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lunedì, 08 settembre 2008 - By Calabresi .net
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L'arcivescovo Luca Campano e ricostruzione del Duomo di Cosenza Stampa E-mail
Segnalato da De Filippis Mario   
venerdì 20 giugno 2008
Lavori in corso nel Duomo di Cosenza e inevitabili  polemiche, come accade sempre, quando si interviene su un monumento simbolo di una città. Le cattedrali sono oggetto
di restauri continui, tanto che esistono degli enti, in qualche caso costituiti secoli fa, appositamente per sovrintendere a queste necessità, come la Fabbrica del Duomo di Milano e quella di San Pietro a Roma. 

Non fa meraviglia che si trovi da ridire su certi interventi; pochi anni fa, a Reggio Calabria, per restaurare il Castello Aragonese riuscirono a farne crollare una parte, che aveva resistito perfino al cataclisma del 1908. Siamo un po’ prevenuti. La cattedrale cosentina ha mutato aspetto più volte, lo testimoniano le stampe ottocentesche e le foto, che mostrano una facciata molto diversa da quella attuale, con due anacronistiche torri campanarie, rimosse con una decisione che sicuramente, all’epoca, negli anni trenta del Novecento, non tutti avranno apprezzato.

La storia vuole che un arcivescovo sia morto sotto le sue macerie, durante il terremoto del 1184; secondo alcuni studiosi a quel tempo sorgeva in cima al colle Pancrazio, accanto al castello. Altri sostengono, invece, che il sito sia sempre stato quello attuale, e che la ricostruzione fu attuata senza cambiarne l’orientamento originario.
Difficile dire di più su questo punto, perché dell’alto medioevo calabrese si conservano pochi documenti.  Le vicissitudini per così dire edilizie del nostro duomo incrociano a un certo punto, dopo il terremoto del 1184, un personaggio che non è tra quelli più citati del Pantheon cosentino, e meriterebbe invece qualche attenzione. Luca Campano è un monaco cistercense, abate del monastero di Santa Maria della Sambucina, in territorio di Luzzi. Viene nominato arcivescovo di Cosenza per provvedere alla ricostruzione della cattedrale, nel 1201 o nel 1203, dopo aver dato buona prova di sé nell’abbazia della Sambucina, devastata dallo stesso sisma.

Nel Medioevo accadeva anche questo, che un monaco dovesse tirar fuori doti imprenditoriali e progettuali, sul campo, e mostrare di sapersela cavare a coordinare maestranze, controllare materiali, organizzare il cantiere. I cistercensi in particolare, nati in Francia da una scissione della grande famiglia benedettina, si segnalarono, tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo, proprio per il loro impegno nel lavoro manuale, nel dissodare campi, fondare abbazie secondo uno stile ben riconoscibile, esportato in tutta Europa.

Un abate o un arcivescovo, nel Medioevo, svolgono compiti diversi da quelli strettamente religiosi; non gli viene chiesto solo di sovrintendere a una comunità di consacrati, ma di assumere funzioni di ambasciatore e rappresentante del pontefice, a volte del sovrano e delle sue volontà. In certe occasioni i prelati devono sfoderare doti da condottiero, organizzare la difesa del territorio a loro affidato da attacchi militari. 

Luca Campano, insomma, non era un monaco qualsiasi; intanto si era formato in uno dei cenobi più importanti della penisola, nell’abbazia cistercense di Casamari (oggi comune di Veroli, in provincia di Frosinone). A Casamari a un certo punto arriva Gioacchino da Fiore, che era già considerato un predicatore straordinario, prima ancora di aver composto i suoi trattati, che lo hanno reso il calabrese più famoso al mondo, un punto di riferimento per mistici, visionari, rivoluzionari di ogni tempo. Quando arriva a Casamari Gioacchino ha una vita lunga e tormentata alle spalle: monaco cistercense pure lui, abate di Santa Maria di Corazzo, in Sila, in rotta con il suo ordine, ha ottenuto dal pontefice il permesso di scrivere e di dare forma compiuta alle sue meditazioni.

Proprio Luca Campano viene scelto per diventare suo collaboratore, il suo fedele scrivano. Luca è assegnato a Gioacchino nel periodo in cui l’abate “di spirito profetico dotato” pone mano alla composizione delle sue opere più importanti, quelle che lo hanno fatto sfiorare dal sospetto di eresia, e che hanno destato larghissimo interesse in tutti i tempi, per la loro forza visionaria.  Luca dunque è un amanuense, fa parte di quel gruppo ristretto di monaci incaricati di trascrivere testi sacri e profani, predisporre nuove copie manoscritte di opere che, altrimenti, sarebbero andate perdute.

