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Eccellenze di Calabria: Quando la seta era un prodotto principe.

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Quando accordi la tua voce di sirena
al suono delle fila e di cannelli
sembri una bella maga che incatena
gli amanti con un fil de suoi capelli.
Tra quelle fila ahimè, l’anima mia
Al par della tua spola, or viene, or va,
e vi rimane presa nell’armonia.
di quel dolce tricche, tricche, tra…”

E’ Vincenzo Padula a parlare in questi versi citati in calce, il quale ha esaltato il lavoro al telaio per la produzione della seta Calabrese. Paragonando la donna di Calabria ad una bella maga che intesse i fili a quel dolce suono dell’attrezzo. Comincerò così a narrare l’attività serica di Calabria, fiore all’occhiello della Calabria Ottocentesca.

Il baco da seta proveniente dalla Cina fu portato a noi dai bizantini, attecchì bene sulle rive delle fiumare calabresi. Le piane alluvionali accanto ai letti delle fiumare si riempirono di alberi di gelso e le sue foglie diedero il nutrimento principe ai bachi.

Lo sviluppo della gelsicoltura ebbe inizio con l’introduzione del gelso bianco da parte dei Bizantini che lo portarono in Calabria; prima di allora si conosceva solo il gelso nero poco adatto all’allevamento dei bachi.

A Catanzaro sorse così un centro di raccolta di tutta la produzione calabrese e le sete di Catanzaro vestirono i ricchi di mezzo mondo. La città di Catanzaro effettivamente fu il principale centro della regione dove quest’arte si diffuse, conferendo alla città stessa ricchezza e prestigio e siamo solo nell’800.

Si produceva notevole quantità di tessuto damascato diffuso dalla Siria (Damasco) da cui il nome stesso deriva. Ancora particolarmente importante a Cortale era l’arte della seta grezza per farne abiti da donna usando i colori della tradizione calabrese che sono il rosso, il verde, l’azzurro, il giallo-oro.

L’ allevamento del baco da seta e la produzione dei bozzoli aveva carattere familiare: le allevatrici acquistavano le uova del baco e le tenevano al caldo aspettando che i bacolini venissero fuori dal guscio, iniziando così la loro breve esistenza.

Altre invece compravano i neonati di baco e li nutrivano con foglie di gelso triturate, poi li collocavano nei cosiddetti cannizzi che erano dei graticci di canne a più piani. La seta Calabrese era effettivamente di qualità eccelsa ed invase i mercati europei facendo scuola ad altre nazioni europee che si sentivano leader nel settore.

Intanto le richieste Calabresi aumentavano e divenne uno dei pilastri su cui poggiava la nostra economia, questo fino alla Seconda Guerra Mondiale. Il massimo sviluppo della seta si ebbe nel Settecento.

A Catanzaro si contavano settemila setaioli e mille telai. Si producevano drappi, damaschi e broccati apprezzati in tutta Europa. Tante  però per la delizia del lettore furono le leggende che circolavano oralmente sulla produzione serica calabrese ma in questo ambiente e per dovere di studio a noi le leggende, interessano poco.

Il grande Imperatore Federico II di Svevia fu infatti accanito difensore di quest’arte. Unico e solo documento certo riscontrato in tale viaggio  è un rogito notarile citato, quale testimonianza  certa, dallo storico e studioso francese  Andrè Guillon, risalente al 1050 nel quale si cita:”fra i beni della curia metropolita reggina figura un campo di migliaia di gelsi”.

Nella provincia di Reggio il primo imput  alla seta fu dato dagli Ebrei, ma ben presto si aprirono contese tra Genovesi e Lucchesi per il monopolio del prodotto. Spingendo così nel 1511 un’ordinanza del re Ferdinando di Aragona, che li costrinse ad abbandonare il nostro paese. Infatti, Reggio poteva esportare, quasi, soltanto seta in pagamento di ciò che importava e poiché non tutti accettavano il pagamento in seta, non poteva sfuggire alla pesante mediazione messinese che deteneva la chiave dell’esportazione.

In quegli anni a Reggio si era sviluppata una monocultura in quanto la seta da sola bastava a pagare tutto.
Essa infatti “…rappresentava per Reggio Calabria una specie di eldorado”.
Da Reggio la lavorazione del prodotto si sparse fino a Villa San Giovanni dove il Grimaldi fonda una nota filanda che produceva tessuti di ottima fattura nel 1790.

