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Calabria e Sistema Politico

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Passando in rassegna alcune agenzie di stampa sul dibattito alla Camera dei deputati in relazione al disegno di legge sulle intercettazioni, mi ha colpito l’intervento dell’on. Laura Garavini, deputata del Pd eletta nella circoscrizione Estero, soprattutto per il tono del suo linguaggio (in linea del resto con molti suoi interventi contro il governo per la sua politica nei confronti degli italiani all’estero, che lei considera nient’altro che «operazioni punitive a danno dei connazionali»).

Capisco che in Parlamento chi è all’opposizione debba fare l’opposizione, ma non capisco che si limiti solo a dire no, senza motivarlo con argomenti convincenti. Quelli espressi dalla Garavini nel suo intervento alla Camera sulle intercettazioni sono addirittura contradditori. Da una parte riconosce che «formalmente i reati di mafia sono esclusi dalle restrizioni che il Governo vuole introdurre» e dall’altra afferma che «di fatto la riforma impedisce intercettazioni per tutta una serie di reati cosiddetti satelliti - come, ad esempio, l’usura, il traffico di droga, il traffico di rifiuti - che servono alle mafie per rafforzare il loro potere sul territorio». Eppure sembrerebbe evidente che se le intercettazioni sono ammesse per mafia e terrorismo lo saranno anche per tutti quei reati direttamente connessi.

Mi sorprende, inoltre, la Garavini quando sembra scandalizzata che il ddl preveda per l’autorizzazione delle intercettazioni per altri reati, «evidenti indizi di colpevolezza» per poi asserire, giocando sulle parole (ma le parole non si lasciano manipolare a piacere!), che in realtà «il provvedimento in esame obbliga gli inquirenti ad intercettare solo dopo aver acquisito le prove della colpevolezza di una persona». Davvero sorprendente: il ddl parla di «indizi di colpevolezza» e la Garavini legge «prove della colpevolezza», come se non conoscesse la differenza tra «indizio» e «prova». E’ dunque ragionevole autorizzare le intercettazioni in presenza di «evidenti indizi», mentre sarebbe inutile se esistesse già la prova provata.

Comunque si vogliano leggere i risultati delle elezioni europee in Italia, non c’è dubbio che si tratta di un cartellino giallo dato dagli elettori ai due principali antagonisti, Berlusconi e Franceschini. Se il primo piange, perché rimane lontano dagli obiettivi che si era posto, il secondo non ride perché è solo riuscito a evitare il crollo del suo partito.

Per far capire meglio la volontà popolare ai due partiti maggiori, che restano comunque gli unici veri candidati a determinare la politica italiana ancora per molti anni, gli elettori hanno dato un significativo premio ai partiti minori dei due schieramenti. Della Lega Nord, con oltre il 10% di consensi, sono stati premiati soprattutto l’attaccamento al territorio e la vicinanza ai problemi della gente; dell’Italia dei Valori è stata premiata, a mio parere, non tanto l’aggressività nei confronti del leader del Popolo della Libertà e della maggioranza, quanto piuttosto il forte richiamo ai «valori» morali e civici che dovrebbero caratterizzare anche la politica; dell’Unione democratica di centro, infine, è stato premiato l’equilibrio tra i due principali schieramenti e la moderazione dei toni nel dibattito politico, anche se la pochezza dei consensi non la legittimano a proporsi come terza forza.

In questa analisi parto dal presupposto che gli italiani diano per scontato che i principali attori politici alternativi devono essere due, con uno o due comprimari in ciascuno schieramento. I voti dati agli attuali comprimari in occasione di queste elezioni denotano a mio parere non un ripensamento del bipolarismo e bipartitismo, quanto la sottolineatura delle vistose lacune che caratterizzano i maggiori partiti. I cittadini italiani vogliono una politica più vicina ai problemi reali e meno legata all’ideologia, più concentrata sulle soluzioni efficaci che sulle grandi analisi, più collaborativa e meno litigiosa.

Ogni Paese che si rispetti ha i suoi eroi e i suoi miti. La Svizzera, per esempio, ha il mito di Guglielmo Tell. Anche l’Italia non è da meno con il Risorgimento e la Resistenza.
I miti nazionali hanno una funzione importante perché servono a individuare l’«identità nazionale» e i suoi valori fondanti. Questa è la funzione anche del Mito della Resistenza per l’Italia di oggi e questo giustifica la sua celebrazione annuale.

