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lunedì, 06 ottobre 2008 - By Calabresi .net
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Le tradizioni dei Calabresi
Morte, lutto, funerale Stampa E-mail
Segnalato da Gregorino Capano   
giovedì 25 settembre 2008
La morte è presente nella nostra vita e ne diventa parte sin dal momento del concepimento. Viaggia con noi attraverso la vita, senza mai lasciare il nostro fianco. E’ lì, e l’unico aspetto positivo è che nessuno sa quando ci presenterà il suo biglietto da visita. Nel corso dei millenni, l'uomo ha creato paradisi immaginari e giardini dell’Eden nella sua ricerca d’immortalità. Le diverse culture dell’umanità hanno immaginato lunghi viaggi verso posti meravigliosi dove la tristezza è sconosciuta, le tribolazioni abbandonate, e uno stato di benedizione e di felicità è garantito all’uomo che infine, come ricompensa per le sue virtù, potrà nuotare in piscine di latte e miele per l'eternità.

Così è stato creduto dagli antichi Egizi, e così si pensa ancora oggi in alcune culture moderne. Se i lettori me lo consentiranno, mi piacerebbe fare una breve deviazione per dimostrare la mia riflessione. Quando mia madre morì nel gennaio del 1978, il suo compagno nelle onoranze funebre Rossi, in Canton Ohio, era uno zingaro che era stato chiamato dalla morte nello stesso momento, seppure in un’altra stanza. Gli zingari sono un popolo molto solidale, chiassoso e rumoroso nelle pratiche d’addio a un defunto.

Avevano raccolto soldi sin nel lontano Canada e in qualsiasi Stato d’America pur di presentare i loro rispetti finali per le esequie di una persona di una certa posizione sociale. Il morto giaceva nella bara con tutto ciò di cui avrebbe avuto bisogno per il suo lungo viaggio: impermeabile, ombrello, stivali, cappello, guanti, un cambio di calzini, cibi e bevande, e per ogni caso di necessità, ciascuno aveva messo nella sua bara un dollaro d’argento che gli permettesse di acquistare quanto la famiglia e gli amici avessero eventualmente dimenticato.
 
TEMPO DI QUARESIMA Stampa E-mail
Segnalato da Gregorino Capano   
domenica 03 febbraio 2008

Nei primi tempi del cristianesimo, nacque un’osservanza preparatoria alla Pasqua.

Da principio ad Alessandria, a Roma e nelle Gallie il digiuno durava una settimana, altre chiese si limitavano a consacrare all’astinenza solo i due ultimi giorni della Settimana Santa. Nel secolo III° Roma prolunga già i suoi digiuni per tre settimane.

E’ il Concilio di Nicea (cattedrale di Santa Sofia nel 325) che stabilisce il numero di 40 giorni, senza dubbio mosso dall’esempio del Salvatore che digiunò 40 giorni nel deserto. Tutti i religiosi, vollero inculcare in tutti noi l’osservanza e spiegarne i motivi e vantaggi fino ai secoli a noi vicini e riconoscere che la Quaresima era il perno della disciplina cattolica. La Quaresima era considerata la Tregua di Dio, in cui tutte le attività dei cristiani venivano interrotte per lasciare spazio all’istruzione liturgica per ricaricarsi ed accumulare nuove energie per risorgere a vita divina col Cristo risorto e trionfante.

 
Quaresima Stampa E-mail
Segnalato da Angelo Jorfida   
domenica 03 febbraio 2008

Dopo le Feste Natalizie il Carnevale  suscitava in noi una delle piu' grandi eccitazioni dell'anno. La prospettiva di riempire lo stomaco di carne  era una eccitazione impossibile a controllare. "Pruppi, pruppiatti, e sangunazzu" erano le cose deliziose che  noi ragazzi pregustavamo con anzi. Sopprassate, salsicce, frittuli, frisulimiti erano appese o conservate in vasi di argilla per essere consummate dopo la Resurrazione del Cristo.

Il periodo che seguiva il carnevale, Quaresima, era  considerato un periodo di tristezza. Era, non solo, la preparazione spirituale per la Santa Pasqua con il digiuno richiesto dalla  Chiesa ma anche un periodo di silenzio e lugubrio. In quei tempi la cosa che era piu' abbondante d'ogni cosa , era la "Miseria" che  riusciva  sempre  a essere presente alla nostra tavola e occupava il migliore posto.

Oggi  ho difficolta' a comprendere  la proibizione di  mangiare carne a un popolo a cui il lusso della carne era sconosciuto, e limitato al consumo di uccelletti , ghiri, e sorci prese nelle trappole in campagna.