Solo nel 1863 in tutta la Calabria si enumerarono 120 filande effettivamente la storia ha parlato chiaro. A Cosenza la seta si propagò nella valle del Crati, dove la coltivazione del baco da seta costituiva il principale sostentamento della povera gente. Centri importanti di lavorazione furono: Montalto, Bisignano, Altomonte,Castrovillari e Longobucco.

Concederò al gentile lettore accenni di storia per difendere una terra bistratta da false fonti soprattutto nel periodo ottocentesco che rappresenta un buco nero della storia. La tradizione calabrese prevedeva inoltre che i damaschi più preziosi siano stesi ai balconi delle case padronali durante le processioni (usanza ttutt’oggi viva).

Di grande pregio storico ed artistico i damaschi antichi di proprietà della Basilica dell’Immacolata di Catanzaro. Nel ’700 la maggiore richiesta di filato era legata alla nascente industria tessile che si evolveva in continuazione con macchinari sempre più sofisticati: il filatoio ad acqua,la macchina di Jenny, il Mule etc.All’inizio ’800 l’energia idraulica veniva utilizzata su vasta scala, per poi, successivamente, passare alla macchina a vapore.

Dalle macchine per filare in legno si giungeva a quelle di ghisa e, infine, a quelle automatiche in acciaio. Oggi questi manufatti in seta sono prodotti per realizzare coperte, tessuti d’arredo,ornamenti e paramenti sacri, scialli, biancheria (tovagliato, lenzuola, asciugamani). 

La decadenza dell’arte della seta in Calabria fu determinata soprattutto dal monopolio vessatorio che il governo Italiano aveva cominciato ad esercitare su di essa che impedì ogni progresso, e mentre al Nord la seta veniva sempre più valorizzata al Sud rimase allo stato primitivo per cui le sete calabresi persero prestigio.

A ciò si aggiunsero altri fattori, quali il sempre più difficile allevamento del baco a causa della carenza di manodopera, di varie epidemie e di sconvolgenti terremoti, così che la bellissima arte della seta divenne un ricordo lontano. Oggi rimane solo qualche rudere di filanda e qualche ricordo nella mente dei nostri nonni.

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura CDS
Centro Studi e Ricerche
Comitati Due Sicilie.

Ed anche la Calabria può ripartire dalle sue razze autoctone: La capra Nicastrese

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E' proprio vero la Calabria è una terra dalle mille contraddizioni, una terra che può e deve ripartire dalle soprattutto dalle sue radici. Una delle sue peculiarità che desidero discutere col gentile viaggiatore calabrese e la capra Nicastrese, erede dell’antica Neocastrum, di origine bizantina  una razza che già dal 2002 è stato istituito un Registro...
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Quando Goethe in visita alla Capitale Partenopea osannava il riciclaggio dei rifiuti.

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Goethe dopo avere viaggiato in lungo e in largo per l’Italia, nel 1787 ritorna a Napoli per una seconda visita.  Spirito grandissimo e superiore, aguzza la vista e con animo indagatore si mischia tra il popolo partenopeo.

La Napoli della fine del 1700, quella che ci racconterà il Goethe conta cinquecentomila abitanti e agli occhi di Goethe Napoli appare una delle città più pulite d’Italia, più di Venezia, Roma e Palermo la cui sporcizia, abbandonata lungo le strade, non sfugge agli occhi del poeta.

Il consumo di verdura degli odierni napoletani è ancora oggi alto, e alta è la loro produzione procapite di umido ( torsoli e foglie di cavolfiori, dei broccoli, dei carciofi, dei cavoli dell’insalata, dell’aglio…) e la campagna che circonda Napoli, nonostante discariche abusive e non, stoccaggi di ecoballe, cementificazione legale e abusiva è ancora un immenso orto.

La Napoli che Goethe ha conosciuto ricicla tutto fino all’inverosimile e questa capacità di riciclare, che i tragici roghi di rifiuti dei giorni nostri ci dicono forse irrimediabilmente perduta, si traduce in una vera ricchezza collettiva.Non posso omettere in questo discorso quel che il Goethe disse di una delle menti più illuminate il Filangeri :”Debbo darvi qualche breve ragguaglio di carattere generale circa un uomo egregio che ho conosciuto in questi giorni: il cavalier Filangieri, noto per il suo libro sulle legislazioni. Egli fa parte di quei giovani degni di stima che hanno di mira la felicità degli uomini, non disgiunta da un’onorevole libertà.

