|
Segnalato da Giovanni Longu
|
|
venerdì 15 agosto 2008 |
|
Qualche giorno fa ho visto un breve servizio televisivo, con protagonisti che si nascondevano il volto per paura, sulla situazione dei raccoglitori di pomodori nel Mezzogiorno, immigrati clandestini dal Nord Africa, sistemati in alloggi di fortuna, senza servizi igienici e senza assistenza medico-sanitaria, sfruttati impietosamente, perché non ci sono più italiani disposti a lavorare nei campi sotto il sole cocente. Per certi lavori si trovano solo immigrati, molto spesso clandestini.
Conoscevo il fenomeno, arcinoto da anni, che puntualmente si ripete, ad ogni stagione della raccolta delle fragole, dei pomodori e altri prodotti ortofrutticoli. Insieme all’indignazione che provoca ogni episodio di sfruttamento, ho provato molta tristezza perché la storia non sempre è maestra di vita e la memoria è molto evanescente.
Fino a pochi decenni fa il Mezzogiorno era il serbatoio più grande di manodopera a buon mercato per mezza Europa. I meridionali erano disposti a svolgere qualunque mestiere, nell’Italia del Nord e all’estero, pur di sfamarsi e portare a casa un buon gruzzolo a fine stagione o spedirlo mensilmente il giorno dopo la paga. I meridionali svolgevano in mezza Europa i lavori più duri e più pericolosi, in condizioni talvolta disumane. Avevano dapprima affiancato e poi sostituito gli italiani del nord nei lavori ferroviari e nell’edilizia, nello scavo delle gallerie e nelle miniere di carbone. Molti, non solo al Lötschberg (Svizzera) o a Marcinelle (Belgio), vi hanno perso la vita. |
|
|
Segnalato da Giovanni Longu
|
|
giovedì 07 agosto 2008 |
 A poche settimane dalla commemorazione della tragedia italiana del 24 Luglio 1908 nella galleria del Lötschberg (Svizzera), ci tocca ricordarne un’altra, più recente, avvenuta in Belgio l’8 agosto 1956, nota come la catastrofe mineraria di Marcinelle.
Tra le due disgrazie, ci sono molte differenze, ma anche analogie importanti.
C’è anzitutto la differenza temporale, che fa sì che il ricordo della prima sia meno vivo e affidato quasi esclusivamente ai resoconti della stampa e ai memoriali, mentre per la seconda disgrazia, più recente, il ricordo è ancora vivo e bruciante perché oltre ai memoriali esistono numerose testimonianze di protagonisti ancora viventi e soprattutto la documentazione della stampa, della radio e della televisione. E quelle testimonianze, a rileggerle, risentirle o rivederle a distanza di 52 anni fanno ancora rabbrividire.
Entrambe le disgrazie sono avvenute sotto terra e già questo fatto induce tristezza perché evoca una morte atroce. Poco importa che le due disgrazie siano avvenute in tempi e luoghi lontani tra loro, esse videro come protagoniste le forze della natura scatenarsi con una violenza estrema contro lavoratori che dovettero subire indifesi l’onta dello sfregio e della morte straziante.
Secondo le ipotesi più accreditate, i 25 operai addetti allo scavo del Lötschberg sul fronte più avanzato, morirono quasi istantaneamente all’impatto con l’enorme massa di acqua, fango e detriti penetrata inaspettatamente nella galleria. Nella disgrazia di Marcinelle la morte dovette essere più atroce perché meno repentina. Per un errore umano e per il malfunzionamento di un dispositivo, si verificò un violento incendio di vaste proporzioni nella miniera di Marcinelle ad una profondità di 975 metri. Il calore infernale e il fumo asfissiante invasero le gallerie dove si estraeva il carbone e non lasciarono scampo a 262 minatori di cui 136 italiani. |
|
|
Segnalato da Gregorino Capano
|
|
giovedì 03 gennaio 2008 |
|
Ai primi del 1900, in San Sostene successe un fatto strano, tutti sapevano e i nostri santi erano molto miracolosi e quindi i paesi limitrofi erano diventati invidiosi di questi due santi osannati da tutti. Come ogni anno, il 16 di agosto era la festa. Alcuni giorni prima, quattro malfattori di Davoli decisero di rubare le due statue di San Rocco e di San Sostene, il piano si dimostrò perfetto. Durante la notte si presentarono in piazza con un carro trainato dai buoi, a quell’ora la popolazione dormiva e le poche persone che notavano quel carro parcheggiato nella piazza non poteva destare alcun sospetto per un imminente furto. Indisturbati presero le statue dei santi e le caricarono sul carro senza che nessuno se ne accorgesse.
