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Storia della Calabria e dei Calabresi

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Si legge spesso di immaginario collettivo, e di come questo comune patrimonio dovrebbe metterci in comunicazione, quando parliamo gli uni con gli altri. Gli intellettuali vi ripongono molta fiducia,quando affrontano certi argomenti. Per esempio sono sicuri che tutti dovremmo sapere qualcosa, pescando dal suddetto immaginario, quando si parla di Oriente, di impero ottomano, dervisci e muftì e andando più indietro, di Bisanzio e di bizantinismi. In verità è abbastanza risaputo che la conoscenza storica sia patrimonio di pochi perditempo, o se si preferisce appassionati. Si tratta di persone che amano viaggiare con i libri, dato che a viaggiare nel tempo ci riesce solo Piero Angela, con i potenti mezzi televisivi. Viaggi nel tempo e nello spazio, possibili grazie a un gran numero di romanzi storici, che ormai hanno quasi soppiantato i saggi e i manuali. L’inglese Jason Goodwin ha dedicato una serie di libri proprio alla capitale dell’impero ottomano, Istanbul, che prima era il centro dell’impero romano d’Oriente, o bizantino, la seconda Roma, Costantinopoli, la città voluta da Costantino.   ...continua 
di Vincenzo Pitaro

In epoca greca, prima delle colonizzazioni, la Calabria era abitata da più comunità, tra cui gli Enotri (coltivatori della vite), i Coni, i Morgeti, gli Itali. Proprio dal mitico sovrano Italo, la regione - che prima ancora si chiamava Enotria - fu detta «Italia» dai colonizzatori ellenici. Il nome, poi, si estese a tutta la penisola. Fu, dunque, la Calabria a dare il nome all’Italia. Molti dizionari enciclopedici - taluni anche volutamente - lo ignorano. Aristotele, il grande filosofo greco, nel 384 a.C. scrive che Italo era il re degli Enotri e che «da lui questi presero in seguito il nome di Itali, come pure venne chiamata Italia la regione da loro abitata, quella propaggine di coste delimitata a nord dai golfi di S. Eufemia Lamezia e di Squillace, così vicini tra loro che distano solo una giornata di cammino». 

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Le statistiche collocano la regione al terzo posto per densità massonica in Italia, dopo la Toscana e il Piemonte
Il nostro territorio nel corso dei secoli ha infatti espresso molte personalità del libero pensiero
di Vincenzo Pitaro

Da una recente rilevazione, la Calabria è risultata tra le regioni a più elevata densità massonica, dopo la Toscana e il Piemonte. Un dato che non ha mancato di sorprendere gli esperti nazionali di statistica, i quali non sarebbero riusciti a spiegarsi «il motivo di un simile primato». Questo perché nessuno, a quanto pare, ha tenuto conto della storia. Il fenomeno odierno si innesta infatti sulla scia di un’antica tradizione lasciata in Calabria da numerose personalità.

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La figura di un certo Marchese Sanchez, molto probabilmente un antenato dell’autore delle Fantasie capricciose, è circonfusa da un alone di leggenda che a Gagliato si tramanda di padre in figlio e di generazione in generazione. Si tratta beninteso di leggenda, nel senso che non si hanno riscontri oggettivi nelle documentazioni storiche. Ma avendo tutte le leggende qualche indiscutibile documento storico, vale la pena esporla così come viene narrata dagli anziani di questo centro.
In epoca medievale Gagliato era infeudata ad un certo Marchese Sanchez, al quale le giovinette che intendevano convolare a nozze dovevano pagare il tributo del «jus primae noctis».

