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Politiche per gli Italiani nel Mondo

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 avviata fine 1900 e che continua ancora (oggi ) inizi 2000

Ratifica del Nuovo accordo su assicurazione sociale Italia-Canada
Firmato a Roma il 23 maggio 1995.

Sono stata emigrante in Canada per 26 anni ed ora sono in pensione.
Ricevo dal Canada le due pensioni dovutemi : Canada Pension Plan $ 67 e Old Age Pension $ 310
mensili; mentre dal Governo Italiano ricevo $ 8 ( otto) mensili.

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Gli italiani residenti in Svizzera continuano ad essere il gruppo nazionale straniero più numeroso, ma non il più «attivo». Tra la «popolazione attiva», ossia quella in età lavorativa (occupata e disoccupata), al primo posto sono balzati i tedeschi. Questo primato apparteneva loro per lunga tradizione, l’avevano ceduto agli italiani alla vigilia della seconda guerra mondiale, per riprenderselo lo scorso anno.
A far diminuire la popolazione complessiva italiana contribuisce non solo il saldo migratorio costantemente negativo fin dagli inizi degli anni Settanta (anche se nel 2007 e 2008 è stato positivo, rispettivamente +2213 e +4493), ma anche l’alto numero dei naturalizzati svizzeri (9550 nel biennio 2007-2008), che nelle statistiche sono considerati unicamente come tali. Esattamente l’inverso avviene da alcuni decenni per la popolazione tedesca che cresce ogni anno grazie al saldo migratorio positivo (+30.495 nel 2007 e +34.153 nel 2008), all’incremento naturale (più nascite che decessi) e al modesto numero di naturalizzazioni (4383 nel biennio 2007-2008). Il risultato è stato dapprima il rapido avvicinamento degli «attivi» tedeschi a quelli italiani e poi, l’anno scorso, il loro superamento. E’ interessante notare che un percorso simile, ma a parti inverse, era stato registrato in Svizzera tra le due popolazioni esattamente un secolo fa.

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Per parecchi decenni, già nell’Ottocento, ma soprattutto nel Novecento, per molti italiani la Svizzera ha rappresentato una meta ambita per trovare un lavoro e fare fortuna. Ci furono comunque alcuni anni, nell’immediato dopoguerra, in cui la Svizzera ha goduto di un forte potere d’attrazione, anche perché è stata uno dei primi Paesi con cui l’Italia ha potuto concludere un accordo di emigrazione, per di più senza contingenti fissi, a differenza degli altri accordi che prevedevano sempre un numero determinato di lavoratori.

Prima ancora che si concludesse, nel 1948, l’Accordo italo-svizzero d’emigrazione, gli italiani arrivavano in Svizzera a decine di migliaia. Già nel 1946 ne erano giunti quasi 50.000, nel 1947 quasi il doppio e nel 1948 oltre 100.000. E questo nonostante che nel Nord Italia fosse già cominciato il boom economico. Sembrava che la Svizzera fosse in grado di accogliere chiunque avesse voglia di lavorare nell’agricoltura, nell’edilizia, nei servizi domestici, nell’industria. Fu così che oltre gli immigrati «regolari» con tanto di contratto di lavoro, passaporto e visti dell’Ambasciata italiana di Berna, giungevano anche molti «irregolari», ossia col solo passaporto turistico. Per la Svizzera erano tutti benvenuti, purché in possesso di un contratto di lavoro (allora facile da ottenere) e del permesso di soggiorno (anch’esso facile da ottenere se c’era quello di lavoro). A lamentarsene erano le autorità italiane, perché non riuscivano a tenere sotto controllo il flusso migratorio.

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Non è una novità che nelle statistiche internazionali la Svizzera si affermi come una delle nazioni a più alto consumo culturale. Lo confermano anche i dati più recenti di un’indagine condotta dall’Ufficio federale di statistica (UST) in collaborazione con l’Ufficio federale della cultura (UFC).