La mattina, con grande stupore il parroco si accorse di tale ammanco sacro, chiamò il sacrestano e gli raccontò dell’accaduto, immaginate quale sgomento regnava in quel momento in chiesa, il prete ordinò al sacrestano di andare a Davoli e denunciare il fatto alla locale stazione dei Carabinieri, allora il telefono non esisteva, prese in prestito un asinello e si avviò verso Davoli dalle forze dell’Ordine. A quei tempi, un furto così sacro era inimmaginabile, i carabinieri si avviarono a San Sostene e stilarono il relativo verbale di denuncia per furto, le indagini furono immediate, le ricerche anche e la popolazione era in fermento. |
|
|
Segnalato da Gregorino Capano
|
|
giovedì 03 gennaio 2008 |
U sampavularu era un uomo che portava con sé i serpenti in una cassetta di legno a forma di cerchio. Questo strano personaggio era una vera attrazione per noi bambini di allora, però eravamo molto cauti ad avvicinarci alla sua magica cassetta.
La leggenda dice che questi sampavulari erano stati addestrati da San Paolo in quanto durante il suo viaggio verso Roma, passò proprio dalla nostra zona di San Sostene. Il Vangelo stesso dice che San Paolo fu morso da un serpente velenoso ma egli non morì e fu suo compito insegnare a questi personaggi come si faceva a catturare i vari serpenti senza rischiare di essere morsi e morire.
Spesso quest’uomo passava per le vie, e chiedeva l'elemosina, un corteo di bambini comunicava il suo arrivo. Tutti lo conoscevano e lo chiamavano u "sampavulàru". Quando glielo chiedevano e riteneva giusto, prendeva fra le mani quella strana cassettina fatta a due scomparti e ne faceva vedere il contenuto: c'erano dei serpenti vivi e vegeti.
Di solito portava sempre due tipi di razze diverse un maschio e una femmina. |
|
|
Segnalato da Gregorino Capano
|
|
giovedì 03 gennaio 2008 |
|
Milone di Crotone, Kroton allora, visse nella seconda metà del VI° secolo a.c., era un grande atleta della Magna Grecia, celebre nell’antichità per le numerose vittorie riportate nei giochi pubblici, considerate le Olimpiadi attuali. Questo grande atleta vinse 87 medaglie d’oro, chiaramente in più discipline sportive. Era anche un grande condottiero, ha guidato Crotone alla vittoria contro Sibari (510 a.c.). Il suo dominio assoluto di atleta durò per 20 anni e rimase pugile imbattuto.
Nella città di Crotone, nacquero i miei primi due fratelli, Salvatore (Rino) ed Adriano, poi mio padre di ritorno dall’Africa (Mogadiscio capitale della Somalia), si ammalò di meba, questa malattia comportava continue sciolte corporali incontrollabili. Questa sua malattia era considerata una invalidità, prima di partire in guerra, lavorava alla Montecatini di Crotone, quando al rientro da Mogadiscio si accorse che non poteva più svolgere quel lavoro, decise (unitamente a mia madre ed i due fratelli) di rientrare nel suo paese natio a San Sostene. Il primo fratello nato a San Sostene è stato Edoardo poi io ecc. ecc. Ogni tanto si dilettava – come tutti i genitori – a raccontare qualche storiella, io ne andavo molto fiero e come notate alcune me le ricordo benissimo e quindi le riporto sulla carta stampata. Una di queste che mi affascinava moltissimo era Milone, il leggendario eroe sportivo e condottiero, la fama di quest’uomo aleggiava in varie parti del mondo, ogni nazione allenava i propri atleti affinché Milone fosse sconfitto, ogni tanto qualcuno partiva da qualche posto dimenticato dal mondo civile per portare la sfida a quest’invincibile atleta che era Milone.
|
|
|
Segnalato da Gregorino Capano
|
|
mercoledì 19 dicembre 2007 |
|
Erano i mesi di luglio ed agosto 1983.
Quell’anno le ferie le trascorravamo in un campeggio di Davoli Marina (CZ).
