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I proverbi

Vota e condividi questo articolo nel Social Network: Bookmark and Share I proverbi e le sentenze popolari in dialetto gagliatese sono pressoché quelli in uso in tutta la regione, e quindi omettiamo qui di farne menzione. Ne riportiamo alcuni che riguardano particolarmente il paese di Gagliato.
Quello che è il più conosciuto per tutta la Calabria, e che, per la sua seconda parte, fa venire la mosca al naso a più d’uno (specialmente fra i giovani) è il seguente: «Si vua 'mu ti mariti va’ a Gagghjiatu, / ammìenzu Chjiaravadhi e Santu Vitu» (Se ti vuoi sposare va’ a Gagliato, al centro tra Chiaravalle e San Vito sullo Jonio). Fin qui nulla di grave, si direbbe. Se non che il seguito appare irriguardoso e, ahinoi!, lesivo della buona reputazione di cui invece godono le ragazze da marito gagliatesi. I versi successivi quasi certamente aggiunti da qualche buontempone di un paese vicino, chissà?, forse perché non corrisposto da qualche fanciulla dei tempi andati, è la seguente: «All’ùottu jùorni scindi a Suvaratu, ti pigghji la patenti di curnutu» (Dopo otto giorni puoi scendere nella vicina Noverato per prenderti la patente di cornuto).

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Piccola selezione di alcuni proverbi ed espressioni locali, comunementi usati nel linguaggio quotidiano di ogni calabrese residente nella provincia di San Sostene:

Megghju oja l'ovu ca' domana 'na gadrìna (Meglio un uovo oggi, che una gallina domani)
Mazzi e panelli hànnu i higghj belli, pana senza mazzi hannu i higghj pazzi (Botte e carezze fanno i figli belli, pane senza botte fanno i figli pazzi)
Porci e ffigghjòli comu i mpari i trovi (I maiali e i figli come li educhi li hai)
Doppu i cumpetti si vidanu i dihètti (dopo il matrimonio si scoprono i difetti dei coniugi)
Mugghjeri e bboi di pajìsi toi ( La moglie e i buoi dovrebbero essere cercati nel proprio paese)
Megghju n’amicu ca centu ducati (Meglio avere un amico che cento ducati [monete])
L’omu gelùsu mora cornùtu (L’uomo geloso muore pensando che egli è cornuto)
Acqua passata on macina mulinu (Non pensare alle cose passate perché non possono essere modificate)
A megghju morta esta a subbitània (Quando si deve fare qualcosa, conviene farla subito)
A pratica ruppa a grammatica ( La pratica aiuta più delle regole)

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Il lavoro nei proverbi calabresi

di Domenico Caruso
Nessuno l’avrebbe immaginato. Negli ultimi decenni la vita è talmente mutata da non riconoscerci più. Il passaggio dal mondo agricolo a quello industriale ha provocato un disorientamento generale.

I rapporti umani sono diventati difficili, in quanto sono le macchine a lavorare per noi. La realtà ha ceduto il posto alla virtualità.

Eppure si avverte il rimpianto di un passato che, nonostante le ristrettezze economiche, ci rendeva tranquilli. Quel tempo è ormai racchiuso nei detti e nei proverbi che la cultura subalterna ci ha tramandato.

Per secoli si è “sbarcato il lunario”, cioè si è guardato il calendario per spendere oculatamente i pochi sudati risparmi:
Pe’ tirari avanti ‘a bbarracca.
 

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di Domenico Caruso
Fin dall’antichità la donna è stata considerata in condizioni subalterne e relegata al ruolo domestico, poiché veniva ritenuta meno capace e meno intelligente dell’uomo. Gli aforismi rivelano, perciò, una costante misogina:

‘A fìmmana ‘ndavi ‘i capidi longhi e ‘a menti curta.

(La donna ha i capelli lunghi e il cervello corto). Oggi, avendo la donna vinto la battaglia sulla parità di diritti, è crollata la teoria della sua incapacità. I Romani si limitavano al censimento delle facoltose e soltanto dal III sec. d. C. Diocleziano ordinò per motivi fiscali la registrazione delle donne. Ancora, nel terzo millennio, non si è spenta del tutto l’eco della società maschilista che bandiva il gentil sesso dalle cariche civili e religiose:

All’omu ‘a scupetta, a’ fìmmana ‘a cazetta.

(All’uomo il fucile, alla donna la calza). Ed ancora:

Se voi vidìri la bbona massara, guàrdala quando smìccia la lumera.

(Intenta a lavorare al lume di candela puoi incontrare la perfetta massaia).

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