Ecco qualche cifra significativa:
- Nel 2008, a cui si riferiscono i dati, quasi 9 persone su 10 ascoltavano musica e di esse quasi la metà lo faceva quotidianamente;
- i due terzi della popolazione residente in Svizzera hanno frequentato concerti (67%), visitato monumenti storici e siti archeologici (66%) o sono andati al cinema (63%);
- tra il 40 e il 50% delle persone si è recato in musei storici, tecnico-scientifici, regionali, ecc. (49%), ha frequentato spettacoli di altro genere (cabaret, circo, spettacoli di luci e suoni, ecc. 44%), visitato musei o gallerie d'arte (43%) o è andato a teatro (42%);
- circa un terzo della popolazione ha frequentato biblioteche nel tempo libero (36%) o partecipato a festival (35%), e un individuo su cinque si è recato in biblioteca per motivi di lavoro o di formazione (21%), o ha assistito a spettacoli di ballo o danza;
- quasi il 30% delle persone dai 15 ai 29 anni ha praticato la fotografia a livello amatoriale; un quarto delle donne si è dedicata alla pittura o alla scultura e il 15% ad attività artistiche artigianali quali terracotta, ceramica, ecc.;
- il 15% della popolazione residente in Svizzera si è dedicato alla scrittura componendo poesie, scrivendo racconti o tenendo un diario.

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Per l’UNITRE Svizzera è tempo di bilanci. In tutte le sedi si è chiuso o sta per chiudersi l’anno accademico 2008/2009. E il bilancio è senz’altro positivo, sia per numero di corsi offerti che per partecipazione.
Quando venne avviata la prima struttura operativa dell’UNITRE Svizzera, nel 2005 a Lucerna, scrissi che questa istituzione doveva considerarsi «una pietra miliare nella storia della collettività italiana in Svizzera, che s’iscrive a buon diritto nell’albo d’oro delle più importanti realizzazioni socioculturali dell’immigrazione italiana in Svizzera».

A distanza di qualche anno confermo quel giudizio perché l’UNITRE si è affermata in tutta la Svizzera come una delle innovazioni culturali più importanti e dinamiche degli ultimi decenni. Il moltiplicarsi delle sedi, l’interesse suscitato in diverse parti della Svizzera e la riuscita dei corsi testimoniano che la formula adottata risponde bene agli interessi degli utenti.
Le attività dell’UNITRE si svolgono ormai in 9 località, tra sedi principali e sedi distaccate, che diventeranno 11 questo autunno. Il numero dei corsi offerti è impressionante: ben 168 nel 2008/2009, tenuti generalmente da professionisti qualificati. La progressione delle adesioni (organizzatori, insegnanti e allievi) non lascia dubbio sulla dinamica dell’istituzione: sono infatti passate da 230 (2005/2006) e 1230 (2008/2009) e se ne prevedono circa 1400 nel prossimo anno accademico.

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Il tema dell’immigrazione, in Italia, sta diventando una sorta di guerra di religione. In comune tutte le posizioni hanno la confusione delle parole o meglio dei significati attribuiti alle stesse.
Il termine emigrante - che dovrebbe fare accapponare la pelle perché nella storia d’Italia ha significato per oltre un secolo sradicamento, ingiustizie, sofferenze materiali e morali – dovrebbe essere trattato con cautela e con grande rispetto. Invece è bistrattato.

Nella discussione parlamentare di questi giorni sulla sicurezza, i fautori di una politica rigida hanno dato talvolta l’impressione di confondere i «migranti» con «clandestini», e questi con i «delinquenti» comuni. Di più, per certuni, il semplice avvistamento in acque internazionali di un barcone con molte persone a bordo equivale a una minaccia alla sovranità nazionale da respingere facendo intervenire la marina militare. Per poi vantarsi di averne respinti tanti, come se si trattasse di una vittoria contro pericolosi invasori! Ad accrescere la confusione è intervenuta anche la nozione di «reato di clandestinità» (mentre forse sarebbe bastata quella di «infrazione» amministrativa), inducendo facilmente l’opinione pubblica a criminalizzare chiunque tenti di entrare in Italia senza i documenti in regola al solo scopo di trovare un lavoro.

