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Il Monachesimo in Calabria |
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Marked by Salvatore Tripaldi
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sabato, 05 gennaio 2008 |
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Il Monachesimo, in origine prevalentemente eremitico, fu fatto conoscere in Occidente da S. Atanasio, fin dalla prima metà del secolo IV, attraverso la divulgazione della vita di S. Antonio Abate.
La differenza tra Monachesimo orientale ed occidentale appare molto chiara: mentre i monaci greci ed egiziani mostrano un’accentuata inclinazione alla solitudine e al vagabondaggio, in Occidente, i monaci, non solo non fuggono la società, ma, generalmente, vivono in contatto con essa.
Se, in Occidente, il Monachesimo prebenedettino ha origini oscure, le notizie sono ancora più frammentarie per quel che riguarda il Brutium. Non rimane traccia di nuclei monastici formatisi all’ombra della cattedra episcopale, come si rileva, invece, per città come Aquileia, Vercelli e Nola, per citarne solo alcune.
Dall’unica testimonianza letteraria – La vita di S. Fantino Senior – sembra che, fin dalle origini, il Monachesimo calabrese gravitasse verso l’Oriente piuttosto che verso l’Occidente. Si è già accennato alla nascita, tra il 533 e il 540, di due monasteri, il Vivarium e il Castellese, fondati da Cassiodoro presso Squillace. La loro attività, però, non andò oltre il VII secolo.
Altri monasteri prebenedettini erano a Taurianova, Tropea e Reggio Calabria.
Sull’introduzione, poi, del Monachesimo benedettino in Calabria, le notizie appaiono leggendarie ed anacronistiche, prive, spesso, di fondamento storico. Alcuni storici locali affermano che fu introdotto nella regione da S. Placido, discepolo di S. Benedetto, durante il suo viaggio verso la Sicilia nel 536. Una versione che non convince lo studioso, padre Francesco Russo.
Sembra, tuttavia, che un cenobio benedettino esistesse a Cosenza fin dal secolo VII o VIII, quando cioè, la Valle del Crati era occupata dai Longobardi di Benevento. Anche a Luzzi, un monastero benedettino dovette esserci fin da tempi remoti. Doveva portare il titolo di S. Maria della Requisita, che, poi, nel passaggio ai Cistercensi, nel XII secolo, mutò in S. Maria della Sambucina.
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