Non è triste essere italiani in Svizzera!

Prendo in prestito, con una leggera modifica, il titolo di un articolo che scrisse molti anni fa un amico giornalista. Egli si riferiva al mondo intero: «Non è triste essere un italiano che vive all’estero» e presupponeva che la condizione di immigrato fosse vissuta come lo stato d’animo di chi si sente «cittadino del mondo».

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Mi limito alla Svizzera, dove risiede oltre mezzo milione d’italiani e quel presupposto può essere dato ampiamente per scontato. In questo Paese la grande maggioranza degli italiani immigrati e la quasi totalità delle seconde e soprattutto delle terze generazioni hanno trovato il loro domicilio stabile e il luogo dei loro principali interessi, anche affettivi. Ormai, per la collettività italiana immigrata o con origini migratorie, la condizione legata direttamente o indirettamente all’immigrazione non è più vissuta in maniera traumatica o di forte disagio psicologico a causa della lontananza e della nostalgia.

Ovviamente possono ancora esservi eccezioni, ma si tratterebbe, appunto, di eccezioni. In generale, gli italiani in Svizzera non hanno motivo per essere tristi a causa della loro condizione migratoria o legata all’immigrazione dei loro genitori o nonni.

Da alcuni decenni, ormai, la decisione di emigrare in Svizzera o di restare in questo Paese, anche dopo il pensionamento, è una scelta volontaria. Il regime di libera circolazione introdotto da anni, ha eliminato se non tutte almeno le principali ragioni che facevano ritenere la migrazione una specie di condanna o di maledizione o comunque una condizione molto penosa. Oggi, dunque, in generale non è triste essere italiani in Svizzera.

Eppure, durante l’anno appena trascorso, alcune Cassandre non cessavano di preannunciare disagi e disgrazie, come se la mannaia dei tagli governativi e il disinteresse della politica italiana fossero davvero in grado di travolgere tutto e tutti. L’idea di una Roma-dipendenza degli italiani in Svizzera è una sottovalutazione delle potenzialità di questa collettività che in buona parte si è fatta da sé e trova nello Stato italiano solo un sostegno sussidiario al proprio sviluppo, non la condizione vitale. Non hanno dunque motivo, i predicatori più pessimisti, di essere tristi e indurre tristezza.

Dovrebbero prenderne atto soprattutto gli onorevoli eletti in Svizzera e i membri del CGIE. Battersi per una causa giusta anche se concerne un numero limitato di persone è sacrosanto, generalizzare e amplificare situazioni particolari è irresponsabile e demagogico. Se poi, invece di cavalcare il disagio e la protesta, fossero più presenti tra i loro elettori e più produttivi di idee e stimolatori di iniziative, anche a carattere volontaristico, si renderebbero conto che le loro energie sarebbero mille volte meglio investite. E proprio in questo lavoro utile e fruttuoso troverebbero anch’essi buone ragioni per non essere tristi.

Certo, anche gli italiani in Svizzera soffrono il disagio che si percepisce in ampi strati della popolazione per le notizie legate alle difficoltà economiche e alle preoccupazioni per il futuro. Ma non è un disagio tipicamente italiano. Ben più a disagio si sentono gli italiani che vivono in questo Paese per le continue notizie che giungono dall’Italia su malavita organizzata, corruzione, conflitti d’interesse, conflitti politici, mala sanità, delinquenza diffusa, povertà in aumento e chi più ne ha più ne metta.

Eppure, a guardare l’Italia nel suo complesso, i motivi di conforto sono ben più consistenti delle ragioni dello scoramento. Basterebbe la considerazione che il popolo italiano è pieno di risorse, intraprendente, fondamentalmente ottimista e che l’Italia è un grande Paese per storia, cultura e opere d’arte invidiate da tutto il mondo. Non c’è ragione, dunque, per essere tristi.

Non ha ragione di essere triste, posto che lo sia, l’Ambasciatore d’Italia a Berna perché può senz’altro andar fiero di essere il primo cittadino di una comunità che tutto sommato fa onore all’Italia per la sua laboriosità, per la sua capacità di riuscita, per i traguardi raggiunti. E anche se all’orizzonte fa capolino qualche nube oscura, portatrice di qualche rivendicazione o contestazione, potrebbe al massimo preoccuparsi ma non dovrebbe certo essere triste. Non basta una nube per turbare la tradizione consolidata dei buoni, anzi «eccellenti» rapporti italo-svizzeri.

Non avrebbe ragione di essere triste, ma non credo che lo sia, nemmeno l’ex console di Berna: in fondo ha perso solo il titolo ma non la sede, da cui continua a dirigere i tradizionali servizi come capo della Cancelleria consolare.

Men che meno hanno ragione di essere tristi quanti si erano a suo tempo mobilitati contro la chiusura del Consolato d’Italia a Berna, situato alla Belpstrasse 11. Infatti chi ha ancora bisogno di rinnovare il passaporto o farsi fare una procura e quant’altro si faceva in quella sede fino al 30 novembre, può continuare a recarsi negli stessi uffici, allo stesso indirizzo e per avere gli stessi servizi anche dopo il 1° dicembre, data fatidica in cui avrebbe dovuto avvenire il cataclisma consolare.

Tutti dunque felici e contenti? Non esageriamo. Nessuno sa che sorprese ci riserva il 2009. Per questo sono sempre utili più degli scongiuri gli auguri, con un pizzico di ottimismo, che è sempre meglio del pessimismo. Buon Anno.

Giovanni Longu
5.1.2009

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