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L’Antico sorbetto calabrese : Vino e neve.

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Sono i tempi passati a darci memoria di come si viveva nelle Calabrie e soprattutto delle usanze che in questa Provincia del Regno si andavano praticando. Da attenta lettrice e divoratrice di libri a sfondo storico adagiata sul mio status di studiosa nell'ultimo periodo leggo Diario di un viaggio a piedi di Edward Lear. Lear visita...
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Breve ricerca dell’ olivocoltura in Calabria

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La presenza dell'ulivo questa pianta secolare che tinge di verde le campagne calabresi pugliesi e campane per dirla tutta rappresenta da secoli la peculiarità delle terre calabre e dell'intero Mezzogiorno. È cosi forte la loro presenza nei nostri territori, che ci si immagina che si tratti di vegetazione spontanea,nulla di più errato! L' ulivo da secoli...
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L’arte orafa crotonese: un’arte moderna in tempi difficili.

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E' anacronistico parlare in questi tempi di recessione di gioielli e arte orafa calabrese, ma la nostra Regione tra i tanti primati antichi ne annovera uno che è doveroso parlarne col gentile viaggiatore calabrese: sto parlando di arte orafa e scuole di formazione in questo ambito. Proprio nel crotonese nasce una scuola diretta dal maestro Gerardo...
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Giuseppe Valarioti: Cumpagni mi spararu!

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Ogni tassello della storia va incastonato al posto giusto per poterne cogliere le mille sfaccettature e per poter comprendere che ogni evento ha avuto il suo perchè …. Preda di un misto tra vergogna e imbarazzo, condivido con voi la verità: Giuseppe Valarioti per me era uno sconosciuto. Eppure operò nel Rosarnese è morì nell'agro Nicoterese,...
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Il 30 marzo 1212 morì Gioacchino da Fiore.

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...ripartirono da Petra e si ritirarono fra le montagne a Fiore, affinchè in Nazareth fosse annunciato il nuovo frutto dello Spirito Santo, fino a che, a partire da quel luogo, il Signore operasse la massima salvezza sulla Terra. [...] Ottocento anni fa giusti giusti, il 30 marzo 1202, morì Gioacchino da Fiore, l´abate calabrese «di spirito...
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Presentazione libro “SOTTO IL SEGNO DEI BORBONE Storia del Grande Regno delle Due Sicilie”

Bonfirraro Editore, in collaborazione con Vibo Insieme, Centro di Aggregazione Sociale Vibo, Comitati delle Due Sicilia, sabato 12 aprile presenta il libro di esordio di Maria Lombardo, SOTTO IL SEGNO DEI BORBONE Storia del Grande Regno delle Due Sicilie. La presentazione è prevista per le ore 17,00 presso il Centro di Aggregazione Sociale sito in via Enrico Gagliardi, Vibo Valentia.

Sarà presente l’autrice Maria Lombardo.

Interverranno, inoltre, Salvo Bonfirraro, editore; Michele Furci, storico e Antonio Parisi studioso di Storia Patria Calabrese, modererà la serata il giornalista Maurizio Bonanno.

 

IL LIBRO

Nel 1816 viene ripristinato l’ordine in Europa dopo la sconfitta di Napoleone. Sul trono del Regno di Napoli e Sicilia siede nuovamente l’antico Re Borbone Ferdinando IV, che viene incoronato re delle Due Sicilie unendo le due corone col nome di Ferdinando I. Viene raccontato in questo lavoro la storia di un Regno che non trova collocazione storica nei tradizionali manuali di storia. Un Regno governato da Sovrani che a volte non furono dei grandi statisti ma che con la figura di Ferdinando II riuscirono a concedere a queste terre un lume di progresso. Si nota, fra le pagine del libro, uno spaccato piacevolissimo di Napoli, la grande e disinibita capitale europea, per la vivacissima arte e per la cultura del Regno, nonché per la sanità di cui si parla ampiamente.  L’avvento del ciclone rosso ( Garibaldi) smantellò queste realtà a seguito di sotterfugi e losche coalizioni per poi portare l’ex Regno, dal 1861 al 1871, in una situazione devastante o “brigante o migrante”.

