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Viaggiare e soggiornare in Calabria |
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Awards |
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Ringraziamenti |
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Si ringrazia per il contributo ed il sostenimento di questo progetto il portale turistico Tropea & Capo Vaticano .biz. |
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I Calabresi Storia, tradizioni e peculiarità linguistiche sulle minoranze etniche grecaniche, albanesi e occitaniche presenti nel territorio della Calabria.
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Segnalato da Avv. Mimmo Marando
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domenica 10 agosto 2008 |
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Si chiamava Michele, ma per tutti era Michele u Giamba. Lo vedevo ogni giorno e a tutte le ore vagabondare per le vie del paese. Sempre per strada, sempre in cammino. Alla ricerca di un barattolo, di un pezzo di legno, di una pietra o di un qualsiasi oggetto abbandonato o buttato nella spazzatura. Altre volte lo vedevo seduto per terra a raccogliere avanzi di sabbia. La raccolta non avveniva se non prima si fosse ben assicurato che quel materiale era stato abbandonato, un rifiuto.
Michele conduceva una vita poverissima ma molto tranquilla, dignitosa e rilassata, non riusciva ad appropriarsi indebitamente neanche di una briciola di pane. Per lui tutto era utile. Un barattolino vuoto poteva servire a dar da bere ad un uccellino. Questa era stata la risposta e la spiegazione alla mia domanda, nel vederlo raccogliere una vuota scatoletta di tonno.
Michele era un uomo minuto, asciutto, capelli ricci brizzolati e scapigliati, spesso portava una barba bianca lunga ed incolta, Michele era nato a Platì l’8.10.1923 e nel suo paese natale in data 20.02.2006, aveva finito il cammino terreno, lo stesso giorno in cui 7 anni prima lo aveva lasciato Rachele. |
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Segnalato da Gregorino Capano
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lunedì 25 febbraio 2008 |
Salvatore Capano o Rino come da noi chiamato, è nato a Crotone il 14 febbraio del 1933 e da sempre ha abitato a San Sostene, fin da piccolo dimostrava le sue ottime qualità atletiche di agilità e forza. Da giovinetto ha iniziato ad imparare l’arte del fabbro, spesso usava la mazza con il suo mastro. Questo sistema di battere la mazza sul ferro caldo imponeva all’apprendista di apprendere al più presto come si doveva battere in sintonia col mastro, le mazzate dovevano essere perfettamente sincronizzate, quando uno si trovava in battere, l’altro doveva trovarsi in levare, una piccola distrazione rischiava ad ambedue di farsi male (in dialetto si dice: dallàra). Intanto i suoi muscoli aumentavano.
A 16/17 anni per scommessa riusciva a sollevare l’incudine che pesava 105 chilogrammi circa, per lui era un gioco mentre per gli altri era un’impresa impossibile, come premio per la scommessa, vinceva una gassosa prodotta da Sostene Ranieri (‘e Cacalana). Logicamente Rino era l’orgoglio dei suoi mastri, parlo pluralmente perché tutti lo volevano, in quel periodo a San Sostene c’erano oltre 87 artigiani tra falegnami, sarti, barbieri, boscaioli, carbonari, fabbri, maniscalchi ed altri. Nelle sue imprese di agilità non bisogna dimenticare il salto delle siepi che erano alte 1,50 metri, i muri in profondità che erano alti 5 o 6 metri circa.
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Segnalato da Gregorino Capano
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lunedì 31 dicembre 2007 |
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Nei primi del 1920, nel circondario dei paesi limitrofi a San Sostene, c’era un religioso, alcuni dicono che era un fraticello, altri invece, dicevano che era un prete che si chiamava don Peppe Addino. Questo personaggio era molto famoso nella nostra zona ed era molto disponibile al richiamo delle persone malate dei luoghi vicini. Le sue qualità erano soprannaturali, era un saggio e conoscitore dei metodi naturali per curare le persone, sfruttando prodotti o sistemi che la natura gli offriva e la trasmissione dei segreti naturali che gli anziani gli tramandavano.