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Odio la retorica e la demagogia. La tragedia di Marcinelle prodottasi in Belgio 53 anni fa è solo un triste evento da ricordare, non da celebrare e strumentalizzare. Nella «Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo», l’8 agosto scorso, la catastrofe mineraria di Marcinelle avrebbe dovuto rappresentare un simbolo di tutte le disgrazie patite dall’emigrazione italiana nel mondo e un’occasione per ricordare la fatica, la sofferenza e talvolta la morte di migliaia di emigrati. Non mi sembra che sia stato così.

Leggendo molti di questi discorsi integrali o riassunti, riportati dalle agenzie, vi ho trovato ben poco di nuovo e molto di circostanza o addirittura fuori tema. Solo pochi, a mio avviso, hanno centrato il senso della commemorazione. Altri, più che al ricordo, hanno diretto l’attenzione al presente, spesso in chiave polemica e aggiungendo confusione a confusione. Com’è possibile, ad esempio, che non sia definitivamente acquisita la distinzione tra immigrazione «regolare» e immigrazione «clandestina», tra immigrati per motivi di lavoro e rifugiati per motivi politici o religiosi? Perché non si riserva il termine «immigrati» unicamente a coloro che entrano in Italia per motivi di lavoro e nel rispetto della legislazione in materia? Questi immigrati meritano grande rispetto e riconoscenza.

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Conviene precisare subito che tra Marcinelle (Belgio), luogo storico di una delle più gravi disgrazie dell’emigrazione italiana nel mondo e l’immigrazione clandestina non c’è alcun legame né geografico né temporale. C’è solo una dichiarazione di qualche settimana fa dell’ex ministro degli italiani all’estero Mirko Tremaglia, che nell’esprimere la sua contrarietà all’ancoramento nella legge sulla sicurezza del «reato di immigrazione clandestina» ricordava che, da ministro, uno dei suoi primi atti era stato quello di recarsi a Marcinelle per rendere omaggio a quei 136 italiani emigrati in Belgio, che l’8 agosto 1956 erano morti nella miniera di Bois du Cazier.

Nella stessa occasione, Tremaglia ricordava anche che fu lui a proporre l’8 agosto di ogni anno quale «Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo», a significare «che gli italiani nel mondo, che hanno subito persecuzioni ingiuste, vengono da allora esaltati ovunque. Questo appartiene alla Storia». Purtroppo appartengono alla storia dell’immigrazione «regolare» italiana anche i guai ch’essa ha subito, ad esempio in Svizzera, a causa dei numerosi infiltrati clandestini già ai tempi dei grandi trafori ferroviari e nel secondo dopoguerra. Ma forse per l’ex ministro questi guai sono insignificanti.

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Quando Enrico Letta (Pd) dava al suo ultimo libro il titolo «Costruire una cattedrale. Perché l’Italia deve tornare a pensare in grande», aveva sicuramente presenti anche tanti suoi compagni di partito bloccati da una pregiudiziale opposizione al governo e incapaci di guardare oltre. Non so se tra questi ci fosse anche l’on. Garavini (Pd), che a me sembra un classico esempio di chi, per partito preso, dice sistematicamente «no». Mi riferisco ad alcuni suoi interventi recenti (ripresi da alcune agenzie di stampa) a proposito del piano del governo per razionalizzare la rete consolare ed in particolare al suo ultimo intervento di Berna all’Intercomites Svizzera.