 

L’AUTRICE

Maria Lombardo, nata a Vibo Valentia il 16 gennaio del 1978, vive ed opera a Nicotera nell’ambito della Rivalutazione del Territorio. Laureata all’Università degli studi di Messina col massimo dei voti nel 2009, con una tesi in Storia Moderna dal titolo Regno di Napoli e la Calabria nel 700: Nicotera nel 700, relatore Prof. Giuseppe Cariddi.

Nel 2009 entra a far parte dell’Associazione Culturale Comitati Due Sicilie e, nello stesso anno, dal presidente Fiore Marro viene nominata Consigliere della Commissione Cultura, carica che riveste ancora oggi. Nel 2009 inizia a scrivere per calabresi.net e collabora con Due Sicilie Oggi.
Come storica si occupa di Storiografia Borbonica e viene spesso invitata, come relatrice, a convegni e tavole rotonde.
TITOLO: SOTTO IL SEGNO DEI BORBONE Storia del Grande Regno delle Due Sicilie
AUTORE: MARIA LOMBARDO
EDITORE: BONFIRRARO
PAG. 112
ISBN 978 88 6272 080 9
€ 13,00

SOTTO IL SEGNO DEI BORBONE: STORIA DI UN GRANDE REGNO DI MARIA LOMBARDO.

Recensione del titolo: “SOTTO IL SEGNO DEI BORBONE: STORIA DI UN GRANDE REGNO” di  Maria Lombardo

Atteso con impazienza da molti lettori, è uscito con i tipi della Casa Editrice Bonfirraro di Barrafranca (EN) il primo lavoro in chiave storica di Maria Lombardo. Giovane Storica e Giornalista che  dopo anni di ricerche sul campo con questo lavoro scritto in 110 pagine, si discosta pienamente dalla Storiografia ufficiale. Laureata col massimo dei voti all’Università degli Studi di Messina non è la prima volta che si cimenta nelle ricerche Napolitane, già scrittrice di una tesi di laurea che discorreva di Regno di Napoli nel ‘700. Fresca di laurea inizia numerosissime collaborazioni con blog e siti storici in cui tutt’ora scrive avendo all’attivo più di 200 articoli, e oltre 10 presenze a convegni e tavole di studi.

Lottando accanitamente per difendere le proprie tesi pone al lettore con questo libro tutte le nozioni corredate di note e accurata bibliografia sulla “Questio” Due Sicilie. In 5 capitoli racconta la storia  del Reame Duosiciliano dal 1816 data in cui l’antico Re Borbone viene Restaurato col nome di Ferdinando I, fino alla caduta  del “Bel Reame” avvenuta nel 1861 dopo una ultra millenaria storia di Unità.

Passando a rassegna così le figure dei vari Sovrani che attraverso lotte di potere e Sovrani Illuminati incarnati nelle figura di Ferdinando II seppero concedere al paese grande risonanza. Non a caso nel corso della lettura dell’opera è possibile leggere dei rigogliosi frutti che specialmente l’amato Ferdinando II seppe donare alla Nazione sia nella tecnologia che nell’ars medica, in cui le Due Sicilie seppero fare scuola agli staterelli sul suolo Italico.

Palese e chiara la frase dell’autrice che dedica un capitolo intero all’ars medica ed alla scienza sotto i Borbone la stessa dice:”I Borbone governarono in un periodo relativamente fecondo per le conoscenze medico-scientifiche: infatti dall’empirismo e dalla osservazione Cotugnana si transitò alle soglie della modernità per la medicina come professione, che per convenzione è fissata agli inizi dell’Ottocento.”

Di nutrito interesse risulta ancora nel corso della lettura la conditio economica e politica della Calabria Borbonica, nel quale è possibile studiare la conformazione economica delle Calabrie.