I copisti lavoravano utilizzando scritture formalizzate, diffuse in un territorio, in un determinato periodo: la carolina, la beneventana soprattutto in Italia meridionale, la gotica. I più capaci e colti potevano ricevere incarichi speciali, compilare la storia del monastero, redigere lettere ufficiali.

Oppure prestarsi umilmente a raccogliere il fiume in pina dell’eloquenza di Gioacchino.  Il calabrese Gioacchino però, dicono le fonti antiche, possedeva l’intelligenza delle cose e segnala il suo scriba per incarichi di responsabilità. Da qui l’arrivo in Calabria del timido Luca, che essendo balbuziente temeva di non poter governare i monaci della Sambucina e, successivamente, i fedeli di una diocesi vasta come quella cosentina. 

La Calabria del 1200 era più che mai una terra di confine, di incontro di culture diverse; da qui i Normanni avevano tentato la grande avventura verso oriente, sognando la  conquista della Grecia e della Terra Santa. A Rossano, a Santa Severina e a Gerace era ancora ben viva la comunità dei greci, legati a Bisanzio e orgogliosi di aver dato alla cristianità San Nilo da Rossano, il fondatore di Grottaferrata. Il Mediterraneo allora era il centro del mondo, non un piccolo mare interno lontano dagli oceani, e la penisola calabrese si trovava proprio al centro di queste rotte strategiche. Ancora più che altrove, qui un vescovo doveva essere sentinella, ambasciatore, promotore della cultura e della visione delle cose romana, latina, occidentale.

Luca mette da parte i suoi ritegni e dimostra grande energia. A lui tocca accogliere il corteo imperiale che accompagna Federico II, nel 1220, alla solenne cerimonia di consacrazione della cattedrale finalmente ricostruita. A lui l’imperatore consegna la Stauroteca, conservata ancora oggi nel tesoro del duomo. Un monumento, nel 1200, è molto più di oggi un manifesto ideale, un documento scritto in un linguaggio più chiaro ed evidente di quello delle lettere.

Un documento di pietra e di immagini scolpite e dipinte lo possono leggere e capire tutti. Oggi siamo sommersi da testi scritti e messaggi martellanti, ce ne possiamo difendere solo ignorandoli.  Gioacchino, che era insuperabile nell’arte di coniare messaggi misteriosi e allusivi, aveva lasciato ormai le miserie terrene tra le quali Luca, invece, deve procedere, sfruttando la stima che gli mostrano sovrani e pontefici. 

Che ci insegna la storia di Luca Campano?  Che i monumenti sono abbastanza solidi e, se proprio è destino che debbano crollare per eventi naturali, poi si possono riedificare.  Che può capitare anche a uno scriba, vissuto tra i manoscritti, la grande avventura tra le insidie del mondo e le lusinghe dei potenti. Luca non si è lasciato travolgere né si è smarrito davanti a un compito così diverso da quello a cui si riteneva destinato. 

La chiesa cosentina, in questi anni, ha subito qualche brutto colpo; alcuni suoi esponenti si sono persi tra carte, consigli di amministrazione, interviste, aule di giustizia. Nel Medioevo le vicende individuali si consideravano di scarsa importanza, anche un pontefice si riteneva un modesto ingranaggio in un disegno imperscrutabile. Sappiamo pochissimo, in genere, delle loro faccende private, ed è un sollievo.

Meglio per noi leggere le antiche storie delle biblioteche che tanto dovevano appassionare il nostro arcivescovo capomastro: Dinamiche librarie cistercensi: da Casamari alla Calabria: origine e dispersione della biblioteca manoscritta dell'abbazia di Casamari (Antonio Maria Adorisio). Edizioni Casamari, 1996. Le biblioteche medievali calabresi sono andate dispense, ogni tanto ne emerge una traccia, come Il Liber usuum Ecclesiae Cusentinae di Luca di Casamari arcivescovo di Cosenza.

Introduzione e edizione di Antonio Maria Adorisio, Edizioni Casamari, 2000.  Nel frattempo possiamo sempre sperare che i lavori nel duomo, per ora sospesi, facciano emergere qualche reperto straordinario, per esempio il regolo dell’arcivescovo e il quaderno con le misure diligentemente annotate. Pare che un archeologo ispezionerà il cantiere, chissà. 

Mario De Filippis
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