IGNAZIO SILONE nasceva in Abruzzo il 1° maggio di 109 anni fa

Due lettere inedite di Silone
pubblicate dal Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”

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UNO SCRITTORE E UN INTELLETTUALE CHE NON SMETTE DI PROPORCI UNA USCITA DI SICUREZZA
PIERFRANCO BRUNI LO RICORDA A 109 ANNI DALLA NASCITA:
“UNA PERSONALITA’ CHE HA ANTICIPATO I TEMPI E HA TRACCIATO UN PERCORSO NELLA STORIA DELLE COSCIENZE”

Il Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”, diretto da Pierfranco Bruni, a 109 anni dalla nascita di Ignazio Silone ricorda lo scrittore abruzzese che ha raccontato con “Fontamara” un “pezzo” di cultura contadina legata fortemente alle matrici e radici della terra. Silone era nato a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila, il 1° maggio del 1900, centonove anni fa, e morto a Ginevra il 22 agosto del 1978. Recentemente il Centro Studi e Ricerche "Francesco Grisi" ha pubblicato un testo (dal titolo Spirito e verità. Lettere inedite di scrittori contemporanei, Csr) nel quale compaiono due lettere inedite di Silone indirizzate proprio a Francesco Grisi.

Due lettere che hanno un valore sia etico - letterario sia ideologico se si pensa che in una di queste lettere si legge: "…è piuttosto raro trovare in Italia un critico che sappia leggere e che avvicini un autore senza preconcetti estetici o ideologici". Un segno importante che definisce sostanzialmente un percorso culturale. Le lettere risalgono al 1957 la prima e al 1966 la seconda. Uno scrittore che ha raccontato il radicamento alla terra, l’appartenenza, ha “disegnato” il paesaggio dei suoi paesi e di un mondo che la memoria costantemente ripercorre.

“Ignazio Silone, lo scrittore della Marsica e dei cafoni, del cristiano senza chiesa, della terra come appartenenza, della nostalgia sempre assopita, della solitudine ancorata alla parola, della realtà che diventa storia, del superamento di quel comunismo che è stato vissuto non solo come tradimento ma come indefinibile incoscienza, di quella “uscita di sicurezza”, un messaggio emblematico ancora oggi, che ha permesso di catturare non solo la libertà ma anche il senso della libertà”, così sottolinea Pierfranco Bruni.

“Silone, dichiara ancora Bruni, è stato comunista. Anzi è stato uno dei fondatori del comunismo e ne conosceva gli orrori e le sciagure, le finzioni e le maschere. Quando si rese conto che la sua storia incamerava l’oppressione dell’uomo ha tentato di guidare quell’uscita di sicurezza che lo ha condotto fuori le mura di quella inconsapevole bugia”.

Cosa era la politica per Silone? Come la intendeva? Una manciata di more è una dichiarazione non riluttante che mette a confronto, al di là del gioco – destino dei personaggi, l’uomo con la politica. In un discorso tenuto a Milano nel 1949 Silone sotttolinea: “…Nella nostra attuale posizione è implicita la confessione delle sconfitte politiche subite; noi siamo certamente le persone che sono state più sconfitte”. Ma Silone si aggrappa costantemente all’utopia: “Se l’utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell’uomo. (…) La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace. Nessuna critica razionale può sradicarla, ed è importante saperla riconoscere anche sotto connotati diversi” (da L’avventura di un povero cristiano).

“L’utopia e l’eresia, sottolinea Pierfranco Bruni, sono un intreccio non di valori ma di significati esistenziali. Silone si annovera tra quelle coscienze inquiete (sul piano umano e culturale) che hanno caratterizzato e segnato il Novecento letterario italiano. Uno scrittore che non aveva mai perso il senso dell’indignazione. Sino alla fine. Oltre ogni steccato politico resta lo scrittore: quel Silone così eretico è così tanto bisognoso di speranza. Non c’è perdizione, aggiunge sempre Bruni, ma una costante penetrazione nel vissuto Cristologico che ha comunque, anche qui, di un richiamo fortemente paolino. La sua opera andrebbe costantemente letta e proposta, soprattutto in un tempo lacerato come quello che stiamo vivendo”.

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