Dal suo contegno traspare il decoro del soldato, del cavaliere e dell’uomo di mondo, temperato però dall’espressione d’un delicato senso morale diffuso in tutto il suo essere e che emana bellamente dalla parola e dal gesto. È profondamente rispettoso del suo re e del reame, benché non approvi tutto ciò che vi accade; condivide però i timori riguardanti Giuseppe II.

L’immagine d’un despota, pur se aleggi soltanto nell’aria, impaurisce gli uomini dabbene. Mi parlò con grande schiettezza dei motivi per i quali si ha ragione di temerlo a Napoli. Discorre volentieri di Montesquieu, di Beccaria e anche delle proprie opere, sempre nel medesimo spirito di buona volontà e con vivo slancio giovanile per il ben fare. Non credo abbia ancora toccato la quarantina.

Descrive inoltre facchini, marinai, pescatori, bambini e “spazzini” nel loro modo di lavorare, così diverso dal lavoro dei tedeschi ma non per questo meno produttivo e laborioso.

Chiosa così il nostro viaggiatore sui napoletani: “Un uomo povero, che a noi sembra un miserabile, può in questi paesi non solo soddisfare i suoi bisogni più urgenti e più necessari, ma anche godersi beatamente la vita; un così detto lazzarone napoletano potrebbe infischiarsi del posto di viceré in Norvegia e rifiutare l’onore che gli farebbe l’imperatrice di Russia nominandolo governatore in Siberia […] “.

Tuttavia la cosa che balza di più agli occhi del lettore è la descrizione chiara ed intelligente del territorio di Napoli:”Qui, un uomo con l’abito a brandelli non è ancora un uomo nudo; colui che non ha una casa sua né una casa a pigione, ma che l’estate passa le notti sotto qualche grondaia o sulla soglia dei palazzi e delle chiese o nei portici pubblici, o che, se il tempo è cattivo, trova da coricarsi in qualche luogo pagando qualche spicciolo, non si può dire per questo un reietto o un miserabile. Se si considera quale enorme quantità di alimenti offre questo mare pescoso, dei cui prodotti la gente deve nutrirsi per obbligo ecclesiastico due o tre giorni alla settimana; la gran varietà di frutta e di verdura che si trova in sovrabbondanza tutto l’anno; come una provincia intorno a Napoli ha meritato il suo nome di Terra di Lavoro (che si deve intendere: “terra fatta per essere coltivata” non “terra di lavoro, o di fatica”) e come tutta la regione porta da secoli il titolo onorifico di Campania felice, si comprenderà bene quanto la vita in questi paesi sia felice.

Andando avanti in quello che è il suo lavoro di indagatore, Goethe osserva quanto a Napoli i rifiuti sono utili e sono da considerarsi una ricchezza  Lo avevano capito i Napoletani di allora e lo aveva capito persino lo scrittore tedesco Goethe, grande amante dell’Italia e della Sicilia, che così scriveva a Napoli il 27 Maggio 1787: Moltissimi sono coloro – parte di mezza età, parte ancora ragazzi e per lo più vestiti poveramente – che trovano lavoro trasportando le immondizie fuori città a dorso d’animo.

Tutta la campagna che circonda Napoli è un solo giardino d’ortaggi, ed è un godimento vedere le quantità incredibili di legumi che affluiscono nei giorni di mercato, e come gli uomini si dian da fare a riportare subito nei campi l’eccedenza respinta dai cuochi, accelerando in tal modo il circolo produttivo.

Lo spettacoloso consumo di verdura fa si che gran parte dei rifiuti cittadini consista di torsoli e foglie di cavolfiori, broccoli, carciofi, verze, insalate e aglio, e sono rifiuti straordinariamente ricercati.

I due grossi canestri flessibili che gli asini portano appesi al dorso vengono non solo inzeppati fino all’orlo, ma su ciascuno d’essi viene eretto con perizia un cumulo imponente.

Nessun orto può fare a meno dell’asino. Per tutto il giorno un servo, un garzone, a volte il padrone stesso vanno e vengono senza tregua dalla città, che ad ogni ora costituisce una miniera preziosa.

E con quanta cura raccattano lo sterco di cavalli e di muli! A malincuore abbandonano le strade quando si fa buio, e i ricchi che a mezzanotte escono dall’Opera certo non pensano che già prima dello spuntar dell’alba qualcuno si metterà a inseguire diligentemente le tracce dei loro cavalli.

