Vieni a ballare in Puglia

DI MARIO DE FILIPPIS

Come fanno a non massacrarsi tra le rocce? Quanti bagnanti ci lasceranno la pelle, almeno qualche brandello di pelle, ogni estate? Mi trovo nel Salento, provincia di Lecce. Terra da qualche anno diventata di richiamo per turisti e viaggiatori di ogni parte del mondo. Non fa ancora caldo, ma c’è un bel sole, in queste vacanze di Pasqua del 2009 e gli stranieri sono già intrepidi, in costume e ciabatte, sulla spiaggia.

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O meglio, su qualche ritaglio di spiaggia sabbiosa, tra una roccia e l’altra. Per questo mi chiedo, quanti si scorticheranno su queste pietre bianche, famose fin dall’antichità, cantate da tanti poeti latini e greci. Tutta invidia, perché il Salento è ancora godibile, e sa offrire ospitalità a costi contenuti. Sono nella pineta di Punta Pizzo, a sud di Gallipoli, alberi e arbusti arrivano fino alla spiaggia, che qui è ampia, sabbiosa e lunga chilometri. Il profumo della pineta è intenso. Si intravede lontano il centro storico di Gallipoli e il suo faro, sull’isolotto di Sant’Andrea.

Se penso alla costa del nostro Tirreno cosentino, deturpata e imbruttita e ancora deserta in questo periodo - si affolla solo due mesi l’anno e diventa invivibile - un po’ di rammarico lo provo. Il Salento in primavera fa rivivere, come altre regioni meridionali, le sue tradizioni, in particolare le processioni e i riti della Settimana Santa. Appare bizzarro, a pensarci. La pratica religiosa è sempre più bassa, lo dicono le statistiche che aumentano i matrimoni civili e diminuisce la presenza degli italiani nelle parrocchie.

Però, quando arriva Pasqua, le famiglie secolarizzate e laiche partono, percorrono centinaia di chilometri e vanno a seguire, per ore, interminabili processioni: in estasi con le videocamere a filmare i membri delle confraternite nei loro camici, le statue dai tratti ingenui e sofferenti, i carabinieri in alta uniforme come nei film di Vittorio De Sica, le bande musicali e i sindaci con la fascia tricolore sulla pancia. Sono viaggi o pellegrinaggi?

Quasi ad ammettere che il calendario liturgico risponde a un bisogno, a una necessità di sacro, di salvifico. E questa ansia di sacro deve essere evidente, dichiarata, non si cercano i riti anonimi delle liturgie cittadine, con i parroci disinvolti e politicamente corretti, che pronunciano omelie sociologiche. No, si richiedono le magnificenze barocche, la tragicità esaltata del meridione, la teatralità ed esteriorità della Controriforma, la calca e l’eccitazione, un concentrato di tutto ciò che è arcaico e un po’ rétro.

Osservo i bambini col naso all’insù, tra le viuzze del centro storico di Gallipoli, con gli occhi fissi sull’abito nero dell’Addolorata, sui cappucci e le insegne delle confraternite. Partecipare dal vivo a un evento del genere fa ancora effetto ad occhi assuefatti a ogni sorta di meraviglie esotiche in televisione? Le note di “Tristezza” suonate dalla banda, i mortaretti, il mare che si infrange sotto i bastioni possono ancora colpire e imprimersi nella memoria di chi è abituato a vedere tutto attraverso uno schermo? In Calabria sono poche ormai le confraternite ancora attive. I

n un recente passato proprio vescovi e sacerdoti le hanno osteggiate, ritenendole un’eredità ingombrante di un passato non meritevole di essere salvato. Solo quelle più radicate, più forti e vive sono riuscite a sopravvivere all’ostilità del clero progressista. A Gallipoli evidentemente pescatori e marinai sono stati un osso duro. Questa è terra grecanica, come certe zone della Calabria, e la vicinanza con la costa greca è ancora maggiore.

Ho trovato in albergo gli opuscoli e i bollettini informativi delle associazioni culturali grecaniche, e pure i pieghevoli con le proposte del tipo “Da Gallipoli a Corfù in idrovolante” oppure “Dal Salento alla Grecia in caicco”. Troppo avventuroso! Nei saloni e in camera sfoglio vecchi romanzi, alcuni in edizione inglese e tedesca, a disposizione degli ospiti. Ma allora sono finiti i tempi dei pugliesi alla Lino Banfi prima maniera! Il Salento più autentico forse non è neanche quello sul mare, ma va cercato nei suoi interminabili e curatissimi uliveti, nelle masserie che oggi sono tappe di itinerari enogastronomici.

