Giovanni Longu, ricercatore e pubblicista, si interessa attivamente alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera e ai rapporti italo-svizzeri dall’indomani dell’unità d’Italia fino ai giorni nostri.
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E’ tornata a infuriare sui media italiani la disputa sulla cittadinanza ai figli degli stranieri. A dar fuoco alle polveri è stato Beppe Grillo che sul suo blog aveva scritto, per provocazione o convinzione non si sa, visto il personaggio: «Priva di senso la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono: è una questione utile solo a fomentare lo scontro…».
Per evidenti ragioni non solo di prossimità, ma anche d’interesse, la Svizzera segue con grande attenzione l’evolversi della situazione nell’Eurozona. Un euro debole rafforza il franco e questo non giova all’economia svizzera di esportazione nel mercato europeo, soprattutto se la situazione attuale dovesse peggiorare.
Da anni ormai si organizzano tavole rotonde, incontri e convegni per discutere del futuro dei corsi di lingua e cultura in Svizzera. A intervenire, denunciare e implorare aiuto sono soprattutto gli insegnanti, i dirigenti dei cosiddetti enti gestori (Casci, Fopras, Ecap, ecc.) e qualche timido rappresentante dei genitori.
Di fronte alla crisi che ha portato alle dimissioni del governo Berlusconi e all’insediamento del governo «tecnico» di Monti mi sono chiesto se l’Italia sarebbe giunta (come sembra) sull’orlo del fallimento se fosse stata un Paese federale. La mia risposta è: probabilmente no. Di fatto, tutti i Paesi federali europei anche se non godono di ottima salute (persino la prima della classe, la Germania, deve adottare misure di risparmio e operare tagli) sono comunque ben lontani dal rischio del tracollo.
In questo periodo preelettorale svizzero il tema dell’immigrazione non è un problema che interessa i grandi partiti, ad eccezione dell’Unione democratica di centro (UDC), la destra radicale svizzera. Nei media, invece, è sempre d’attualità. Qualche giorno fa mi ha colpito il titolo di un articolo secondo cui gli stranieri «vengono di passaggio e invece restano».
Da troppo tempo ormai la questione dell’apertura di un negoziato tra l’Italia e la Svizzera sui problemi fiscali sul tappeto sta incrinando i tradizionali buoni rapporti tra i due Paesi.
Soprattutto per il Ticino si tratta evidentemente di una priorità, perché la presenza della Svizzera in una specie di «lista nera» di un Paese confinante è oltremodo sgradevole e nociva.
In Italia si è spenta l’eco delle analisi a caldo delle recenti votazioni amministrative. I giochi son fatti. C’è chi si è esaltato per la vittoria (inattesa) e chi ha dovuto ammettere a denti stretti la sconfitta. Se è tuttavia facile indicare con nome e cognome i candidati risultati vincitori e perdenti, mi pare più difficile individuare l’appartenenza partitica e ideologica dei loro sostenitori. Gli esempi clamorosi di Milano e Napoli indicano chiaramente che le espressioni ormai da troppo tempo abusate di centrosinistra e centrodestra sono insufficienti e inadeguate per definire l’area di appartenenza degli elettori. Chi ha vinto e chi ha perso in realtà?
Tripoli è oggi una città ferita, bombardata. La guerra imperversa producendo distruzioni e vittime. Le bombe cosiddette «intelligenti» dovrebbero colpire esclusivamente installazioni militari, in realtà colpiscono anche edifici civili. I morti, militari e civili, non si contano più. Ormai si tiene la contabilità solo delle «operazioni» e degli ordigni sganciati dall’alto o di lontano; quella dei morti non la tiene più nessuno.
Ricordando Max Frisch nel centenario della sua nascita e vent’anni dopo la sua morte non si può non sottolineare il suo forte legame con l’Italia e con gli italiani emigrati in Svizzera. Si dirà forse che si tratta di un aspetto marginale della complessa biografia di uno dei massimi scrittori svizzeri del XX secolo, eppure rappresenta nella storiografia dell’emigrazione italiana in Svizzera un elemento centrale.
Quasi a cento anni di distanza, l’Italia è nuovamente in conflitto con la Libia o meglio col regime libico di Gheddafi. Le motivazioni, le modalità e il contesto internazionale sono completamente diversi. Eppure fa impressione che l’Italia si ritrovi in guerra (anche se a molti benpensanti questo termine può apparire inadeguato) proprio con la Libia, contro la quale sperimentò, fra l’altro, forse per la prima volta nella storia, un rudimentale bombardamento aereo (lancio di alcune granate a mano!), ma con la quale ha avuto anche periodi di pace e di amicizia.
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