O imitatores… (Orazio)

di Domenico Caruso
Da quanto mi risulta, numerosi miei servizi presenti sul web (nonché su libri e riviste) vengono ripresi e sfruttati da privati ed associazioni senza alcuna esplicita autorizzazione.

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Si ricorda che, addirittura, la “Convenzione Universale del Diritto d’Autore” di Ginevra del 1952 stabilisce che ogni espressione del lavoro intellettuale è protetta dal diritto d’autore, senza che siano richiesti atti o formalità, quali possono essere la pubblicazione o il deposito dell’opera o la sua registrazione. Ciò non ostante tutti i miei scritti presentano il marchio di copyright.

Ad esempio, la mia “Calabrisella” pubblicata in un primo tempo su “Calabria Sconosciuta” di Reggio Calabria (Anno VIII n. 31-32 del luglio-dicembre 1985) e quindi sul mio libro “Storia e folklore calabrese” (Centro Studi “S. Martino” - S. Martino - RC, luglio 1988), prima che sul sito www.brutium.info (“Storia e folklore calabrese”), è stata depositata pure all’Ufficio Stampa del Tribunale di Palmi e presso la “Proprietà letteraria scientifica ed artistica”.

Le regole valgono anche per i tanti miei servizi che qualche associazione culturale ha riportato (copia & incolla) nel proprio sito senza, addirittura, citare né la fonte né l’autore (v. La donna calabrese: ieri e oggi; Jettatura e malocchio in Calabria; La licantropia; I proverbi; ecc.).

Ed è ben grave che, interpellati, gli interessati non hanno ancora risposto al mio invito di chiarimento.
Per quanto riguarda i miei “Proverbi di San Martino”, pubblicati dal prof. Antonino Basile sulla rivista “Folklore della Calabria” (Anno IV n. 2/3 - Aprile/Settembre 1959) c’è chi ha fatto, perfino, la tesi di laurea senza un minimo accenno all’autore.

Faccio notare che “Il canto religioso in Calabria”, prima che su “Calabria Letteraria” del 1984, è stato pubblicato su “L’Aquilone” di Teramo dal gennaio al maggio 1969. Riporto, ad esempio, il “Dialogo tra l’anima e il Signore” che nonna Vincenza Femìa m’ha insegnato e che tanti hanno fatto proprio:

(Anima)
Signuri caru meu, ’stu pedi bagnu,
Vi dugnu ’stu me’ cori cchjù ca tegnu,
Vui mi chiamati all’artaru e jeu non vegnu
ch’haju peccati assai perciò mi spagnu.

(Signore)
Fìgghja, di li peccati toi jeu non mi lagnu,
ca non è chistu l’amuri chi tegnu:
pìgghjati ’stu me’ sangu e fatti ’n bagnu,
làvati e venitindi a lu me’ Regnu!

(Anima)
Signuri, nova vita vorrìa fari,
tramenti campu a Vui vorrìa serviri
e doppu du’ tovagghj pe’ stujari:
una di Carità, n’atra di Fidi!
Inutile scomodare Orazio, per tutti vale il buon senso ed un minimo di onestà.

Chi volesse esprimere il suo giudizio, lo faccia pure: noi risponderemo volentieri.

Domenico Caruso da S. Martino di Taurianova

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