A quanto m’hanno assicurato, se due o tre di questi uomini, di comune accordo, comprano un asino e affittano da un medio possidente un palmo di terra in cui piantar cavoli, in breve tempo, lavorando sodo in questo clima propizio dove la vegetazione cresce inarrestabile, riescono a sviluppare considerevolmente la loro attività.

È quasi imbarazzante oggi parlare di Goethe e del suo libro “Viaggio in Italia”, da cui è tratto questo brano. Oggi che Napoli e la Campania tutta, devono vedersela con l’emergenza rifiuti, e con una situazione umiliante che porta gli abitanti di un intero paese (Terzigno) a protestare e lottare per salvaguardare la zona dall’ombra incombente della discarica.

Purtroppo non tutti i giorni nasce un uomo come Wolfgang Goethe, uno spirito così eccelso e luminoso, così libero e intelligente e soprattutto così profondo da vedere cose al di là delle apparenze, ma sono convinto che ognuno di noi possa apprendere e imparare qualcosa da queste intelligenti e profonde parole.

Il passato come sempre insegna, ma nessuno è disposto a imparare

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura Cds
Centro Studi e Ricerche
Comitati Due Sicilie.

Taverna Cz: Mattia Preti e il Museo Civico di Taverna.

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Per concludere nel migliore dei modi i festeggiamenti in onore del quarto centenario della nascita del famosissimo pittore di Taverna, conosciuto come "Il Cavaliere Calabrese" , proporrò al gentile viaggiatore calabrese uno scorcio della sua vita e la Pinacoteca a Taverna a lui dedicata. Quello dedicato a Mattia Preti è stato un evento senza precedenti per...
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ANGELINA ROMANO FU DAVVERO MARTIRE DELLA LEGGE PICA?

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Oggi si narrerà una storia triste, drammatica, una storia che se per un verso è assimilabile a tantissime altre, per un altro contiene qualcosa di talmente scomodo, da essere stata volutamente tenuta nascosta e sottaciuta. Si narrerà di ciò che successe in un paese siciliano, Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani, ad una bambina...
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LE CONFRATERNITE DEL VIBONESE:BREVE RICERCA.

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Alta impresa, dove vai ,oh
Madre Maria ed il perdono, mio Dio”
salmodiante di Nicotera

 Gli ambienti privilegiati per questa mia ricerca sono stati, ovviamente, gli archivi storici delle diocesi. Sebbene ho attinto in  prima persona sui documenti relativi alle varie visite pastorali e sulle Relationi ad limina Apostolorum( su gentile concessione di esimi colleghi storici che ringrazio vivamente per la fiducia datami malgrado la mia giovane età).

Facendo fioccare con maestria documenti interessanti seguendo altre piste, tuttavia, sotto l’aspetto bibliografico risulta essere limitato e frammentario essendo la quantità e la qualità dei documenti carente a conti fatti il lavoro finito risulta essere di   una fatica notevole, poche perciò  le carte scampate alla trafugazione di amatori senza scrupoli .

Lo studio della vita confraternale si deve condurre su documenti, e questi sono molti e di laboriosa consultazione.

Non bisogna fermarsi ai soli pochi fascicoli nelle diocesi o ai documenti della confraternita di provenienza a tal punto che per comprenderne la situazione ho voluto dare uno sguardo seppur veloce ai registri parrocchiali, il mio riferimento è ovvio al Liber Mortorum dove sono indicati i luoghi di sepoltura degli antenati. Si viene così ad apprendere che un tale o una tale erano sepolti in una certa chiesa nella tomba dei confratelli o delle consorelle.

Sempre dal registro dei morti per usare l’esempio di Tripodi sempre nell’atto di un convegno tenutosi a Nicotera nel 1995 cita :” (…) nella chiesa della confraternita dell’Immacolata di Dasà il primo confratello fu sepolto l’11 febbraio 1729”, il libro cita in oratorio novo sinonimo che l’apertura del culto sia intorno a quella data.

La storia delle confraternite non è stata ancora scritta del tutto, e difficilmente potrà essere scritta in futuro.

Non si può fare storia improvvisando testi nei quali sono trascritti solo regi assensi o lettere di parroci :” l’esercizio di copiatura è il modo più facile per aumentare le pagine di un libro”.

Per conoscere le confraternite scrive Antonio Tripodi negli atti del medesimo  convegno tenutosi a Castello Ruffo a Nicotera afferma ancora :” bisogna avvicinarsi a quel mondo, vivere quelle esperienze, partecipare alle riunioni e manifestazioni “.

