Fisco, concorrenza e crescita economica

Una saggia riforma delle aliquote marginali e delle strutture fiscali, combinata con una equilibrata riduzione dei livelli generali di tassazione, potrebbero rappresentare una misura sufficiente per scongiurare il pericolo di un’erosione della base fiscale e contribuire alla crescita economica.

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Si deve prendere definitivamente atto che la tassazione progressiva è un fondamentale strumento di redistribuzione economica e che la riduzione delle tasse può essere economicamente sensata e può contribuire alla giustizia sociale. È possibile così incrementare gli investimenti e incentivare i consumi. Infatti, risparmio e investimenti sono il motore della crescita economica di lungo periodo.

Pagare le tasse è sì un dovere costituzionale, pur tuttavia occorre un atteggiamento più maturo nei rapporti tra governanti e governati, in fondo gli italiani chiedono di non essere vessati da un carico tributario eccessivo, di essere assistiti da una burocrazia che funziona, di poter contare su infrastrutture materiali ed immateriali efficienti.

E se il Ministro dell’Economia Padoa Schioppa rilancia la promessa di tregua fiscale, il tema dell’assetto del sistema tributario va affrontato con sano realismo, per non cadere nella trappola che ampi strati dell’opinione pubblica nutrano ancora una volta un senso di sfiducia e di insofferenza nei confronti di un sistema che ha finito per colpire solo chi paga e non chi realmente evade o elude o peggio si sottrae al Fisco, portando i propri capitali nei paradisi fiscali. Serve sicuramente un clima di fiducia e nuove politiche, in grado di non scoraggiare gli investitori, che producano buoni servizi per i cittadini e riducano il costo del lavoro e il cuneo fiscale per le imprese, in modo da stimolare la produttività e la crescita economica.

Occorre migliorare drasticamente la capacità competitiva del sistema Paese e riqualificare il nostro sistema produttivo, attraverso una sapiente e paziente costruzione strutturale, in forte discontinuità con le scorciatoie normative delle passate legislature.

Il Governo non può più prelevare in maniera indiscriminata, senza garantire che il gettito venga speso in maniera efficace. Le tasse, sia che si tratti di imposte sui redditi o di imposte sulle società, a volte, potrebbero ostacolare gli sforzi della comunità, la voglia d’intrapresa e frustrare le capacità dei talenti. Farebbero bene alcuni esponenti della sinistra conservatrice a rileggere Einaudi, secondo il quale la logica della competizione è il motore del progresso intellettuale e del benessere materiale di una Nazione.

Di conseguenza il principale compito dello Stato deve essere quello di difendere la concorrenza, combattendo i monopoli (pubblici e privati) fonte di “disuguaglianze sociali” e di “ladrocini commessi a danno della collettività”. Ma la competizione può favorire l’emancipazione sociale a condizione che gli individui siano messi nelle condizioni di poter competere da una “legislazione sociale” che deve “avvicinare, entro i limiti del possibile, i punti di partenza degli individui”.

Dunque, l’appeal del nuovo Partito Democratico, si misura anche nella capacità dei suoi dirigenti di porre l’accento sull’eguaglianza delle opportunità e sul pluralismo delle idee e sulla diversità sociale e degli stili di vita, promuovendo politiche che possano incoraggiare chi ha veramente talento ad andare avanti. L’eguaglianza e la diseguaglianza non si riferiscono solo alla disponibilità di beni materiali, gli individui devono avere la capacità di usarli in maniera efficace.

Le politiche di promozione dell’eguaglianza dovrebbero concentrarsi su ciò che il premio Nobel Amartya Sen definisce “capacitazione sociale”, ossia la libertà complessiva di una persona di perseguire il proprio benessere. Tra le politiche più importanti in questo senso, come afferma Anthony Giddens, “vi è il come arginare la pura e semplice diseguaglianza economica, come promuovere un senso di obbligo e impegno civico, e come prevenire lo sviluppo di meccanismi di esclusione sociale”.

Ciò presuppone una necessaria redistribuzione economica e dei redditi, poiché a fronte di una disuguaglianza degli esiti finali, a chi resta indietro non si deve negare la possibilità di vivere un’esistenza soddisfacente, né si debbono sottrarre opportunità alle generazioni future, da tanto, troppo tempo penalizzate. Tasse più basse e mercati liberi e competitivi, sono verità asserite come incontrovertibili. Si può avere benissimo più mercato e più stato sociale e se vogliamo un’economia di mercato, non dobbiamo pretendere necessariamente anche una società di mercato.

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