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Libro: I disregolatori endocrini ambientali: una correlazione tra dieta e tumori

di Girolamo Giannotta
PRESENTAZIONE. Verosimilmente, nessun altro argomento scientifico necessità di essere così dettagliatamente descritto e collocato in una precisa dimensione spazio-temporale, come lo è questo. La difficoltà nel portare in porto quest'idea è duplice: da un lato l'argomento è ancora poco conosciuto, ed è imperiosa la necessità di esporlo con la docuta semplicità e chiarezza; e dall'altro, l'imponenza e l'entità dell'impatto sulla salute di tutti gli esseri viventi non consentono altre dilazioni temporali.
Maggiori informazioni  [Libro: I disregolatori endocrini ambientali: una correlazione tra dieta e tumori]
 

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Testi e Contesti di Giovanni Longu

 Giovanni Longu, ricercatore e pubblicista, si interessa attivamente alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera e ai rapporti italo-svizzeri dall’indomani dell’unità d’Italia fino ai giorni nostri.

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Purtroppo l'idea che nel dopoguerra decine e centinaia di migliaia di disoccupati italiani si accalcassero alla frontiera svizzera in cerca di lavoro è assai diffusa in molta letteratura sull'immigrazione in Svizzera e nell’opinione pubblica. E’ un’idea infondata. Proprio qualche giorno fa ho visto la segnalazione di un volume di Paolo Barcella di recente pubblicazione con un titolo che, almeno apparentemente, non lascia dubbi: Venuti qui per cercare lavoro. Gli emigrati italiani nella Svizzera del secondo dopoguerra.
Non avendo avuto ancora la possibilità di leggere il libro, non entro nel merito e voglio sperare che quanto sto per dire venga contraddetto dal contenuto dell’opera. Resta il fatto che quel titolo mi pare a prima vista fuorviante e infondato. Preso infatti alla lettera, suggerisce l’idea che nel secondo dopoguerra gli italiani si siano precipitati in massa alle frontiere con la Svizzera in cerca di lavoro e addirittura che questa ricerca sia la caratteristica dominante di tutti «gli emigrati italiani in Svizzera del secondo dopoguerra».

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Leggevo qualche giorno fa che la Svizzera, nel panorama europeo, rappresenta ancora un’«isola felice». Io non so quanto siano felici gli svizzeri, ma sicuramente non hanno i patemi d’animo di molti cittadini comunitari alle prese con una recessione che non accenna a diminuire. Coloro che già intravedono la luce in fondo al tunnel evidentemente non hanno le preoccupazioni di quanti fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, devono far fronte con una drastica riduzione dei consumi all’aumento della pressione fiscale e del carovita, vedono diminuire le speranze di un avvenire migliore. Per non creare allarmismi, in Italia, si è persino truccato il linguaggio: alle persone che hanno perso il lavoro e il salario vengono offerti «ammortizzatori sociali», «piani sociali», «mobilità in deroga», «contratti di solidarietà», «incentivi al reinserimento», ecc., guardandosi bene dall’ammettere che si tratta di provvedimenti per evitare lo schianto e la disperazione.

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Esattamente 110 anni fa, il 30 luglio 1902, Italia e Svizzera ristabilivano i rapporti diplomatici interrotti alcuni mesi prima. L’episodio, noto come «affare Silvestrelli» viene ricordato per essere stato l’unico grave incidente diplomatico della lunga storia dei rapporti italo-svizzeri.
Le relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Svizzera non sono state sempre serene e costruttive, ma non si giunge mai alla rottura, ad eccezione del caso che ha coinvolto in prima persona il ministro d’Italia in Svizzera comm. Silvestrelli nel 1902.

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Sono continui i bollettini sullo stato comatoso dei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera. Da molte parti si teme la prossima fine di questa gloriosa istituzione e s’invoca il Governo Monti come fosse il taumaturgo che fra tagli a destra e a manca dovrebbe salvare proprio i corsi di lingua e cultura. Purtroppo sono molti coloro che non vogliono arrendersi alla realtà, quella di un’istituzione che non è stata in grado di adeguarsi all’evoluzione dell’emigrazione e quella della collettività italiana residente in Svizzera che ben poco ha in comune con quella di trenta-quarant’anni fa.

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Minatori all’opera durante lo scavo della ferrovia della Jungfrau attorno al 1900.Nei giorni scorsi è stato rievocato il centenario della caduta dell’ultimo diaframma della galleria ferroviaria che porta alla stazione più alta d’Europa a 3454 metri sullo Jungfraujoch. La ferrovia a cremagliera della Jungfrau, allora la più alta del mondo, sarebbe entrata in funzione alcuni mesi più tardi, il 1° agosto 1912.

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E’ tornata a infuriare sui media italiani la disputa sulla cittadinanza ai figli degli stranieri. A dar fuoco alle polveri è stato Beppe Grillo che sul suo blog aveva scritto, per provocazione o convinzione non si sa, visto il personaggio: «Priva di senso la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono: è una questione utile solo a fomentare lo scontro…».

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Per evidenti ragioni non solo di prossimità, ma anche d’interesse, la Svizzera segue con grande attenzione l’evolversi della situazione nell’Eurozona. Un euro debole rafforza il franco e questo non giova all’economia svizzera di esportazione nel mercato europeo, soprattutto se la situazione attuale dovesse peggiorare.

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Da anni ormai si organizzano tavole rotonde, incontri e convegni per discutere del futuro dei corsi di lingua e cultura in Svizzera. A intervenire, denunciare e implorare aiuto sono soprattutto gli insegnanti, i dirigenti dei cosiddetti enti gestori (Casci, Fopras, Ecap, ecc.) e qualche timido rappresentante dei genitori. 

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Di fronte alla crisi che ha portato alle dimissioni del governo Berlusconi e all’insediamento del governo «tecnico» di Monti mi sono chiesto se l’Italia sarebbe giunta (come sembra) sull’orlo del fallimento se fosse stata un Paese federale. La mia risposta è: probabilmente no. Di fatto, tutti i Paesi federali europei anche se non godono di ottima salute (persino la prima della classe, la Germania, deve adottare misure di risparmio e operare tagli) sono comunque ben lontani dal rischio del tracollo.

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In questo periodo preelettorale svizzero il tema dell’immigrazione non è un problema che interessa i grandi partiti, ad eccezione dell’Unione democratica di centro (UDC), la destra radicale svizzera. Nei media, invece, è sempre d’attualità. Qualche giorno fa mi ha colpito il titolo di un articolo secondo cui gli stranieri «vengono di passaggio e invece restano». 

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