Scrivere perciò del movimento confraternale, in questo mondo che potrebbe essere dissacrante ma non riesce a dissacrarsi, potrebbe essere anacronistico. Siamo in realtà fuori del tempo, ma del tempo delle grandi processioni di salmodianti che attraversavano incappucciati le vie della città e dei paesi, negli spostamenti per compiere le pratiche di pietà nelle diverse chiese o nell’accompagnare all’ultima dimora i confratelli defunti.

Le attuali confraternite possono collegarsi a quelle medioevali per il fervore mistico e per lo slancio caritativo, a tal proposito interviene M. Mariotti nella sua opera Ricerca sulle confraternite laicali del Mezzogiorno in età moderna – Rapporto della Calabria che a pag.155 annota:” (…) secondo gli indirizzi del Concilio di Trento, con l’elevazione della spiritualità degli iscritti che venivano istruiti nella fede cristiana”.

Tuttavia è proprio durante il Concilio di Trento che ai vescovi viene obbligata la visita alle confraternite, effettivamente anche Angelozzi nella sua opera Le Confraternite laicali.

Un’ esperienza tra medioevo ed età moderna  a pag 42-43 cronicizza:” il 17 settembre 1562 ,i padri conciliari a Trento resero obbligatorie ai vescovi le visite alle confraternite ed i luoghi pii”.

Sebbene sotto Pio V, viene emanata la EX DEBITO il 6 ottobre del 1571, lo stesso papa impose che in tutte le diocesi fosse eretta la confraternita della Dottrina Cristiana :” che arricchì di privilegi spirituali” afferma ancora Angelozzi nella medesima opera.

Per quanto riguarda la diocesi di Mileto, si deve al teatino Marcantonio Tufo che nel 1585 al 1606 resse l’antica diocesi, diede l’avvio di  erigere nuove confraternite con l’emanazione di 48 regole.

Dai dati d’archivio noto con maggiore frequenza quanto  le confraternite, sorgevano maggiormente nei “casali”(piccoli agglomerati di fuochi) le stesse che nelle regole e negli statuti riflettevano le condizioni storico esistenziali dell’epoca della loro erezione.

Sebbene nel Vibonese ogni municipio più o meno grande possedeva un gran numero di confraternite, fu nel’500 che qui si diffusero le confraternite del S.S. Sacramento al quale si dedicavano maggiori favori spirituali.

Tuttavia fu sempre con questo titolo che nel 1539 vennero nominate quelle di Monteleone e Dasà, a conti fatti sempre attraverso i dati d’archivio si registrò una fioritura durante il periodo della Controriforma. Sono gli anni dove sorgono le confraternite di dedicazione mariana, il Vibonese pullula, sotto il titolo del Rosario e del Salterio.

Non di meno secondo i dati storici erano quelle di Gesù e dell’Immacolata diffusissime in tutto l’hinterland. Le confraternite dell’Addolorata o della Pietà erano di iniziativa dei predicatori ed infine alla Madonna del Portosalvo, tipica dei centri rivieraschi. Aggiunge il Russo nel suo Regesto Vaticano per la Calabria, ossia una sorta di Registro annota questo :” titolo abbastanza diffuso era quello delle Anime del Purgatorio”probabilmente a carattere caritativo.

Nel territorio di Tropea si univa quello di San Michele,mentre a Mileto quello della Madonna delle Grazie o ancora a Nicotera vi erano i “ Rosarioti” dedicata alla Madonna del Rosario.

Sono anni in cui si fondavano le confraternite di mestiere sono sempre gli archivi a dare alla luce le fonti in merito a Soriano vi è appositamente una cartella che porta nome confraternite :” San Giuseppe per i falegnami, San Crispino per i calzolai, della Maddalena per gli ortolani “sono quelle più diffuse.

Tuttavia a Monsleonis (odierna Vibo) esistevano i cordari che trovavano collocazione alla Santissima Trinità. In questi ambienti venivano eletti i consoli dell’arte, che avevano il compito aggiunge Tripodi in molti suoi scritti apparsi su riviste rinomate quanto detto:” in tale veste esaminavano i nuovi artigiani che volevano aprire bottega in proprio”.

Sebbene è sempre dall’autorevole penna di Tripodi che appuriamo in un suo scritto di chiara fama , le chiese di Monteleone alla fine del XVI secolo in Calabria Letteraria di due bocciature:”  avvenute a Monteleone nel 1676, Antonio De Vita era stato reprobato et dichiarato inhabile, et inapto ad essere mastro (…) calzolaio” casi del genere risultano però di sporadica situazione.