Il luogo è situato sulla costa jonica, il mare è pulito ed il campeggio è situato in un aranceto, nel quale si erge anche qualche pioppo gigante.
Le visite di alcuni africani del Senegal ci aveva alquanto incuriosito: si trattava dei primi immigrati neri nel nostro paese. Li abbiamo conosciuti una sera, quando stavano rientrando, stanchi dalla giornata di lavoro “vù cumprà”. Alla roulotte messa a disposizione del proprietario del campeggio per poche lire d’affitto.
Per loro il passaggio dal nostro posto era obbligatorio.
Noi li salutammo e li invitammo a bere un caffè; loro accettarono.
Fabio (mio figlio più piccolo) che allora aveva 5 anni alla loro vista si spaventò, perché evidentemente era il primo uomo di pelle nera che incontrava.
Pochi minuti dopo però, il bambino familiarizzò con loro. Erano circa una decina questi africani longilinei sul metro e novanta: solo due o tre di loro erano di statura tozza. |
|
|
Segnalato da Gregorino Capano
|
|
venerdì 07 dicembre 2007 |
|
Il peccato dell'ignoranza Calabrese, ha origini e riposa solidamente sulle spalle dei nostri antichi governanti. Borboni, Savoia, Fascismo. La responsabilità tra questi "Signori," va divisa in parti uguali, per il crimine culturale ed il danno che hanno arrecato alla popolazione meridionale. Fummo caratterizzati come "teste dure", persone incapaci di apprendere e imparare. Ai lettori voglio offrire tre esempi , prendendo a pretesto la mia famiglia. Mia nonna era il tipico esempio della donna dei nostri paesi : una persona analfabeta e vittima dell’ignoranza. Lei era la regola della cultura del tempo e, non l’eccezione Ai suoi tempi ed al tempo di mia madre, bastava essere capaci a svolgere le faccende domestiche e accudire la propria famiglia, saper leggere e scrivere non era essenziale, anzi. Mia madre era una donna di acuta intelligenza e fu ammessa alla prima classe elementare. Promossa alla seconda, mia nonna decise che saper firmare era sufficiente. A suo modo di pensare, il contenuto del documento era meno importante della firma stessa. Mia nonna,dirigente della famiglia, durante l’assenza di mio nonno, emigrato in America, le assegnò la gestione della capra di famiglia, grossa responsabilità, per pascolarla e di conseguenza mungerla. Mia madre imparò a leggere e scrivere, grazie all’insegnante Ermelinda Dominijanni, che ,preoccupata e impietosita dal numero di analfabeti in paese, decise d’aprire la “Scuola Festiva” e contribuire gratuitamente ad insegnare a leggere e scrivere ai ragazzi di allora. Ogni donna che aveva il desiderio di imparare a leggere e scrivere veniva invitata ed incoraggiata a partecipare alle lezioni scolastiche, durante il pomeriggio domenicale. Durante queste insolite domeniche scolastiche , mia madre mi portava con se e ambedue divenimmo alunni della stessa insegnante. Mia madre alla scuola festiva, io alla scuola pubblica.
|
|
|
Segnalato da Angelo Iorfida
|
|
giovedì 22 novembre 2007 |
|
La nave da guerra Giulio Cesare e l'incrociatore Duilio, malamente danneggiati durante la battaglia navale di Punta Stilo, veleggiavano verso le acque più sicure di Taranto e di Bari; la battaglia infuriava ancora con grande determinazione sia da parte italiana che inglese, quando mia madre decise che avremmo dovuto cercare sicurezza sulle montagne, lontano dal litorale.
