HomeI racconti popolari Calabresi (l'anticu dicìa)
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I racconti popolari
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Scritto da Paolo Barbalace
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31 Agosto 2009
Posted in
La Cultura Calabrese
 Nei racconti del nostro caro Antico saggio, più volte è capitato di ascoltare la storia di come il datore di lavoro richiamava i 'zappaturi (lavoratori che zappavano il terreno) a forzare il ritmo di lavoro.
Egli cosi raccontava:
Quando la squadra di zappatori si recava nei campi del datore di lavoro, capitava che all'oscuro degli altri, i singoli lavoratori venivano appartati dal padrone, il quale donava loro un uovo di gallina con la raccomandazione di non parlarne con gli altri e con l'obbiettivo di ottenere un ritmo di lavoro più rapido.
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Scritto da Domenico Caruso
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03 Settembre 2008
Posted in
La Cultura Calabrese
 di Domenico Caruso
Fra tutti i popoli, contrariamente a quanto affermano oggi gli etologi, l’immagine del lupo è stata sempre quella di una bestia feroce e aggressiva.
Di questa triste fama approfittavano gli adulti per farci stare buoni e conciliarci il sonno durante la nostra infanzia.
L’idea che il lupo dovesse guidare le anime dei defunti nell’Oltretomba si perde nella notte dei tempi. Essendo infatti più abile e più forte dell’uomo, l’animale rivestiva un ruolo totemico e nei rituali sciamanici veniva imitato per propiziarsi lo spirito.
“Lykaion”, territorio del lupo, era invece ad Atene il bosco sacro attorno al tempio di Apollo dove il filosofo Aristotele teneva le sue lezioni, tanto che il termine “liceo” significò un luogo di sapere.
La “licantropìa” (dal greco “lykos”, lupo e “ànthropos”, uomo) è un disturbo mentale delirante di tipo somatico per cui i malati, solitamente isterici, si credono trasformati in belve.
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Scritto da Agostino Croc
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07 Aprile 2008
Posted in
La Cultura Calabrese
LAVURARI PI N'OMU ESTI NA COSA BONA
E SI L'OMU TRAVAGGHIA 'MBIVI, MANGIA E SONA
MA SI A FATICARI SUNNU I FIGGHIOLI CCHIU' NNUCENTI
C'HANN'AGGHIRI A SCOLA SENZA PINSARI A NENTI
ALLURA ACCA' SI TRATTA D'INFAMITA' PISANTI.
E SI C'ERA CACCHIRUNU CHI S'INTERESSAVA MI FACI FINIRI STA SCHIFEZZA
STI FIGGHIOLEDDI, FINALMENTI, I STU MUNDU NON AIVUNU ABBIRIRI CCHIU' LA FEZZA.
E VUI, PICCIRIDDI CARI, CA MURTADELLA NA VULITI CCHIU' MANGIARI,
PRIMA MI BRAMATI CU LI VOSTRI MATRI FERMATIVI NU POCU A RAGIUNARI
CHI CHIDDU CHI VUI OGGI NON GRADITI
E' SEMPRI BONU PI DDI CRIATURI CHI MORUNU DI FAMI, DI LAVURU E PURU I SITI.
P.S. Un pensiero in difesa dei diritti dei bambini e contro il lavoro minorile.
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Scritto da Paolo Barbalace
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13 Dicembre 2007
Posted in
La Cultura Calabrese
Dopo aver letto l'articolo “U timpuni da Hijocca” pubblicato qualche giorno fa, mi è ritornata in mente una leggenda che mi raccontava sempre mia nonna durante la mia infanzia. Questa storia, ha molte similitudini con il racconto trattato nell'articolo di cui sopra; è una storia che spesso gli adulti raccontavano ai bambini. Nel corso degli anni 80, numerose volte ho assistito al racconto insieme a miei coetanei dagli anziani del paese.