Le confraternite dalla notte dei tempi, furono impegnatissime in dispute, per la supremazia, sia a livello territoriale che a livello di comune ricordiamo che la sola cittadina di Nicotera sul versante tirrenico possedeva fino a 18 confraternite, tutte volevano primeggiare per i riti della Pasqua, dallo stesso archivio storico di Nicotera evinco che non vi sono documenti che citano la pratica dell’Affruntata”nel centro.

Esistevano ancora le convenzioni tra le varie “sette” si possono citare, quella di Serra San Bruno nel 1793 e quella di Tropea solo qualche anno più tardi,nate con il  solo  scopo di evitare scandali, nota espressa dallo stesso Tripodi in La convenzione del 1793 tra le confraternite serresi in l’Altra Provincia.

Fin da sempre i luoghi pii, amministravano legati che copiosi venivano a loro affidati, tanto è vero che nel 1709 anno funesto per la Calabria Ultra, in occasione di una carestia la confraternita di Gesù e Maria del Rosario di Soriano intervenne con sussidi ai poveri fonte d’archivio storico.

Diciamo a gran voce come moltissime confraternite si dedicavano alla raccolta di somme per riscattare i cristiani caduti in mano turchesche. Si hanno così notizie sicure e certe di dati trovati in alcuni registri di contabilità tra cui spicca: Francica con l’Annunziata, Nao col S.S. Sacramento e Santa Caterina.

Fioccano ancora le confraternite che dotavano le giovani bisognose, la maggiore   sorgeva a Parghelia.

Per l’ennesima volta viene fuori un quadro del tutto diverso rispetto a quello dipinto e raccontato dai tradizionali manuali di storia sulla condizione di una Calabria arretrata, gli archivi parlano chiaro.

Tuttavia nella loro plurisecolare storia, la storia delle medesime dovette affrontare dure prove in ispecie quelle del versante vibonese interessate a conti fatti, alla cupidigia del potere civile e dalle calamità naturale contro clima e natura si è sempre potuto fare poco.

Nel 1783 la tragedia del terremoto induce il marchese Tanucci, primo ministro al governo napoletano a fondare la Cassa Sacra, non senza aver prima proclamato che le somme raccolte sarebbero state spese in sollievo di quanti ne avessero avuto bisogno.

Tutti gli enti sospesi ed inseguito soppressi nel 1784, furono spoliati persino delle suppellettili e dei libri amministrativi dei quali pochi si salvarono dall’umidità e dagli insetti. Ed è proprio a seguito del terribile flagello del ’73, che per le già immiserite confraternite si escogitò un onere speciale ed aggiungerei io secondo giusta causa, cita l’atto del convegno tenutosi a Nicotera nel ’95 sempre dalla voce del Tripodi:” quelle che se non volevano essere sciolte  si sarebbero dovute impegnare per il mantenimento di un maestro di scuola  per i trovatelli del paese” colpo di scena magistrale del Governo di Napoli.

Tuttavia le tradizioni delle stesse furono svariate, anche nel folklore che le animava. Tra le molteplici attività si creavano fantasiosi presepi addirittura riproponendo rioni cittadini è opportuno qui citare la Chiesa di Monterosso e quella  e di Tropea. A conti fatti però le attività delle tradizioni si racchiudono nelle pratiche della Settimana Santa molte le zone che praticano il rito dell’Affruntata, cioè con lo scopo di risollevare gli animi dei fedeli dopo la penitenza quaresimale cita l’antropologo di chiara fama il chiarissimo professor Vito Teti, per quel che riguarda San Nicola da Crissa.

Altra pratica di San Nicola da Crissa tanto per andare a ritroso nei giorni prima della Pasqua è quella del Sabato Santo durante il canto del Miserere i confratelli ripetono antiche pratiche penitenziali compiute dai loro antenati. Tuttavia è  il venerdì santo il giorno più suggestivo a Serra San Bruno si allestisce “la naca”addobbata con merletti e trame antiche.

Nei giorni del giovedì santo quando si celebra la cena sono i confratelli a impersonificare i 12 apostoli per la lavanda e la distribuzione del pane. Di rinomata situazione risulta essere la Confraternita del S.S. Crocifisso qui interviene un ‘atto di un convegno tenutosi e voluto da Teti a San Nicola da Crissa in cui viene istituita una messa settimanale dal 1734 e recitata anche fino ai giorni nostri.

