ella ha saputo combattere i pregiudizi e lo sfruttamento delle sue prestazioni lavorative da parte degli uomini, che la ritenevano “sesso debole”, riuscendo a imporsi con la sicurezza di chi sa che non deve rinunciare ai diritti che le competono.

Anche le donne calabresi sono da tempo animate dalla stessa fermezza e dalla medesima fede delle donne di tutto il mondo nel raggiungimento di questa indipendenza dinanzi alla quale la macchina della storia non potrà ormai fermare il suo cammino. Certo se si confronta l’universo femminile calabrese di oggi con quello del passato, non si può non gioire per il grande salto di qualità. Per i nostri antenati la donna era, rispetto all’uomo, un essere inferiore e aveva un ruolo di passiva sottomissione.

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Salvatore Capano o Rino come da noi chiamato, è nato a Crotone il 14 febbraio del 1933 e da sempre ha abitato a San Sostene, fin da piccolo dimostrava le sue ottime qualità atletiche di agilità e forza. Da giovinetto ha iniziato ad imparare l’arte del fabbro, spesso usava la mazza con il suo mastro. Questo sistema di battere la mazza sul ferro caldo imponeva all’apprendista di apprendere al più presto come si doveva battere in sintonia col mastro, le mazzate dovevano essere perfettamente sincronizzate, quando uno si trovava in battere, l’altro doveva trovarsi in levare, una piccola distrazione rischiava ad ambedue di farsi male (in dialetto si dice: dallàra). Intanto i suoi muscoli aumentavano.

A 16/17 anni per scommessa riusciva a sollevare l’incudine che pesava 105 chilogrammi circa, per lui era un gioco mentre per gli altri era un’impresa impossibile, come premio per la scommessa, vinceva una gassosa prodotta da Sostene Ranieri (‘e Cacalana). Logicamente Rino era l’orgoglio dei suoi mastri, parlo pluralmente perché tutti lo volevano, in quel periodo a San Sostene c’erano oltre 87 artigiani tra falegnami, sarti, barbieri, boscaioli, carbonari, fabbri, maniscalchi ed altri. Nelle sue imprese di agilità non bisogna dimenticare il salto delle siepi che erano alte 1,50 metri, i muri in profondità che erano alti 5 o 6 metri circa.

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Si chiamava Michele, ma per tutti era Michele u Giamba. Lo vedevo ogni giorno e a tutte le ore vagabondare per le vie del paese. Sempre per strada, sempre in cammino. Alla ricerca di un barattolo, di un pezzo di legno, di una pietra o di un qualsiasi oggetto abbandonato o buttato nella spazzatura. Altre volte lo vedevo seduto per terra a raccogliere avanzi di sabbia. La raccolta non avveniva se non prima si fosse ben assicurato che quel materiale era stato abbandonato, un rifiuto.

Michele conduceva una vita poverissima ma molto tranquilla, dignitosa e rilassata, non riusciva ad appropriarsi indebitamente neanche di una briciola di pane. Per lui tutto era utile. Un barattolino vuoto poteva servire a dar da bere ad un uccellino. Questa era stata la risposta e la spiegazione alla mia domanda, nel vederlo raccogliere una vuota scatoletta di tonno.

Michele era un uomo minuto, asciutto, capelli ricci brizzolati e scapigliati, spesso portava una barba bianca lunga ed incolta, Michele era nato a Platì l’8.10.1923 e nel suo paese natale in data 20.02.2006, aveva finito il cammino terreno, lo stesso giorno in cui 7 anni prima lo aveva lasciato Rachele.

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Nei primi del 1920, nel circondario dei paesi limitrofi a San Sostene, c’era un religioso, alcuni dicono che era un fraticello, altri invece, dicevano che era un prete che si chiamava don Peppe Addino. Questo personaggio era molto famoso nella nostra zona ed era molto disponibile al richiamo delle persone malate dei luoghi vicini. Le sue qualità erano soprannaturali, era un saggio e conoscitore dei metodi naturali per curare le persone, sfruttando prodotti o sistemi che la natura gli offriva e la trasmissione dei segreti naturali che gli anziani gli tramandavano.

Se non erro, quest’uomo era di Sant’Andrea, Angelo forse avrà già sentito parlare di questo personaggio. Un giorno, come tante altre volte, don Peppe ricevette, a casa sua, un uomo molto disperato ed invitava il religioso a recarsi da sua madre che era gravemente malata, la malcapitata abitava a San Sostene Marina e gli disse che sua madre era in fin di vita. Do Peppe lo rassicurò che se domani sua madre era ancora viva, lui l’avrebbe salvata. L’uomo ritornò speranzoso verso casa e confortò sua madre delle parole del religioso, la notte i familiari pregarono il Signore affinché l’indomani fosse ancora viva.


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