Allora eravamo bambini e lo straordinario Scogghju (masso roccioso di notevoli dimensioni) di cui vi sto per parlare, si trovava a qualche Km di distanza dal nostro paese. Caroni è una frazione del comune di Limbadi in provincia di Vibo Valentia, che conta circa 500 abitanti ed è situata a circa 250 m di altezza; per raggiungere il maestoso masso, dovevamo percorrere a piedi un bel pezzo di strada fino alla località chiamata “Petti i Bumbula”, una zona situata sel versante sud di Monte Poro (710 m), da dove più volte all'anno, in giornate chiare e nitide, la natura consente di ammirare materializzandosi in un incantevole panorama l'imponente vulcano siciliano “l'Etna”, in uno sfondo da coreografia teatrale alla cui vista è suscitata la voglia di raggiungerlo con le mani.
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Scritto da Paolo Barbalace
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22 Dicembre 2006
Posted in
La Cultura Calabrese
L'antico saggio popolare Calabrese in una delle sue numerosissime esternazioni dichiara,
..."Si hai u parri, parra sulu cu cui havi a scola"...
Con la pronunciazione di queste parole, l'antico saggio intende mettere in guardia la persona che deve tenere una discussione con delle altre, lo vuole avvisare che se deve esprimere dei pareri più o meno contrastanti su argomenti di una questione, lo deve fare solo con persone colte. Quindi il suo consiglio è di non cimentarsi in lunghe discussioni con persone che non abbiano avuto un minimo di percorso scolstico, altrimenti non si arriva mai alla soluzione.
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Scritto da Staff Calabresi.net
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28 Maggio 2008
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La Cultura Calabrese
Questa che segue è una delle tante storie che ci raccontava il caro amico Michele (il sarto detto l'Avvocato) scomparso prematuramente qualche giorno fà.
Egli raccontava di una discussione avvenuta tra due cognati Calabresi a seguito di una fornitura di materiale non corrisposta:
Il fornitore rivolgendosi all'altro disse: Salutamu!!!
Il debitore rispose: C'à genti chi lavura nond'avi, cunsijjhi quantu 'ndi voliti, ma si 'ncuminciamu u scrivimu, volimu pagati - Eh! Si voliti sordi, iati e varr'amazzati alivi.
Il primo allora disse: Mi 'ndifuttu i tia, d'alivi e di consijjhi toi.
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Scritto da Michele De Vita
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25 Febbraio 2008
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La Cultura Calabrese
questo antico detto popolare vuole significare che, il maiale è tuo, lo hai pagato e cresciuto tu, ed adesso che è ora di macellarlo se vuoi infilare il coltello dalla coda invece che per la gola, sei liberissimo di farlo, l'inconveniente e vedere se riesci a raccogliere il salgue.
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Scritto da Gregorino Capano
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21 Novembre 2007
Posted in
La Cultura Calabrese
I racconti popolari | Calabresi .net
U Timpuni da Hijocca, quante persone della mia età (ragazzi del ’45) ricordano questa leggenda raccontata dai nostri avi? Quando in compagnia di amici ci recavamo alla Marina di San Sostene al mare oppure alle gare automobilistiche che attraversavano quel lungo rettilineo fino al ponte della Marina, tutti noi eravamo emozionati e speranzosi di scoprire presso lo Spirito Santo, il tesoro che da sempre sentivamo che doveva trovarsi in quei resti del vecchio monastero dei basiliani.
La leggenda diceva che in una giornata a noi sconosciuta dovevano spuntare al nostro cospetto dei pulcini tutti d’oro con la chioccia; dietro a questa speranza facevamo tanti progetti, le nostre finanze erano veramente scarse, se a quel tempo in tasca avevamo 100 lire, ci sentivamo i più ricchi del mondo.
Quindi immaginate i castelli in aria che ci facevamo, ogni volta che passavamo da quel luogo; i pulcini e la chioccia (hijòcca e puricìni) non si vedevano, la delusione era di breve durata perché il nostro scopo principale era prendere quella scorciatoia dello Spirito Santo per giungere prima in Marina. Ora quando passo da sotto la strada principale che finalmente è carrabile, racconto ai miei figli questa leggenda di altri tempi, i ragazzi mi guardano un po’ perplessi e nello stesso tempo stupefatti del nostro modo di vivere di allora, senza batter ciglia.
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Scritto da Paolo Barbalace
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14 Agosto 2006
Posted in
La Cultura Calabrese
E' la storia racccontata dall'antico saggio popolare calabrese, che parla di un padre che chiede continuamente alla figlia quanto affetto tiene nei suoi confronti.
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