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di Domenico Caruso
Al tempo del Normanni la “Valle delle Saline”, definita in seguito “Piana di San Martino”, costituiva il XXI Vicariato della Diocesi di Mileto e comprendeva sette luoghi con altrettante chiese parrocchiali. Il centro più famoso era costituito da S. Martino che, alla visita di Mons. Del Tufo del 1586, possedeva sei chiese fra cui quella dedicata a S. Maria della Colomba.
Il “Flagello” del 5 febbraio 1783 - che rase al suolo gran parte della Regione - non risparmiò il nostro paese, ricostruito poi in un altro sito, e precisamente nella Contrada “L’Abbadia”. Ivi è sorta anche l’attuale chiesa parrocchiale, che conserva l’effigie della titolare S. Maria della Colomba e l’artistica “Madonna col Bambino” del Gagini e che venne restaurata dopo l’altro terremoto del 28 dicembre 1908.

A proposito, il regio Commissario del Comune di Jatrinoli, (riferisce la prof. Isabella Loschiavo), aveva stabilito di «impostare nel bilancio dell’esercizio 1912 la somma occorrente per la ricostruzione del campanile della chiesa parrocchiale della frazione di San Martino, dando incarico al sindaco di fare eseguire il relativo progetto d’arte da persona competente in materia». Il lavoro venne affidato al geometra Ignazio Ascioti, poiché l’ingegnere prescelto l’aveva rifiutato non presentando l’edificio sacro la necessaria sicurezza antisismica.

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Ripercorrendo “Sulle rive dello Ionio” come Mediterraneo delle contaminazioni
di Pierfranco Bruni

La Magna Grecia dei viaggiatori. È un tema affascinante e anche misterioso. Affascinante perché tocca nel de dentro alcuni particolari che per noi “viaggiatori” o “stanziali” italiani non riusciamo a catturare e tutto ciò che loro riescono a percepire ci sembra (e forse lo è) insodabile ma tale non è. Misterioso perché è il mistero che ci trasmettono a renderci la nostra terra più vicina al nostro destino e il senso del mistero diventa sempre più impenetrabile ma lo è perché è già dentro di noi quel senso di mistero al quale il più delle volte non diamo importanza.

La Magna Grecia dei viaggiatori è fatta di tante piccole realtà che recitano civiltà e culture greche e romane. Ma la grecità è proprio il segno del nostro essere. Tra i viaggiatori di fine Ottocento George Gissing ha tracciato un raccordo tra la sapienza e la realtà nel presente (nel suo presente certamente). Ha raccontato, viaggiando, storie di una Magna Grecia non unica. Non una sola Magna Grecia. Ma più di una storia della Magna Grecia chiaramente legata ai luoghi, ai territori, alle geografie.

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di Giuseppe Iiritano (*) e Mario Pileggi (**)
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Il 2008 è l’Anno internazionale del Pianeta Terra e del centenario del terremoto-tsunami che rase al suolo Reggio Calabria e Messina, il più disastroso evento naturale del secolo scorso nel Mediterraneo.

Ricorrenze che, nel mentre richiamano l’attenzione sull’elevata sismicità del territorio e sul che fare per la messa in sicurezza delle popolazioni esposte al rischio, stimolano domande del tipo:

può ancora verificarsi un evento sismico analogo?
E, se si dovesse verificare, quali effetti potrebbe provocare?

La risposta alla prima domanda è senza incertezze: ci saranno ancora scuotimenti e tsunami. E questo perché, in Calabria e dintorni, sono ancora in atto i processi geodinamici che hanno originato i moltissimi terremoti descritti in ogni epoca sia sui libri della storia millenaria degli uomini sia sulle rocce e strutture sismotettoniche che modellano il paesaggio.

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Quando il 28 dicembre 1908, alle ore 5.21 un terremoto sconquassò Messina e Reggio Calabria, in pochi si resero subito conto dell’immane disastro che aveva provocato. Due intere città distrutte, 150 mila morti, centinaia di migliaia di persone ferite e senza tetto. Nel male si produsse anche un gran bene: mai fino ad allora era scattata in Italia e nel mondo una gara così commovente di solidarietà. Molti Paesi inviarono subito i primi soccorsi e sostennero poi la ricostruzione.

