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Marcinelle e Lötschberg, per non dimenticare! Stampa E-mail
Segnalato da Giovanni Longu   
giovedì 07 agosto 2008
A poche settimane dalla commemorazione della tragedia italiana del 24 Luglio 1908 nella galleria del Lötschberg (Svizzera), ci tocca ricordarne un’altra, più recente, avvenuta in Belgio l’8 agosto 1956, nota come la catastrofe mineraria di Marcinelle.

Tra le due disgrazie, ci sono molte differenze, ma anche analogie importanti.
C’è anzitutto la differenza temporale, che fa sì che il ricordo della prima sia meno vivo e affidato quasi esclusivamente ai resoconti della stampa e ai memoriali, mentre per la seconda disgrazia, più recente, il ricordo è ancora vivo e bruciante perché oltre ai memoriali esistono numerose testimonianze di protagonisti ancora viventi e soprattutto la documentazione della stampa, della radio e della televisione. E quelle testimonianze, a rileggerle, risentirle o rivederle a distanza di 52 anni fanno ancora rabbrividire.

Entrambe le disgrazie sono avvenute sotto terra e già questo fatto induce tristezza perché evoca una morte atroce. Poco importa che le due disgrazie siano avvenute in tempi e luoghi lontani tra loro, esse videro come protagoniste le forze della natura scatenarsi con una violenza estrema contro lavoratori che dovettero subire indifesi l’onta dello sfregio e della morte straziante.

Secondo le ipotesi più accreditate, i 25 operai addetti allo scavo del Lötschberg sul fronte più avanzato, morirono quasi istantaneamente all’impatto con l’enorme massa di acqua, fango e detriti penetrata inaspettatamente nella galleria. Nella disgrazia di Marcinelle la morte dovette essere più atroce perché meno repentina. Per un errore umano e per il malfunzionamento di un dispositivo, si verificò un violento incendio di vaste proporzioni nella miniera di Marcinelle ad una profondità di 975 metri. Il calore infernale e il fumo asfissiante invasero le gallerie dove si estraeva il carbone e non lasciarono scampo a 262 minatori di cui 136 italiani.
Nella galleria del Lötschberg le 25 vittime erano tutte italiane, nella miniera di Marcinelle tra i morti vi furono anche belgi (95), polacchi, greci e appartenenti ad altre nazionalità, ma oltre la metà erano italiani.

Non deve sembrare superfluo chiedersi perché in questo genere di disgrazie erano sempre coinvolti molti italiani, anche se a distanza di 52 anni è ormai inutile ricercare i «colpevoli» o i «responsabili» materiali della disgrazia. La vera risposta a questo interrogativo lo darà la storia, ma già ora è lecito avanzare un giudizio severo su una politica migratoria italiana dimostratasi per molti versi fallimentare.

Nell’immediato dopoguerra, il Belgio aveva bisogno di manodopera estera per valorizzare le sue risorse naturali, le miniere di carbone. Tale carenza era anche dovuta al fatto che la componente fiamminga, maggioritaria nel Belgio, era sempre meno disposta a scendere nelle miniere, tanto più se dislocate nella regione francofona della Vallonia. L’Italia, invece, aveva un grande bisogno di carbone per rilanciare l’industria pesante, condizione indispensabile per avviare la ricostruzione del Paese. L’unica «materia prima» di cui disponeva abbondantemente era la forza lavoro. Quale miglior merce di scambio col Belgio?

Tra i due Paesi fu facile raggiungere un’intesa, definita nel famoso (o famigerato?) Protocollo di Roma del 23 giugno 1946. In esso si formalizzava lo scambio tra manodopera e carbone. L’Italia s’impegnava a favorire lemigrazione nelle miniere del Belgio di circa 50.000 lavoratori, duemila ogni settimana, e il Belgio a vendere mensilmente all’Italia almeno 2500 tonnellate di carbone per ogni mille operai inviati.

Si gridò allora allo scandalo perché, si diceva, cittadini italiani erano «venduti per un sacco di carbone». Ufficialmente, invece, l’Italia combatteva la «guerra del carbone» necessario per la ripresa economica.

Non ci fu mai un problema di reclutamento perché molti italiani, soprattutto disoccupati, si lasciarono sedurre da una propaganda ingannevole – il famoso manifesto rosa» diffuso in tutta l’Italia dalla Federazione carbonifera belga di Bruxelles – che prometteva «condizioni particolarmente vantaggiose» a chi andava a svolgere «il lavoro sotterraneo nelle miniere belghe».

Nessuno diceva loro che le condizioni di sicurezza in quelle miniere erano scarse, che gli incidenti sul lavoro era molto frequenti e spesso mortali, che le condizioni di alloggio erano miserevoli, che spesso gli operai «erano trattati come bestie o poco più», che a causa del lavoro in miniera si moriva, spesso, anche dopo aver smesso di lavorare, per silicosi.


La sciagura di Marcinelle, fra tanto male produsse anche un gran bene: fece aprire finalmente gli occhi ai politici, che si affrettarono a chiudere definitivamente quella triste pagina dell’emigrazione italiana nelle miniere belghe, e fece capire all’Italia intera che cos’era l’emigrazione italiana all’estero. Quei 136 minatori italiani morti asfissiati a 975 metri sottoterra, fecero emergere nella coscienza di un intero popolo, prontamente informato dalla stampa e dalla televisione, non solo sentimenti di pietà per quelle morti nella miniera di Marcinelle, al Bois du Cazier nel bacino carbonifero di Charleroi, ma anche sentimenti di tristezza e di sgomento per le difficili condizioni di lavoro e di vita non solo dei minatori nelle miniere belghe, ma più in generale degli emigrati italiani all’estero.

Il governo italiano farà tesoro della lezione e gli sarà utile quando qualche anno più tardi dovrà negoziare nuovi accordi di emigrazione, ad esempio con la Svizzera.
E’ bene ricordare ancora quei morti e quella presa di coscienza della politica e della società civile perché non ci si dovrebbe mai scordare che lemigrazione (per l’Italia del passato) come l’immigrazione (per l’Italia del presente) rappresentano spesso per i protagonisti un evento traumatico che può essere superato unicamente col rispetto, la solidarietà e l’accoglienza da parte delle istituzioni e della collettività.

Giovanni Longu
Berna, 6.8.2008
glongu@fressurf.ch
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