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Calabria e Sistema Politico

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Tra maggioranza e opposizione dialogo impossibile?
Gli scontri, non solo verbali, tra maggioranza e minoranza sono da mesi sotto gli occhi di tutti. Invano risuonano come voce nel deserto gli appelli del Capo dello Stato al dialogo. Qualunque richiesta dell’opposizione è respinta dalla maggioranza come irricevibile e ogni proposta della maggioranza e del governo risuona alle orecchie dell’opposizione come una provocazione e contraria agli interessi degli italiani.

Un esempio emblematico è quello offerto dalla discussione attorno alla cosiddetta “riforma Gelmini”. Esso è sintomatico di come la maggioranza intenda governare e di come l’opposizione cerchi di impedirlo. Poiché la maggioranza degli elettori ha dato fiducia a una parte politica e non alla parte avversa, i vincitori si credono in diritto e persino in dovere d’imporre la loro legge a colpi di maggioranza o di voti di fiducia. L’opposizione, non avendo i numeri per contrastare le proposte del governo nelle aule parlamentari, ricorre ad ogni altro mezzo possibile e legittimo per bloccarle sul nascere, organizzando il dissenso popolare, dichiarandole perverse e minacciandone il referendum abrogativo in caso di approvazione.

Mi sembra uno strano modo d’interpretare non solo il dialogo invocato dal Presidente della Repubblica, ma anche il ruolo della maggioranza e dell’opposizione. E’ vero infatti che è compito della maggioranza governare e guidare il Paese verso quell’obiettivo che tutti chiamano “bene comune”, ma proprio perché “comune”, dovrebbe essere condiviso dalla più ampia maggioranza possibile dei cittadini e dei loro rappresentanti. Per il governo, il dialogo con l’opposizione dovrebbe essere la via obbligata non solo per raggiungere attorno alle grandi riforme un’ampia base di consenso, ma anche la maggiore efficacia possibile dei provvedimenti adottati. Purtroppo, invece, il governo tenta spesso di prendere le scorciatoie, senza rendersi conto che quando il dissenso si allarga troppo l’azione del governo diventa inefficace o addirittura dannosa.
L’attuale crisi finanziaria, che dagli Stati Uniti ha finito per colpire il mondo intero e direttamente o indirettamente milioni o miliardi di persone, pone non pochi problemi a organismi internazionali, governi nazionali e singoli cittadini.

Per evitare che la crisi diventi una catastrofe, gli organismi internazionali e i governi nazionali dovranno trovare per il sistema finanziario mondiale e nazionale regole certe, in modo che anche le responsabilità della gestione di immensi patrimoni di terzi siano certe.

Anche i singoli cittadini dovranno imparare a riscoprire il valore del denaro e del lavoro. Il denaro è un mezzo non un fine. La ricchezza non si crea con la speculazione ma col lavoro, con la trasformazione delle materie prime, con gli scambi, con i servizi. In questi ultimi anni, non solo in America, la possibilità di “fare denaro” al di fuori del lavoro ha contaminato milioni di persone. Forse anche per questo il lavoro ha perso valore e non è stato remunerato quanto merita. Anche la scuola sembra aver dimenticato che oltre a elargire sapere deve elargire competenze per saper lavorare.
(Nuccio Iovene- Coordinatore regionale Sinistra Democratica della Calabria già componente della commissione antimafia)

Una nuova operazione di polizia condotta nella piana di Gioia Tauro ha messo nuovamente in luce l’intreccio mafia-politica che pesa sulla Calabria in tutta la sua gravità.

I sindaci di Gioia Tauro e Rosarno, insieme ad altri amministratori locali, tutti esponenti del centrodestra, e alcuni esponenti del clan Piromalli (una delle principali famiglie della ‘ndrangheta calabrese) sono stati tratti in arresto ieri mattina a seguito di una inchiesta della DDA di Reggio Calabria.

Gli arresti sono stati eseguiti dopo che i Comuni erano stati nuovamente sciolti per infiltrazioni mafiose nei mesi scorsi e confermano il controllo assoluto del territorio da parte delle cosche e la complicità o l’asservimento di una certa politica nei confronti della ‘ndrangheta.
 
Sulla proposta del deputato leghista Cota di istituire classi d’integrazione per bambini immigrati sono stati scritti decine di articoli. Ne ho letto parecchi e mi hanno dato l’impressione che almeno la maggior parte degli autori non conoscesse minimamente i risultati dell’indagine internazionale PISA. Questa valuta da alcuni anni le competenze scolastiche dei quindicenni dei Paesi partecipanti. Ebbene, nella classifica per Paese, l’Italia si colloca agli ultimi posti. A spingere verso il basso sono soprattutto le prestazioni degli allievi meridionali e degli immigrati.

In molti Paesi, i risultati PISA, ben più positivi di quelli nostrani, hanno provocato ampi dibattiti e avviato interventi per aumentare la qualità della scuola dell’obbligo. La mozione Cota, approvata recentemente dalla Camera dei Deputati, mi è sembrata orientata nella stessa direzione. Invece, stando ai resoconti giornalistici, molte reazioni provenienti soprattutto dall’opposizione parlamentare la considerano «discriminatoria», una «proposta abietta» (Fassino), «intollerabile» (Veltroni), che «richiama gli aspetti bui dell'apartheid» (Epifani Cgil), ecc.
La vicenda Alitalia si era appena chiusa, anche se mancava ancora l’accordo formale dei piloti e degli assistenti di volo, e già cominciava la polemica sui presunti vincitori.
Il primo a rivendicare la vittoria è stato Walter Veltroni, leader dell’opposizione, ma a detta di molti avrebbe fatto meglio a tacere. E’ difficile credere che le sue lettere, le sue telefonate o i suoi incontri siano stati determinanti. Del resto, i buoni uffici non sono mai determinanti. E poi, Veltroni non aveva altra scelta per evitare la corresponsabilità di un eventuale fallimento di Alitalia. Se non avesse speso qualche parola in favore dell’accordo con la Compagnia aerea italiana (Cai) avrebbe semplicemente decretato la sua fine prematura come leader politico. E’ intervenuto apparentemente per opportunismo, all’ultimo momento, tanto è vero che durante l’intera vicenda non ha fatto altro che contrastare l’iniziativa del governo Berlusconi, ritenuto “colpevole” di aver fatto fallire il tentativo di scalata di Air France, all’epoca sostenuta dal governo Prodi.

Nemmeno il leader della Cgil Epifani aveva altra scelta che quella di firmare l’accordo già sottoscritto dai suoi colleghi delle altre organizzazioni sindacali Cisl, Uil e Ugl, perché il suo rifiuto avrebbe inferto un colpo mortale al fronte sindacale e si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di migliaia di posti di lavoro andati in fumo per la sua testardaggine. Gli si può dare atto del suo temperamento combattivo per la difesa dei diritti dei lavoratori, ma non di aver ben calcolato i rischi. In una trattativa difficile non esiste la regola del tutto o niente, ma solo quella del compromesso. E quello approvato da Cisl, Uil e Ugl era stato ritenuto un buon compromesso. Perché dunque mettere a repentaglio la credibilità e la compattezza del fronte sindacale in un momento molto delicato per il rinnovo di molti altri contratti di lavoro con Confindustria? Perché contribuire con un comportamento ritenuto da molti irresponsabile ad accrescere incertezze, esasperazioni e ostilità?

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