Le descrizioni che l’autrice fa dei vari opifici Calabresi danno uno spaccato diverso dalle tradizionali fonti. L’attività siderurgica fiore all’occhiello tra cui degni di nota l’Opificio di Mongiana, l’Opificio di Stilo, la Ferdinandea ed infine la Razzona ubicata nelle Serre Catanzaresi ed appartenuta a Don Carlo Filangeri (imprenditore e noto militare Napoletano).

E’ possibile citare ancora l’arte dei tessuti cotone in Calabria Citra e seta in quella Ultra, saponifici, pastifici, piccole aziende artigianale enormi scuole di ferraioli nel comprensorio di Serra San Bruno lavoravano circa 100 ferraioli. Saline e industria conciaria proprio nel Monteleonese, ancora, pesca che risultò fiorente a Pizzo e Bagnara e moltissime altre realtà tutte citate e ben studiate dall’autrice.

Non mancano le citazioni dell’autrice all’ars medica calabrese ancora poco conosciuta passando a rassegna la figura di Domenico Tarsitani:”La Calabria Borbonica inoltre si distinse sul piano della medicina con la figura di Domenico Tarsitani.

Egli nacque a Cittanova provincia di Reggio Calabria, cittadina che si trova quasi ai piedi dell’Aspromonte, il 18 agosto 1817 a pochi anni di distanza del ritorno del legittimo Re sul trono delle Due Sicilie” una brillante carriera tra Napoli e la Sorbona che gli conferirono la scoperta del forcipe a doppio perno, utilizzato in ostetricia.

Non poteva mancare il periodo cruciale per il Reame delle Due Sicilie il Brigantaggio e le aspre “lotte” intrise di nefandezze e caricate dalla legge Pica che videro in circa 10 anni versare fiumi di sangue meridionale.

Paolo Barbalace.

Puoi acquistare il titolo ai seguenti punti vendita:

Consumi culturali: Italia e Svizzera a confronto

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  • Riace Bronzes return to public, opened Museum Reggio

Qualche giorno fa la Rete Due della RSI ha messo in onda una breve presentazione del consumo culturale in Italia e in Svizzera negli ultimi anni. Trattandosi di un tema e di un confronto molto interessanti, li ripropongo entrambi ai lettori di questa rubrica, avvertendoli tuttavia che i confronti in generale e in campo culturale in particolare sono sempre estremamente difficili per cui occorre molta prudenza nel trarre eventuali conclusioni.

Rapporto di Federculture

Già nel 2009 avevo trattato questo tema, ma non intendo qui aggiornare i dati di allora, anche perché è probabile che i metodi di rilevazione siano nel frattempo cambiati e i risultati ottenuti non siano più comparabili. Trovo invece più utile osservare quanto la crisi di questi anni abbia inciso nei consumi culturali degli italiani e degli svizzeri e quanto sia cresciuta o diminuita nelle istituzioni e nel privato la consapevolezza della cultura come fattore di sviluppo.

La Rete Due della RSI deve aver preso lo spunto per l’emissione dalla recente presentazione a Roma del «Rapporto Annuale Federculture 2013», una pubblicazione che fotografa i principali consumi culturali degli italiani, ma anche le spese destinate dalle amministrazioni pubbliche alla cultura.

Il conduttore della trasmissione, per introdurre il tema, ha citato pochi risultati ma alquanto significativi della «realtà disastrosa» italiana: «Sempre di più gli italiani rinunciano alla cultura. Netti i segnali della crisi: in aumento gli italiani che non si dedicano alla cultura…, in diminuzione i lettori di libri … in diminuzione anche gli investimenti pubblici nel settore… Insomma, l’Italia è nelle ultime posizioni in Europa».