La Svizzera non fu da meno. Appena pervenuta la notizia, la Croce Rossa Svizzera si attivò nella raccolta di fondi e in poche settimane fu raccolta la cifra considerevole per quei tempi di ben 550.000 franchi. Quando nel gennaio 1909 si proiettavano le scene desolanti del terremoto, dicono le cronache, accorrevano a vederle «folle di pubblico» e commosse davano il loro contribuito di solidarietà ai «fratelli d’Italia».

L’evento colpì non solo l’opinione pubblica ma anche il governo e il parlamento. Quando nel marzo 1909 si aprì la sessione primaverile delle Camere federali, le prime parole dei rispettivi presidenti furono dedicate al ricordo di quell’immane tragedia, che aveva colpito la «nostra vicina nazione amica». Essi ricordarono anche che in tutto il Paese, col sostegno delle autorità federali, cantonali e comunali, si era diffusa una gara di «competitività» nell’offrire il proprio sostegno ai superstiti dell’immane disastro.

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Cento anni fa, alle 5.25 del 28 dicembre 1908, le città di Messina e Reggio Calabria vennero distrutte dal più devastante terremoto che l'Europa ricordi, una tragedia destinata ad occupare nell'immaginario della Belle Epoque un posto pari a quello del Titanic e che trovò l'Europa unita in una corsa di solidarietà mai vista prima.

Per trentasette secondi sotto Reggio Calabria e Messina, la terra trema con una violenza inaudita (11 gradi della scala Mercalli). Poco dopo nel silenzio spettrale si ode un rombo che viene dal profondo del mare....un terribile maremoto devastò le coste della Calabria e della Sicilia, distruggendo radicalmente numerosi centri abitati tra cui le città di Reggio e di Messina, con onde alte fino a 13 metri che si scagliano sulle due rive dello stretto di Messina e divorano soprattutto gli imponenti palazzi del lungomare di Messina. Così muoiono molti dei sopravvissuti del sisma, scesi in strada e corsi verso la riva in cerca di scampo.

Gravissimo fu il bilancio, alla fine i morti "ufficiali" saranno oltre 80.000 a Messina (che all’epoca contava circa 140mila abitanti) e 15.000 (su una popolazione di 45mila abitanti) a Reggio Calabria. In quei trentasette secondi di apocalisse edifici, ferrovie, strade e anche la stazione radio sono distrutte o gravemente danneggiate. Svaniscono come fantasmi gli edifici neoclassici della monumentale Palazzata del lungomare, scompaiono le chiese barocche dove Filippo Juvara aveva mostrato il suo primo talento e la strada dei Monasteri. 
Altissimo fu il numero dei feriti. Numerosissime scosse di assestamento si ripeterono nelle giornate successive e fin quasi alla fine del mese di marzo 1909.

Quando la furia si placa, Messina e Reggio Calabria si trovano in un buco nero dal quale non si può lanciare nemmeno un Sos. In questo luogo inesistente resteranno per tutta la mattina e tutto il pomeriggio del 28 dicembre fino a quando - come ricostruisce Giorgio Boatti nel suo libro "La Terra Trema" - alle 17.25 arriva sulla scrivania di Giolitti, Presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, il telegramma (trasmesso da Nicotera Marina, dal comandante della torpediniera Spica) che finalmente fa rompere gli indugi. Ma un'intera giornata preziosa è andata perduta. I primi aiuti arrivano dalle navi ancorate al porto di Messina. In giornata il piroscafo Usa Washington e poi la nave Montebello portano a Catania i primi feriti messinesi, mentre il mercantile inglese Afonwen fa rotta verso il porto di Siracusa. Da queste due città partono i primi aiuti e viene lanciato l' Sos che raggiungerà le squadre navali russa e inglese che si addestravano al largo delle coste siciliane.