 

 
Sepolcro, Trevini e Naca Stampa E-mail
Segnalato da Gregorino Capano   
venerdì 21 dicembre 2007

Era ancora il periodo di tristezza che culminava agli eventi religiosi che descriverò.

La Domenica delle Palme( a Dominica di Parmi) ristorava un poco d'allegria durante il periodo della quaresima che era seguito dalle funzioni religiose della Settimana Santa ( a simana santa).
I fedeli si radunavano in chiesa portando ramoscelli d'ulivi e fronde di palme e noi ragazzi cantavamo " oliva olivedra mentimi hica ntra tascarèdra". La Chiesa era ancora in lutto e le statue erano avvolte di  nero; campane e campanelli erano muti e solamente i lamentosi suoni  delle "Tocche" e  "Tirriti' " si sentivano durante i riti religiosi. La settimana santa incominciava con il "Sepolcro del Cristo Morto" nel centro della chiesa, circondato da vasi di grano cresciuto dai fedeli in casa  senza il beneficio della luce necessaria per la fotosintesi. Credo che le piante di grano bianco significavano la purezza del Redentore venuto per la salvezza dell'uomo.  I riti della settimanasanta cominciavano!

Mercoledì:
accentuati dal suono delle tocche, tirritì e il picchiare dei banchi su cui sedevano i fedeli durante la Santa Messa. Era un rumore che doveva simulare i tuoni e terremoti durante gli ultimi sospiri del Cristo sulla Croce. Queste funzioni si svolgevano il  mercoledì, giovedì e venerdì  e erano chiamate  da noi "I Trevini" ( credo sia dialetto per Tremiti, scosse). Tardi nel pomeriggio del Venerdì Santo, Il Cristo era tolto dal Sepolcro e messo sulla Naca e portato attraverso i vicoli del paese in pellegrinaggio sottomesso in tristezza. Essere scelto a portare la Naca era onore sociale grande, ma più grande era l'onore d'essere eletto a cantare "L'Ufficio" davanti il Calvario di fronte alla casa di mia nonna. Il ritorno  in chiesa era festeggiato con panegirichi di immensi oratori invitati  dall'Arciprete Don Bruno Voci ( Grande Oratore) che in fine intonava "Vieni Maria, Vieni a vedere cosa hanno fatto al tuo Figlio". La sua orazione era cosi forte che non ricordo occhi asciutti!

 
Il Natale di Ieri Stampa E-mail
Segnalato da Gregorino Capano   
venerdì 07 dicembre 2007
Al principio di Novembre noi ragazzi cominciavamo a costruire castelli in aria sognando le golosità che avrebbero arricchito la nostra Tavola Natalizia. Le delicatezze che osavamo sognare non avrebbero merito sulla Tavola Natalizia d’oggi. Non voglio annoiare i lettori con la mia enfasi sulla miseria e povertà di quell’epoca, ma nei miei viaggi nostalgici nel passato, trovo difficoltà ad assolvere i governanti che secolo dopo secolo ci mantenevano nelle peggiori condizioni economiche come se fossimo animali. Certamente adesso godono l’eterne fiamme infernali per i loro peccati mortali.

La sera delle vigilia di Natale era grande festa e per lo più questa festa si svolgeva nella casa della nonna con tutti i familiari presenti. Dopo il pranzo , in piazza e nelle stradine, c’era confusione (Bellissimo divertimento) di bombe pirotecniche scoppiate ai piedi degli amici e contro le mura delle case. Era un divertimento sfrenato, i giovani pavoneggiavano nella speranza di attrarre l’attenzione della ragazza desiderata. (Ah Come e’ cambiato il nostro mondo). Questo divertimento continuava fino alla Santa Messa di Mezzanotte quando il nostro Salvatore sarebbe nato.

Il grande pranzo a cui noi ragazzi e adulti aspiravamo con ansietà consisteva di un pezzettino di stocco fisso preparato con una grande quantità di patate, olive di giara (olivi ammodru), pomodoro e alloro, alla moda del cuoco di Montepaone a Treviso. Le risorse erano limitate e quindi un chilo doveva soddisfare una famiglia di venti persone. In più zippuli, crispedri, mele conservate in rete in un posto scuro e fresco nella cantina, torrone comprato dai Sorianesi durante la fiera, castagne conservate come le mele (castagni virdi). La tradizione di mangiare tredici portate (tridici cosi) era osservata ritualmente, ma non tutti potevano farlo. C’erano famiglie, immerse nella miseria e nella povertà più assoluta che avevano difficoltà a rispettare la tradizione. C’era una famiglia vicino casa mia la cui madre rimase vedova con quattro ragazzi. Vergognandosi della loro povertà contavano le tredici portate a modo loro : zzippuli con farina, olio, acqua, sale, fuoco = cinque.

 
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