Per un breve commento è stato interpellato il direttore di Federculture dott. Claudio Bocci, il quale non ha esitato a dare un giudizio «molto critico» della situazione, alla luce non solo dei risultati, ma anche dei comportamenti del potere pubblico. La grave crisi economica che il Paese sta vivendo, ha infatti indotto non solo i privati ma anche le amministrazioni pubbliche a ridurre drasticamente le spese per la cultura. Nel bilancio dello Stato la riduzione è stata negli ultimi dieci anni di circa il 40 per cento. Il bilancio del Ministero dei Beni e delle Attività culturali è stato ridotto del 27%. La spesa dello Stato per la cultura è tra le più basse d’Europa: lo 0,11% del PIL (prodotto interno lordo).

Italiani penultimi in Europa

Nel 2012, si legge nel Rapporto, dopo un lungo periodo di crescita durato oltre dieci anni, la spesa per «cultura e ricreazione» delle famiglie italiane ha subito un significativo calo: -4,4%. Nell’arco dei dieci anni precedenti, dal 2002 al 2011, la spesa culturale degli italiani era cresciuta del 25,4%.

Di pari passo con la spesa, nel 2012 è crollato anche il consumo culturale, in tutti i settori: teatro (-8,2%), cinema (-7,3%), musei e mostre (-5,7%), concerti di musica classica (-22,8%), altri concerti di musica (-8,7%), siti archeologici e monumenti (-7,9%), partecipazione culturale (-11,8%).

In termini di spesa delle famiglie e di consumi, si allungano le distanze con l’Europa. L’Italia è al di sotto della media Ue di spesa in cultura (8,9%) e tra gli ultimi in classifica prima solo di Grecia, Bulgaria, Romania e pochi altri. Ad esempio, sono solo 28 su cento gli italiani che visitano un museo all’anno, contro i 52 inglesi, e solo il 46% degli italiani legge un libro l’anno mentre lo fanno il 58,7% degli spagnoli e addirittura il 70% dei francesi.

Spesa pubblica in diminuzione

L’Italia è al 26° posto, cioè penultimo, tra i Paesi dell’Unione Europea rispetto alla spesa pubblica per istruzione e formazione (appena il 4,2% del PIL, contro una media europea del 5,3%). La strategia Europa 2020 prevede il 40% di laureati tra i 30 e i 40 anni: la media UE è vicina al 35% mentre in Italia è solo del 20%. Il numero degli immatricolati degli atenei italiani è in costante diminuzione: in dieci anni gli iscritti alle università sono diminuiti del 15%, negli ultimi venti anni addirittura del 25%.

Secondo Piero Fassino, presidente dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), in Italia è diffusa l’idea che la cultura è un bene prezioso che ti puoi permettere quando ci sono tempi di vacche grasse, ma è il primo ad essere ridotto quando è tempo di vacche magre. Eppure, ha detto ancora Fassino alla presentazione del Rapporto di Federculture 2013, dovrebbe essere chiaro a tutti che «la cultura è un fattore costitutivo dello sviluppo, non aggiuntivo». Evidentemente tra il dire e il fare la distanza è enorme. Le conseguenze sono però gravi e allarmanti, perché, oltretutto, il cattivo esempio dato dal pubblico è seguito anche dal privato.

Responsabilità dei media

Da mesi, se non da anni, i media italiani mettono al centro dell’informazione lo spettacolo politico (talvolta persino disgustoso, come di recente alla Camera dei deputati) e il crescente disagio sociale, ma non sono in grado di metterli in relazione e di individuarne le cause profonde.

Nessuno sembra avere il coraggio di stimolare la vera democrazia partendo dal basso (responsabilità individuali), di additare ideali e valori per far crescere il Paese, di valorizzare la professionalità, l’intraprendenza, la competitività, lo studio, la formazione continua, la cultura. Nonostante gli scarsi risultati a livello internazionale del sistema formativo Italia, chi davvero si sta preoccupando della scarsa produttività (in termini di ricerca, brevetti, studi di punta) delle università italiane e della mediocre formazione scolastica dei quindicenni? Chi parla ancora di scuola, di meritocrazia, di responsabilità?