Più che fuggire dai pericoli della guerra, desiderava rifugiarsi in un luogo dove potesse trovare un po' di quiete. Mia madre era attratta dalla solitudine, dalla pace e dalla serenità che offrivano le montagne, e non amava la confusione e la folla che popolavano le spiagge. Parlò del suo desiderio di rifugiarsi sulle montagne a Concetta 'e Bombinu, (meglio conosciuta come "zzopparedra 'e bombinu" a causa del suo piedino di legno), sua amica e confidente. Concetta sopravviveva facendo dei massaggi con panni di lana impregnati in olio di oliva rancido, che applicava sul corpo. Inoltre si esercitava nell'applicazione delle sanguisughe per succhiare fuori dal corpo il vecchio "sangue stanco" affinché fosse sostituito da quello nuovo e più energico (una pratica accettata del tempo). Concetta saltò dalla gioia (impossibile con un piedino di legno) all'idea di unirsi a noi per un'estate di svago e suggerì che forse avremmo potuto rifugiarci nella baracca del padre, situata sul piano Pecoraro nella prossimità del luogo in cui è stato localizzato il "padrìnu de' giganti". Il "padrìnu de' giganti" era una roccia enorme, di forma rotonda, probabilmente là da millenni, quale risultato dell'attività alluvionale seguita alle glaciazioni, quando le calotte polari cominciarono a sciogliersi a causa del riscaldamento globale. La leggenda narra però che la roccia fosse usata come "pallino" dai giganti durante il loro quotidiano gioco a bocce. Se quello fosse il formato del pallino, è lasciato all'immaginazione dei lettori prevedere il formato delle bocce...
|
|
|
Segnalato da Angelo Iorfida
|
|
giovedì 22 novembre 2007 |
|
Le donne Sansostenesi ed Andreolesi di oggi, non rispecchiano più la donna dei miei tempi e dei miei ricordi. Oggi sicuralmente più emancipate ed acculturate. Ma la donna che io ricordo volentieri, anche perchè avevo un'altra età, era, sebbene soggiogata ai desideri del marito, la vera "dirigente" della casa, nonchè maestra di disciplina nella famiglia. L'uomo pavonava la sua arroganza maschile, ma in realtà la sua supremazia fioriva solamente durante l'assenza della moglie. La vita di allora e l'economia della casa erano molto misere, ma la donna di casa, colma d'amore per la famiglia, era sempre pronta a caricarsi di tutte le responsabilità che avrebberò dovuto essere doveri dell'uomo. Acora oggi, dopo moltissimi anni, non riesco a immaginare come una famiglia di allora avrebbe potuto "tirare avanti" senza il contributo della donna. Donna che a quei tempi era "schiava", senza ceto sociale, spesso messa da parte e senza cultura. Mi chiedo se, le donne di oggi, sarebbero capaci di emulare le proprie madri e nonne, semplicemente per la voglia di farlo, perchè grazie a Dio, quella necessità e bisogno di allora oggi non c'è. Grazie Signuriii !!!!
Mi piacerebbe fare un esempio ai giovani lettori e raccontare ad esempio di come si faceva il bucato o meglio "a vucata".
Oggi, nell'era tecnologica, basta premere l'interruttore della lavatrice e : "voilà"; il miraolo si compie, senza sprecare energia fisica, ma solamente elettrica. Le nostre nonne invece, facevano il bucato nel seguente modo: |
|
|
Segnalato da Angela Janssen
|
|
lunedì 24 settembre 2007 |
In questi giorni arriva in libreria un’opera singolare. Monongah! è un volume che segue il cammino della speranza di alcune centinaia di emigranti dell’Italia centrale e meridionale, capitati sui monti Appalachi, regione ricca d’antracite e morte. A Monongah, il 6 dicembre 1907, esplosero due pozzi carboniferi...
In questi giorni arriva in libreria un’opera singolare. Segni caratteristici: titolo rosso sangue, un nome che ha in sé qualcosa di magico e maledetto, seguito da un punto esclamativo dello stesso colore. Sullo sfondo un mosaico di volti, gli occhi spalancati sulle occhiaie scure d’una miniera carbonifera esplosa, rozze bare, un cielo grigio, minatori che sembrano spettri. Volti e occhi di «gnomi» italiani del primo Novecento che si calavano nelle viscere del West Virginia e della Pennsylvania. In Illinois. Alabama, Colorado e Wyoming, Utah, Ohio e Kentucky.
Monongah! è un volume che segue il cammino della speranza di alcune centinaia di emigranti dell’Italia centrale e meridionale, capitati sui monti Appalachi, terra ricca d’antracite e morte. Opera nata e sviluppatasi a partire dal 2003, prima come racconto pubblicato nel 2005, poi completata da elementi archivistici e storici che ne fanno uno dei ritratti più veri e toccanti dell’Altra Italia, quella che, superato l’Atlantico, si lasciò dietro per sempre una Patria matrigna. Pochi sanno che quest’opera è nata dall’esemplare servizio del quotidiano Gente d’Italia di Miami che, nel 2003, denunciò la dismemoria di una delle maggiori tragedie della storia dell’emigrazione italiana. |
|
|