Se non erro, quest’uomo era di Sant’Andrea, Angelo forse avrà già sentito parlare di questo personaggio. Un giorno, come tante altre volte, don Peppe ricevette, a casa sua, un uomo molto disperato ed invitava il religioso a recarsi da sua madre che era gravemente malata, la malcapitata abitava a San Sostene Marina e gli disse che sua madre era in fin di vita. Do Peppe lo rassicurò che se domani sua madre era ancora viva, lui l’avrebbe salvata. L’uomo ritornò speranzoso verso casa e confortò sua madre delle parole del religioso, la notte i familiari pregarono il Signore affinché l’indomani fosse ancora viva.
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Segnalato da Gregorino Capano
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venerdì 21 dicembre 2007 |
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I lettori della storia della bisnonna del cav. Gregorino Capano "Crisciadascia" saranno scettici nel credere che una donna sia dotata di una forza fisica capace di trasportare un cancello di ferro sulla sua testa da Badolato a Chiaravalle (36Km) . In più saranno scettici che non crederanno che lo abbia fatto per un tomolo di faggiola ( Nu tumunu e posedra). La storia ha risvegliato in me momenti della mia gioventù quando la donna era il solo mezzo di trasporto. Lei era il cammello, la nave, l'autocarro, e tutti gli altri mezzi moderni non esistenti in quel tempo. Mi permetto, infine, osare dire che la maggioranza delle donne moderne, preoccupate con la loro linea fisica, disegnata per la generazione di sensualità, non sarebbero state candidate per proposte matrimoniali, perché " on hannu u pitazzu".
Pitazzu, era la forma fisica che attestava alla capacità della donna di sostituire il bue se aggiogata all'aratro (mpajata all'aratru). Mia suocera, Maria Vittoria Voci aveva " u pitazzu" molto desiderato durante l'era che vi accenno. Vi spiegherò il sistema, molto in uso durante quel periodo, chiamato "hacimu scarrica navi". Permettetemi d'illustrare che per andare in campagna a fare i lavori del giorno, era necessario seguire certi viottoli (I violi).
"I vijola" erano il risultato del costante cammino a piedi (scalzi) durante anni e anni di uso. Attraverso questi viottoli c'erano posti riferiti "riposaturi". Il "riposaturi" poteva essere un muro secco (armacèdra) costruito per evitare erosione, oppure qualche altro posto alto abbastanza in modo che la donna poteva riposare e ricaricare il carico senza l'aiuto d'altre persone. "A riposata" era desiderata non solo per il recupero della circolazione del sangue alla testa, ma anche come sollievo della stanchezza. I "riposaturi" erano distanziati quasi in misura di distanza precisa, in modo che fossero vero beneficio alle donne che dovevano usarli.
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Segnalato da Gregorino Capano
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lunedì 03 dicembre 2007 |
 Questa mia bisnonna paterna di nome Teresa Cosentino, era moglie di Luigi Capano, egli era un uomo alto di statura (forse sul metro e novanta), mentre la bisnonna era 1,50 metricirca. Questa donna aveva delle doti eccezionali, innanzitutto a lotta libera era quasi imbattibile, ogni tanto con suo marito giocavano a lotta libera ma le sfide…finivano sempre in parità.
A questa donnina così piccola le nacquero tre gemelli, a quei tempi non esistevano le lastre e quindi per lei e per tutto il paese (San Sostene (CZ)) fu un evento straordinario, quando fu il momento del parto, la bisnonna non si perse d’animo, la levatrice vide nascere il primo, rivide il secondo ed al terzo disse: duva u mettìmu chistu? La bisnonna rispose: pigghjàti a taharìa ed azziccàtili tutti tri drà intru! Chiarisco che la taharìa era una grossa cesta fatta di ginestra (janèstra), questa serviva esplicitamente per seccare al sole i fichi, i pomodori, i fichidindia ed altro, una volta steso un panno bianco, le tre creature furono sistemate in quell’improvvisato letto. |
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