L’impegno delle confraternite è evidente nelle decorazioni e nella manutenzione delle loro chiese. Si possono ammirare artistici stalli, sui quali sedevano e siedono i confratelli  (rimangono quelli di Serra, di Pizzo e di Vibo).

Le statue lignee o di cartapesta rimangono a testimonianza dei vari culti localmente venerati e di cui le confraternite ormai rimaste poche sono le detentrici di sapere e attività tramandate nei secoli.

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura C.D.S.
Centro Studi e Ricerche
Comitati Due Sicilie

Aspromonte: Agosto 1862

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Chiosa così Garibaldi in una famosa lettera scritta ad Adelaide Cairoli dopo l’episodio dei mille Garibaldeschi:” gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di aver fatto male, nonostante ciò non farei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”(1).

Sebbene l’epopea dei Mille si era conclusa come ben conosciamo con la decapitazione dello Stato Duosiciliano attraverso enormi perdite, senza cognizione di causa ed armato alla meno peggio, il Generalissimo riaccende la miccia della rivoluzione al grido di “Roma o morte” la sua scelta era fatta intendeva marciare sull’Urbe.

Al compimento dell’ unità nazionale mancavano Venezia e Roma e per riuscire nell’impresa non c’era che un modo, il solito modo: bisognava conquistarli ed occorreva l’assenso di Garibaldi   che restava l’alto patrono dice Indro Montanelli(2).

Il Generale si trovava nella sua bella isola di Caprera col figlio Menotti fino al 25 giugno di quel ’62 quando per recuperare il suo credito coi suoi seguaci, si imbarcò per Palermo.

Tra i suoi vi era Guerzoni suo fedelissimo il quale sempre dalle parole del Montanelli riporta così fedelmente la sua frase:” Nessuno di quanti lo accompagnarono seppe mai dal suo labbro né dove s’andasse né perchè s’andasse” nemmeno Garibaldi sapeva il perchè di quel viaggio(3).

Il Nizzardo non aveva ancora ben chiara la strada da percorrere e puntò sulla Sicilia, come in quel maledetto 1860. Giunto a Palermo lo accolsero trionfalmente, e li alluvionò di discorsi infiammati minacciando un nuovo Vespro. Circa tremila volontari erano affluiti al suo richiamo, mentre a Torino non sapevano che fare il Governo chiedeva a Rattazzi d’intervenire.

Tra i volontari tanto per la cronaca non vi era nessuno della vecchia guardia, nè Bixio, né Medici, Sirtori e Cosenz integrati come falso premio nell’esercito Piemontese (4).

Quelli dell’ Interno proclamarono lo stato d’assedio in tutto il Mezzogiorno e spedirono il generale Cialdini a sedare il Brigantaggio ed a fermare Garibaldi. Intorno alle 4 del mattino, le camicie rosse partendo da Catania con due piroscafi Dispaccio e Abbatucci, giunsero nel luogo prestabilito, intanto Rattazzi, destituì Pallavicino dimostratosi permissivo col Garibaldi, e al suo posto nominò Enrico Cialdini venne così ordinato di “bloccare le camicie rosse”.

Allertato l’esercito Regio italiano che stanziava in Calabria per i motivi che già conosciamo si disse di fermare Garibaldi. Era l’alba di quel 25 agosto lo sbarco avvenne tra Melito e Capo d’Armi, incontrarono così un primo comparto regolare, grida di saluto si innalzarono ma la risposta fu una scarica di proiettili sui “rivoltosi”.

I rivoltosi guardarono sbigottiti il Generale che non capiva il gesto comprendendo subito che se avesse risposto al fuoco sarebbe stata guerra civile e si diresse sulle alture Aspromontane.

I Garibaldini flagellati dalla pioggia insistente si inerpicarono sul selvaggio e brullo acroco, la colonna rossa priva di viveri si era affidata a guide che si rivelarono delle spie che li fecero vagabondare per giorni in tutto quattro per raggiungere le vettovaglie al rifugio dei forestali dice Eva Cecchinato(5).

Rimasero in 500 si dispersero per la fame e le malattie, ed il 28 agosto giunse a Gambarie con i 500 stremati ed affamati. Si incolonnarono sull’acroco Aspromontano verso Santo Stefano  stremati ed affamati, osservando l’ostilità della gente che già conosceva i Garibaldini.

