La disuguaglianza materiale e sociale è il tallone di Achille della nuova economia italiana. Essa si manifesta in svariate forme: stagnazione e perdita di potere d’acquisto del reddito dei ceti medi e di quelli meno abbienti, enormi compensi per i top manager, allargamento della forbice reddituale tra i dipendenti dei livelli più alti rispetto a quelli dei livelli più bassi delle imprese.
Per cui, il fondamento etico di qualsiasi intervento legislativo è quello di creare le condizioni di un’eguaglianza delle opportunità, di una sostanziale concorrenza economica e di una effettiva giustizia sociale.
L’appartenenza di classe è ancora la variabile determinante del nuovo mercato del lavoro. Chi appartiene ad un ceto privilegiato ha buone opportunità occupazionali, grazie al proprio retroterra familiare e alle reti formative.
E in questi anni, sono aumentate le differenze e sono state perse le opportunità di riequilibrare lo sviluppo tra le diverse aree del Paese.

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Le cifre indicano un peggioramento delle condizioni economiche del Sud e maggiori difficoltà nel trovare un lavoro stabile soprattutto per le donne e per le nuove generazioni.
Tutto ciò si traduce non solo in un sentimento di fragilità della condizione di milioni di lavoratori, ma in una perdita di fiducia nei sistemi decisionali esistenti e in un certo disinteresse per le forme tradizionali di partecipazione alla vita pubblica.
Parliamo dei precari senza diritti né tutele, dei ricercatori che scappano dall’Italia, dei giovani imprenditori senza accesso al credito, degli aspiranti professionisti esclusi dagli ordini professionali.
Insomma. siamo sprofondati in quella modernità liquida di cui parla Bauman che rompe il fragile tessuto delle relazioni sociali e mette in discussione i modelli culturali di riferimento.
Il tema del mercato del lavoro, della lotta alla disoccupazione, delle tutele sociali per chi lavora e dei servizi per chi cerca lavoro dovrebbero, invece, costituire un punto di riferimento nel dibattito politico attuale e soprattutto nell’agenda politica del futuro Partito Democratico.
Il lavoro deve essere la ragione sociale del futuro soggetto politico, soprattutto in un Paese come il nostro, in preda ad un incontrollato individualismo che calpesta l’interesse generale e distrugge il senso di comunità e di appartenenza.
Libertà, giustizia e solidarietà costituiscono i valori fondamentali della nuova civiltà del lavoro.
Occorre una politica di rinnovamento e di equità che possa garantire gli attuali posti di lavoro e crearne di nuovi stabili e non precari, stabilizzare il sistema di sicurezza sociale, adeguare ed allineare gli standard di vita all’interno delle diverse aree del Paese e aiutare coloro che non riescono da soli a condurre un’esistenza dignitosa perché possano dischiudersi nuove possibilità per ottenere maggiori opportunità di benessere, più alti livelli di crescita, libertà e coesione sociale.
Inoltre, conciliare e rendere compatibili i rapporti tra famiglia e professione, realizzare l’uguaglianza tra uomini e donne, investire nell’ambito dell’istruzione e formazione professionale e della ricerca ed infine consolidare e rendere incisiva una politica economica e finanziaria che si preoccupi delle generazioni future, che sono il capitale futuro del nostro Paese e noi non possiamo permetterci assolutamente di ipotecarlo.
Infatti, senza solidarietà non può esistere una vera società umana, in un mondo globalizzato, esposto a rapidi ritmi di crescita e segnato ancora da troppe disuguaglianze.

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