Che la Garavini si compiaccia di osservare la contrarietà dell’Intercomites al piano governativo di ridisegnare anche in Svizzera la rete consolare non è una notizia. Basterebbe chiedersi da chi è costituito questo organismo assolutamente sconosciuto alla collettività. Non è nemmeno una notizia che l’Intercomites esprima «una denuncia chiara della comunità italiana contro il piano di smantellare la rete consolare». In realtà è solo l’ennesima prova di arroganza e presunzione di alcuni personaggi di rappresentare e interpretare l’opinione dell’intera comunità italiana, un antico vizio, consolidatosi soprattutto negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, per cui chiunque avesse una qualche funzione, in ambito associazionistico, si sentiva autorizzato a parlare in nome del popolo emigrato.

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Abbiamo letto nella stampa scritta e in Internet diversi resoconti dei lavori della recente assemblea plenaria del CGIE (Consiglio generale degli italiani all’estero). Ciascun lettore si sarà fatta la sua idea. Anch’io ne ho una.

Dai resoconti, l’aspetto più grave che emerge è il porsi del CGIE in rotta di collisione col governo e con la maggioranza parlamentare. Apparentemente questo atteggiamento sembra motivato dal taglio alle spese per gli italiani all’estero e agli organismi di rappresentanza. In realtà si tratta di una vera e propria opposizione politica (basterebbe vedere la composizione dell’attuale CGIE), che nulla ha a che fare con la natura stessa del Consiglio, che è appunto essenzialmente quella di consigliare, esprimere pareri («su richiesta del Governo e dei Presidenti dei due rami del Parlamento»), formulare proposte e raccomandazioni.

La sicurezza (o sicumera?) del CGIE nell’affrontare i problemi e nel confronto col Governo e col Parlamento gli proviene da una sopravvalutazione del suo ruolo, che fa dire al senatore del Pd Randazzo (che raccoglieva verosimilmente un’opinione molto diffusa all’interno dell’organismo in questione) che il CGIE è «un organo dello Stato e non un’associazione». Certo, il CGIE è istituito per legge; ma di qui a considerarlo «un organo dello Stato» ce ne corre.

 

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Recentemente l’Ufficio federale di statistica (UST) ha pubblicato la statistica delle cause di morte, una delle statistiche più antiche della Svizzera (esiste infatti dal 1876). Essa è un formidabile strumento conoscitivo non solo per seguire l’evoluzione delle cause di morte, ma anche per valutare lo stato attuale della salute della popolazione.

La speranza di vita aumenta per tutti

E’ interessante osservare che il numero complessivo dei decessi negli ultimi cento anni è rimasto, in cifre assolute, molto costante: 59.252 nel 1907 e 61.089 nel 2007. La costatazione è sorprendente perché nel 1907 la popolazione residente era di poco superiore ai 3,5 milioni, mentre nel 2007 era più che raddoppiata (7.593.500 abitanti). L’apparente incoerenza si spiega con l’aumento della speranza di vita e, conseguentemente, la diminuzione del tasso di mortalità (numero di morti sul totale della popolazione considerata).

La speranza di vita, che cento anni fa non arrivava a 50 anni per gli uomini ed era di poco superiore per le donne, è costantemente aumentata fino a raggiungere, nel 2007, 79,4 anni per gli uomini e 84,2 anni per le donne. Di conseguenza è costantemente diminuito il tasso di mortalità (numero di morti in rapporto alla popolazione totale).

All’inizio del secolo scorso più della metà dei decessi avveniva prima dei 50 anni, oggi l’83% dei decessi avviene dopo i 65 anni. Nel 2007, circa il 50% delle donne decedute avevano superato gli 85 anni. Persino tra gli uomini, meno longevi delle donne, oltre un quarto dei decessi è sopraggiunto dopo gli 85 anni.

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Riconoscimenti

Si ringrazia per il contributo ed il sostenimento di questo progetto il portale turistico Tropea & Capo Vaticano .biz ed il portale omonimo dei Campani nel Mondo.

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