Pur collocandosi in tempi non remoti, per la maggior parte degli italiani la nascita dell’Italia repubblicana appare ormai lontana dalla memoria individuale e comunque in un contesto dai contorni evanescenti e in cui i particolari diventano insignificanti. Le condizioni ideali per la formazione dei miti, che si alimentano per un verso dalla realtà storica e per l’altro dalla condivisione di aspirazioni e valori di tutto un popolo in quel momento o in quell’epoca.

Così è nato anche il Mito della Resistenza, in cui si fondono in maniera esemplare e inscindibile una verità storica e una verità ideale. La Resistenza è assurta a mito da quando le due componenti hanno perso per così dire le loro caratteristiche specifiche e hanno assunto una connotazione tipica dei miti, la «sacralità». «Il mito – scriveva lo storico Mircea Eliade - racconta una storia sacra», ossia una storia vera, resa esemplare per i valori e le motivazioni ideali che la sostanziano.

Se fino ad oggi la Festa della Liberazione non è mai stata una festa veramente «nazionale», ossia di tutti, lo si deve al fatto che le due componenti essenziali del mito sono state considerate separatamente, privilegiando certi aspetti e dimenticandone altri. Non solo. Alcuni storici e alcuni politici hanno persino tentato di attribuire a una sola parte (politica) l’eroismo della Resistenza e il merito della Liberazione. Non avevano capito la funzione unificante del mito nella vita delle nazioni.

Gli italiani festeggiano il 2 giugno la nascita della Repubblica. Quel che non è stato ancora possibile per la Resistenza è divenuto da decenni per la Festa della Repubblica una celebrazione corale, almeno apparentemente. Tutti gli italiani indistintamente si riconoscono ormai figli della Repubblica. Eppure le divisioni sui grandi problemi del Paese permangono.

Quel 2 giugno 1946, in cui la maggioranza degli italiani decise le sorti della monarchia e l’avvento della repubblica, non fu un giorno tranquillo. Un’accesa campagna referendaria aveva diviso il popolo italiano chiamato a una scelta difficile. Anche nei giorni successivi, l’attesa del risultato fu drammatica, come registrano le cronache, sia per l’incertezza del voto, sia per le accuse di brogli, e sia per la paura che il destino della forma di governo dell’Italia potesse decidersi con le armi e persino con l’intervento di qualche potenza straniera.

Solo il 10 giugno 1946 la Corte di Cassazione riuscì a proclamare i risultati del referendum, ma furono contestati. Si dovette attendere fino al 18 giugno per averne la conferma definitiva (12.718.641 voti per la repubblica e 10.718.502 per la monarchia) e proclamare ufficialmente la Repubblica. L’Italia si scoprì divisa quasi a metà tra nord e sud, non solo fisicamente ed economicamente: se al nord aveva nettamente prevalso la repubblica, al sud la preferenza dei votanti era andata a favore della monarchia.

Per noi italiani che viviamo all’estero, l’immagine che percepiamo dell’Italia attraverso i media è spesso deprimente.
Non mi riferisco evidentemente al terremoto dell’Abruzzo. Anzi questa catastrofe «naturale» è riuscita, nella sua tragicità, a far emergere alcuni aspetti positivi del popolo italiano che restano abitualmente nell’ombra o completamente dimenticati, la solidarietà e la generosità.

Mi riferisco all’incessante e asfissiante polemica (soprattutto politica) che sta minando la convivenza civile e rallentando quella crescita di cui l’Italia ha enormemente bisogno per tenere il passo delle altre nazioni europee. La polemica ad oltranza ha tentato persino di gettare un’ombra di discredito su una delle migliori prestazioni della Protezione civile e del Governo degli ultimi tempi, alle prese con un cataclisma terribile, imprevedibile e inaspettato.

Credo che la prima trasmissione Annozero di Michele Santoro dedicata al terremoto dell’Abruzzo non faccia onore né al giornalismo italiano né tantomeno al servizio pubblico. Uno dei migliori giornalisti svizzeri di lingua italiana, Michele Fazioli, ha definito «sconcia» quella trasmissione e Santoro un giornalista «fazioso populista di sinistra travestito da coraggioso».

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