Credo che l’Italia ritroverà la sua anima e la considerazione in Europa e nel mondo solo quando avrà rimesso al centro dei suoi interessi la formazione e la cultura, condizioni indispensabili di sviluppo e di prosperità.

Consumi culturali in Svizzera

La Svizzera ha superato la crisi di questi ultimi anni certamente meglio dei Paesi vicini. Ciononostante anche in questo Paese «fortunato» (come direbbe ancora oggi Denis de Rougemont) i consumi culturali sono leggermente calati, ma restano pur sempre molto elevati nel loro insieme.

La spesa per la cultura si è mantenuta al livello ragguardevole di oltre 270 franchi al mese per famiglia. Ovviamente la pratica di attività culturali o la loro fruizione aumentano o diminuiscono parallelamente al reddito delle famiglie e, in maniera ancora più netta, al livello di formazione. Essi vanno considerati comunque su scala internazionale piuttosto elevati.

Due terzi della popolazione della Svizzera si reca regolarmente a concerti e proiezioni cinematografiche, visita città storiche, musei ed esposizioni. Anche le biblioteche, i teatri e i festival riscuotono un buon successo di pubblico.

Nel 2011 ogni famiglia ha speso mediamente circa 150 franchi al mese nel settore audiovisivo (acquisti e abbonamenti): televisori, apparecchi radiofonici e acustici, computer e Internet, dischi, DVD, cinema, ecc.; 53 fr. per giornali e periodici, libri e stampati vari; 18 fr. per teatri e concerti; 11 fr. per corsi di musica e di danza; 5 fr. per visite a musei, mostre, biblioteche e simili; ecc. Internet, che permette di accedere a una serie di media e contenuti culturali, viene utilizzato ormai dall’80% della popolazione.

Collaborazione tra pubblico e privato

Il fatto che la spesa per la cultura e il tempo libero delle famiglie sia elevata sta ad indicare non solo un diffuso benessere che consente senza difficoltà di destinare una parte delle disponibilità finanziarie ad attività culturali e al godimento di beni e servizi culturali, ma anche quanto la cultura in senso ampio sia percepita dalla stragrande maggioranza della popolazione come un valore da conservare e sviluppare. Quanto detto da Fassino, ma poco realizzato in Italia, in questo Paese è una convinzione diffusa tanto nel pubblico che ne privato: la cultura è un fattore costitutivo dello sviluppo.

Lo Stato (Confederazione, Cantoni e Comuni) è molto impegnato in questo settore considerato basilare per le sfide globali che attendono la piccola Svizzera. La cultura e la formazione, sono infatti i presupposti per poter spingere la ricerca e l’innovazione ai massimi livelli, in parte già raggiunti da molte aziende svizzere. Occorre pertanto garantire loro condizioni possibilmente ottimali, dalla scolarità obbligatoria alla formazione universitaria e postuniversitaria, senza trascurare per nulla la formazione professionale, un campo in cui pubblico e privato collaborano intensamente.

Il 31 gennaio scorso, nel corso della cerimonia di premiazione di circa 160 giovani professionisti che si sono distinti nei campionati svizzeri e mondiali delle professioni del 2013, il consigliere federale Johann N. Schneider-Ammann, capo del Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca ha tenuto a sottolineare che se la Svizzera intende rimanere tra i primi Paesi al mondo nel settore della formazione, della ricerca e dell’innovazione, deve continuare ad offrire ai giovani percorsi formativi vari e ben combinati, orientati alla ricerca di punta a alla promozione dell’innovazione. Il ministro della formazione ha inoltre precisato che «per far mantenere florida la nostra economia servono talenti a tutti i livelli».

Giovanni Longu
Berna, 5 febbraio 2014

Eccellenze di Calabria: Quando la seta era un prodotto principe.