Edifici rurali e muretti a secco si susseguono all’infinito, a ricordare quanto lavoro è stato ed è necessario per rendere produttiva questa terra. Proprio il legame con la terra e i suoi prodotti spiega, almeno in parte, il richiamo che l’estrema punta della Puglia esercita su tanti cercatori di autenticità, che hanno deciso di non poterla più cogliere, ormai, nella propria patria, irrimediabilmente postmoderna. A Santa Maria di Leuca ci accompagna la pioggia, ormai è lunedì, le belle ville dei primi del Novecento sembrano deserte. Ionio e Adriatico sembrano fronteggiarsi e scontrarsi con onde sempre più alte.

Leuca vuol dire bianco, il bianco delle rocce è dappertutto, pare incredibile che da secoli gli uomini abbiano trovato il modo di piegare tutta questa pietra alle proprie necessità, di renderla utile, di farne mattoni e blocchi per le case e addirittura abbellirne le città. La chiesa che domina il promontorio è dedicata a una Madonna de finibus terrae, una Madonna sentinella e custode dei confini. Un limite che oggi non fa impressione come ai tempi di Ulisse, tanto che il nostro governo mandò la marina militare, anni fa, per fermare l’invasione di migliaia di disperati albanesi. Lontani discendenti di quei guerrieri fuggiti davanti ai Turchi a metà del quindicesimo secolo e insediatisi nella valle del Crati, intorno a Cosenza e qui nel Salento. Il tempo ci ha aiutati fino a ieri, ci ha regalato un bel pomeriggio tiepido per passeggiare nel centro di Lecce.

Il traffico del sabato pomeriggio è all’altezza di ogni città meridionale che si rispetti, ma, una volta lasciata l’auto e attraversato il cortile porticato della Prefettura, ci si ritrova miracolosamente nella zona pedonale, tra le chiese barocche e gli altri monumenti. Le botteghe migliori espongono oggetti in cartapesta, una libreria allinea insieme bottiglie di vini locali e libri, a suggerire accoppiate cultural-enologiche ai visitatori a caccia di emozioni etniche.

Le colonne tortili delle chiese e le facciate decorate appaiono un prodigio, i colori sono caldi nella luce del tramonto. Non si può dire onestamente che il Salento non mantenga ciò che promette: piazza Sant’Oronzo a Lecce è un manuale di storia, c’è l’anfiteatro romano accanto al Sedile dei nobili, gli edifici recenti intorno alla colonna pagana da cui il santo patrono osserva i suoi concittadini. Forse anche duemila anni fa i vitelloni locali bighellonavano intorno all’anfiteatro, tra un combattimento di gladiatori e l’altro. Oggi aspettano la festa finale di “Amici” con la De Filippi e tutto il suo circo.

Sempre di spettacoli efferati si tratta; i padri dei primi secoli dell’era cristiana hanno fatto cessare i massacri nelle arene. Sulle arene di oggi i vescovi si mostrano più compassati. Nel tramonto leccese sembra di cogliere un filo di nervosismo tra i viaggiatori all’apparenza appagati: a che vale questa immersione nella storia, nel sacro e nei sapori e odori di una terra, se tutto è limitato alla durata del “pacchetto” proposto dall’agenzia? La lunga durata di cui parlano gli storici, il viaggio nel tempo può condensarsi nelle modeste ferie di un effimero 2009? Forse è questa la spina segreta che tormenta i turisti nel Salento e li spinge ad annegare i dubbi nelle orecchiette, tra fritture e grigliate, e suicidarsi infine nel buffet dei dolci? Mi viene da pensare anche ai portatori delle statue di Gallipoli e ai loro camici.

Cosa provano a tornare alla vita di ogni giorno, dopo i fasti barocchi? La tragicità della Passione può essere dimenticata così facilmente? Un viaggio nel passato dovrebbe avere i tempi giusti, cioè non prestabiliti. Salutare tutti e poi andare, per un mese, un anno, per sempre. Sperando di non finire in foto tessera a “Chi l’ha visto?”. Sto lasciando invece la terra del rimorso, i famosi saggi di Ernesto De Martino sono nati tra le contrade di Nardò e dintorni, osservando le donne vestite di nero in preda alle convulsioni. Per fortuna nessun operatore turistico ha avuto il coraggio di proporre visite guidate ai tarantolati di Puglia, in abito tradizionale come i poveri aborigeni del Pacifico, costretti ad esibirsi davanti alle comitive per sbarcare il lunario.

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