Sul finire della prima terribile notte dopo il cataclisma arrivano i primi aiuti organizzati. Nell'alba livida, sotto gli occhi spiritati dei superstiti ancora sotto shock, dalle corazzate Cesarevic e Slava e dagli incrociatori Makarov e Bogatyr scendono circa tremila marinai che salveranno migliaia di persone. Più tardi arriva l'incrociatore inglese Sutley con i suoi 170 allievi marinai, al quale seguirà il giorno dopo l' incrociatore Minerva partito da Malta, e poi alcune navi tedesche.
Subito dopo arrivarono le navi italiane che si ancorarono ormai in terza fila. Malgrado la sorpresa, nessuno…se la prese più di tanto anche se, qualche tempo dopo, la stampa intervenne polemicamente, il 29 dicembre arriveranno le corazzate italiane Regina Margherita e Regina Elena mentre la Napoli si dirige verso Reggio Calabria. Una quarta corazzata italiana, il Vittorio Emanuele, arriva il 30 dicembre con a bordo il Re e la Regina.

Poi per Messina giungono giorni forse ancora più terribili: viene deciso lo stato di assedio e si arriva persino a pensare di cannoneggiare la città semidistrutta, raderla al suolo per ricostruirla altrove. Il timore di un complotto ribassista sui titoli della Banca d'Italia induce poi il generale Mazza a usare troppo zelo nella difesa di banche e caveau. In realtà il 7 gennaio 1909, alla riapertura della Borsa, le azioni della Banca d'Italia perdono solo 13 punti (e non i 100 temuti). Ma accanto a tanti errori e polemiche che investirono anche il Governo (Giolitti si recherà a Messina solo nel 1911 dove, scrive un suo biografo, "fu accolto a fischi") brilla ancora oggi il ricordo della solidarietà arrivata da tanti Paesi stranieri.

Dopo le squadre navali russa e inglese da tutto il mondo arriveranno aiuto per le sfortunate Messina e Reggio Calabria: dalla Germania all' Austria-Ungheria, dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Danimarca alla Grecia alla Spagna al Portogallo. Uomini che pochi anni dopo si sarebbero trovati su opposte trincee sui fronti della Grande Guerra, accorsero per restituire alle due città la speranza di una nuova vita.
di Domenico Caruso
Il Cardinale Basilio Bessarione (1408 - 1472), uno dei maggiori promotori del Rinascimento italiano, tentò senza successo di realizzare sotto Papa Eugenio IV l’Università della Calabria, con gli stessi moderni criteri adottati per l’Università di Oxford.

Il suo “Studium Litterarum Graecorum” avrebbe dovuto servire da tramite fra la cultura greca e quella latina al fine di raggiungere, anche per questa via, l’unità spirituale tra la Chiesa di Roma e quella Orientale.

Al prelato umanista bizantino, consapevole delle nostre grandi tradizioni religiose e culturali, era riservato il potere di scegliere il rettore-abate dello “Studium Calabriae”. Quest’ultimo doveva possedere particolari requisiti e tenere cattedra nel monastero di San Luca di Sinopoli, sede centrale dell’Università a cui facevano capo i vari monasteri basiliani.
Ancora oggi gli abitanti di Sinopoli Vecchio o Greco chiamano “l’Università” le rovine dei monasteri basiliani di San Luca e di San Bartolomeo di Trigonio.

L’opera fu, quindi, ripresa e istituita da Papa Niccolò V (1397 - 1455), il fondatore dell’attuale Biblioteca Vaticana. Suo maestro di greco e di filosofia pare fosse stato Fra Girolamo, di origine incerta (napoletano o di Sinopoli), agostiniano, divenuto vescovo di Oppido il 1° settembre 1449. Con detto prelato ebbe termine ad Oppido il rito greco tramandato da alcuni secoli.
Una prova dell’Università calabrese è costituita dal “Liber Visitationis” (1457 - 1458) del dotto e santo umanista Atanasio Calceopulo, dove risulta lo stato in cui versava ogni monastero basiliano e dal quale emerge la necessità da parte dei religiosi di erudirsi nelle lettere greche.

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