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Quando accordi la tua voce di sirena
al suono delle fila e di cannelli
sembri una bella maga che incatena
gli amanti con un fil de suoi capelli.
Tra quelle fila ahimè, l’anima mia
Al par della tua spola, or viene, or va,
e vi rimane presa nell’armonia.
di quel dolce tricche, tricche, tra…”

E’ Vincenzo Padula a parlare in questi versi citati in calce, il quale ha esaltato il lavoro al telaio per la produzione della seta Calabrese. Paragonando la donna di Calabria ad una bella maga che intesse i fili a quel dolce suono dell’attrezzo. Comincerò così a narrare l’attività serica di Calabria, fiore all’occhiello della Calabria Ottocentesca.

Il baco da seta proveniente dalla Cina fu portato a noi dai bizantini, attecchì bene sulle rive delle fiumare calabresi. Le piane alluvionali accanto ai letti delle fiumare si riempirono di alberi di gelso e le sue foglie diedero il nutrimento principe ai bachi.

Lo sviluppo della gelsicoltura ebbe inizio con l’introduzione del gelso bianco da parte dei Bizantini che lo portarono in Calabria; prima di allora si conosceva solo il gelso nero poco adatto all’allevamento dei bachi.

A Catanzaro sorse così un centro di raccolta di tutta la produzione calabrese e le sete di Catanzaro vestirono i ricchi di mezzo mondo. La città di Catanzaro effettivamente fu il principale centro della regione dove quest’arte si diffuse, conferendo alla città stessa ricchezza e prestigio e siamo solo nell’800.

Si produceva notevole quantità di tessuto damascato diffuso dalla Siria (Damasco) da cui il nome stesso deriva. Ancora particolarmente importante a Cortale era l’arte della seta grezza per farne abiti da donna usando i colori della tradizione calabrese che sono il rosso, il verde, l’azzurro, il giallo-oro.

L’ allevamento del baco da seta e la produzione dei bozzoli aveva carattere familiare: le allevatrici acquistavano le uova del baco e le tenevano al caldo aspettando che i bacolini venissero fuori dal guscio, iniziando così la loro breve esistenza.

Altre invece compravano i neonati di baco e li nutrivano con foglie di gelso triturate, poi li collocavano nei cosiddetti cannizzi che erano dei graticci di canne a più piani. La seta Calabrese era effettivamente di qualità eccelsa ed invase i mercati europei facendo scuola ad altre nazioni europee che si sentivano leader nel settore.

Intanto le richieste Calabresi aumentavano e divenne uno dei pilastri su cui poggiava la nostra economia, questo fino alla Seconda Guerra Mondiale. Il massimo sviluppo della seta si ebbe nel Settecento.

A Catanzaro si contavano settemila setaioli e mille telai. Si producevano drappi, damaschi e broccati apprezzati in tutta Europa. Tante  però per la delizia del lettore furono le leggende che circolavano oralmente sulla produzione serica calabrese ma in questo ambiente e per dovere di studio a noi le leggende, interessano poco.

Il grande Imperatore Federico II di Svevia fu infatti accanito difensore di quest’arte. Unico e solo documento certo riscontrato in tale viaggio  è un rogito notarile citato, quale testimonianza  certa, dallo storico e studioso francese  Andrè Guillon, risalente al 1050 nel quale si cita:”fra i beni della curia metropolita reggina figura un campo di migliaia di gelsi”.

Nella provincia di Reggio il primo imput  alla seta fu dato dagli Ebrei, ma ben presto si aprirono contese tra Genovesi e Lucchesi per il monopolio del prodotto. Spingendo così nel 1511 un’ordinanza del re Ferdinando di Aragona, che li costrinse ad abbandonare il nostro paese. Infatti, Reggio poteva esportare, quasi, soltanto seta in pagamento di ciò che importava e poiché non tutti accettavano il pagamento in seta, non poteva sfuggire alla pesante mediazione messinese che deteneva la chiave dell’esportazione.

In quegli anni a Reggio si era sviluppata una monocultura in quanto la seta da sola bastava a pagare tutto.
Essa infatti “…rappresentava per Reggio Calabria una specie di eldorado”.
Da Reggio la lavorazione del prodotto si sparse fino a Villa San Giovanni dove il Grimaldi fonda una nota filanda che produceva tessuti di ottima fattura nel 1790.