A Santo Stefano d’Aspromonte giungono affamati e qui come cavallette divorarono tutto ciò che incontravano nei pochi campi arati. Il 29 agosto del 1862 successe l’irreparabile, attaccati verso le 4 del pomeriggio da un reparto di bersaglieri i Garibaldini si arrendono.

I 1500 bersaglieri guidati dal Pallavicini aprirono il fuoco per fermare Garibaldi. Interviene il Montanelli ancora una volta dicendo:” Vedendoli avanzare, il Generale gli venne incontro da solo, allo scoperto la mano destra sull’elsa della sciabola, la sinistra sul fianco.

Forse sperava che avrebbero abbassato i fucili (…) invece gli spararono addosso, ed una pallottola gli strisciò la coscia(6)“.

Cairoli intanto accorreva per sorreggerlo, mentre in 10 minuti di fuoco lasciarono sul  terreno 12 morti e 40 feriti. Al Pallavicini inoltre erano giunti ordini di non scendere a patti e di accettare solo la resa.

Intanto il Presidente del Consiglio Rattazzi sospende la corrispondenza telegrafica col Sud, il quale risultava tagliato fuori e alla fine un ultimo telegramma annuncia la cattura di Garibaldi:”Dopo accanito bombardamento Garibaldi è ferito e caduto nelle nostre mani”.

Su un’improvvisata barella si lasciò trasportare a Scilla, donde via mare lo cacciarono in prigionia a La Spezia. Inoltre nei giorni a seguire il suo ferimento, i suoi comparti furono braccati ed internati fino al 5 di ottobre, quando con un’amnistia vennero liberati.

Chiosa ancora Montanelli:” la nota farsesca di tutta quella vicenda furono le 76 medaglie al valor militare distribuite ai vincitori e la promozione sul campo a Pallavicini per meriti speciali (7)“.

Inoltre Luigi Ferrari che azzoppò  Peppino, venne insignito di una medaglia d’oro. Rattazzi, intanto a Torino cercava di far passare frettolosamente la tempesta che si era creata. Non soltanto l’Italia ma tutta  l’Europa era in subbuglio per Garibaldi. A Parigi, a Lipsia a Stoccarda era un rincorrersi di dimostrazioni d’ afffetto ed a favore di Garibaldi.

Palmestrom spedì un letto per la convalescenza del Generale. A Napoleone inoltre venne detto che il Governo si comportò in quel modo dimostrando la sua volontà di ordine, ecco spiegato il perchè i libri di storia raccontano in due parole l’evento dell’Aspromonte, la replica dell’ Imperatore fu negativa e sgarbata. Sebbene, alla ricostruzione dei fatti mancano ancora molti elementi, andati distrutti o seppelliti negli archivi di Casa Savoia a Cascais.

Bene o male il primo Ministro riuscì a scagionarsi. Comprendendo che da quell’avventura il governo usciva più discreditato e il Paese più diviso che mai. Tuttavia, mentre succede tutto questo il Nizzardo fa ritorno alla sua Caprera al fine di rimettersi in sesto.

Intanto celebri chirurghi da tutta Europa accorrono al suo capezzale da Napoli ricordiamo il celebre Pallavicini Francesco di nota fama, inglesi, russi e francesi accendono rivalità sul come operare, palpano cercano risposte si parla persino di amputazione alla fine scongiurata.

Intanto la stampa segue i risvolti fin quando dice A. Denis:” fu Nelaton di origine inglese che svelò il mistero dell’astragalo di Garibaldi”, il Nizzardo era stato colpito ad un’ angolo dell’arto inferiore poco conosciuto: detto astragalo (8).

1. Da una lettera ad Adelaide Cairoli del 1868, citato in lettere ad Anita ed altre donne raccolte da G.E. Curatolo ,Formiggini Roma 1926, pp 113, 116.
2. Indro Montanelli Storia d’Italia dal1861 al 1919 . Corriere della sera pag 44.
3. Ivi …..opera citata pag 47.
4. B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915 a cura di Giuseppe Galasso Adelphi , D.Mack Smith Cavour e Garibaldi  Rizzoli 1999. Tradotto Gori P.
5. Eva Cecchinato. Le Camicie Rosse. I Garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra. Laterza 2007.
6. Indro Montanelli ……..opera citata pag 50.
7. Ivi …….pag 51
8. M. Danis: L’astragalo di Garibaldi .Masson 1984 pag 84-89.  
  

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura Comitati Due Sicilie
Centro Studi e Ricerche
Comitati Due Sicilie.

 

 

 

 

 

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