Solo nel 1863 in tutta la Calabria si enumerarono 120 filande effettivamente la storia ha parlato chiaro. A Cosenza la seta si propagò nella valle del Crati, dove la coltivazione del baco da seta costituiva il principale sostentamento della povera gente. Centri importanti di lavorazione furono: Montalto, Bisignano, Altomonte,Castrovillari e Longobucco.

Concederò al gentile lettore accenni di storia per difendere una terra bistratta da false fonti soprattutto nel periodo ottocentesco che rappresenta un buco nero della storia. La tradizione calabrese prevedeva inoltre che i damaschi più preziosi siano stesi ai balconi delle case padronali durante le processioni (usanza ttutt’oggi viva).

Di grande pregio storico ed artistico i damaschi antichi di proprietà della Basilica dell’Immacolata di Catanzaro. Nel ’700 la maggiore richiesta di filato era legata alla nascente industria tessile che si evolveva in continuazione con macchinari sempre più sofisticati: il filatoio ad acqua,la macchina di Jenny, il Mule etc.All’inizio ’800 l’energia idraulica veniva utilizzata su vasta scala, per poi, successivamente, passare alla macchina a vapore.

Dalle macchine per filare in legno si giungeva a quelle di ghisa e, infine, a quelle automatiche in acciaio. Oggi questi manufatti in seta sono prodotti per realizzare coperte, tessuti d’arredo,ornamenti e paramenti sacri, scialli, biancheria (tovagliato, lenzuola, asciugamani). 

La decadenza dell’arte della seta in Calabria fu determinata soprattutto dal monopolio vessatorio che il governo Italiano aveva cominciato ad esercitare su di essa che impedì ogni progresso, e mentre al Nord la seta veniva sempre più valorizzata al Sud rimase allo stato primitivo per cui le sete calabresi persero prestigio.

A ciò si aggiunsero altri fattori, quali il sempre più difficile allevamento del baco a causa della carenza di manodopera, di varie epidemie e di sconvolgenti terremoti, così che la bellissima arte della seta divenne un ricordo lontano. Oggi rimane solo qualche rudere di filanda e qualche ricordo nella mente dei nostri nonni.

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura CDS
Centro Studi e Ricerche
Comitati Due Sicilie.

DALLA CALABRIA ALL’AMERICA

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L’anno scorso è nata La Guarimba, un gruppo di ventenni che ha riparato e riaperto un vecchio cinema abbandonato ad Amantea, un paesino della Calabria. Il tutto per organizzare la prima edizione di un festival di cortometraggi. Sotto lo slogan “Il cinema alla gente e la gente al cinema” hanno portato in quella comunità persone di tutto il mondo e hanno avuto come Presidente della giuria lo spagnolo nominato agli Oscar Nacho Vigalondo.

Ma quest’avventura non finisce lì. La seconda edizione del festival è già partita con la apertura delle iscrizioni per cortometraggi di fiction, animazione e documentario; nel frattempo la troupe di making of sta lavorando in un documentario girato nel festival e parla del cinema come atto di resistenza; e a febbraio La Guarimba se ne va in America, invitata dalla Duke University al North Carolina dove parleranno della storia del festival, del modello di comunicazione e organizzazione, proietteranno i vincitori ed esporranno le 30 locandine fatte da artisti di tutto il mondo, e così riusciranno a portare la Calabria in America e l’America in Calabria.

Sperano di incontrare alla comunità calabrese fuori l’Italia per avvicinare i due popoli facendo più eventi in altre istituzioni e trovare sponsors che li vogliano aiutare per continuare ad arricchire con cultura calabrese il mondo e continuare l’impatto positivo dentro la regione.

Dopo il successo de festival, i guarimberos hanno portato la storia del festival a Milano, a Lecce, in Armenia, a Cipro, lavorando insieme ad altre associazioni.


Giulio Vita
La Guarimba International Film Festival

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