Quanta confusione nella politica verso gli stranieri!

Il tema dell’immigrazione, in Italia, sta diventando una sorta di guerra di religione. In comune tutte le posizioni hanno la confusione delle parole o meglio dei significati attribuiti alle stesse.
Il termine emigrante - che dovrebbe fare accapponare la pelle perché nella storia d’Italia ha significato per oltre un secolo sradicamento, ingiustizie, sofferenze materiali e morali – dovrebbe essere trattato con cautela e con grande rispetto. Invece è bistrattato.

[GARD]

Nella discussione parlamentare di questi giorni sulla sicurezza, i fautori di una politica rigida hanno dato talvolta l’impressione di confondere i «migranti» con «clandestini», e questi con i «delinquenti» comuni. Di più, per certuni, il semplice avvistamento in acque internazionali di un barcone con molte persone a bordo equivale a una minaccia alla sovranità nazionale da respingere facendo intervenire la marina militare. Per poi vantarsi di averne respinti tanti, come se si trattasse di una vittoria contro pericolosi invasori! Ad accrescere la confusione è intervenuta anche la nozione di «reato di clandestinità» (mentre forse sarebbe bastata quella di «infrazione» amministrativa), inducendo facilmente l’opinione pubblica a criminalizzare chiunque tenti di entrare in Italia senza i documenti in regola al solo scopo di trovare un lavoro.

Sul versante degli oppositori alla politica della fermezza perseguita dal governo, i «clandestini» appaiono invece come i paria degli emigranti, doppiamente discriminati, perché perseguitati (almeno dalla miseria) nel loro Paese di provenienza e perché respinti dai Paesi ricchi gelosi del proprio benessere. A loro difesa s’invocano norme internazionali, richiami delle nazioni Unite, la tradizione umanitaria italiana, l’obbligo internazionale a rispettare il diritto d’asilo. Per qualcuno, l’approvazione delle nuove misure di sicurezza «introduce nell’ordinamento italiano una serie di misure restrittive nei confronti dei cittadini immigrati, che agiscono nella sfera dei diritti fondamentali e della dignità umana».

Quanta confusione! Eppure almeno la distinzione tra «cittadini immigrati», «immigrati clandestini» e «richiedenti l’asilo» dovrebbe essere chiara a tutti. Non tenerne conto significa fare della demagogia e allontanare le possibilità di dialogo tra maggioranza e opposizione, che sarebbe stato quanto mai utile per approvare un provvedimento legislativo sicuramente migliorabile. Ma significa anche accomunare, almeno in molti settori dell’opinione pubblica, stranieri immigrati nella legalità e stranieri «clandestini» che di per sé non hanno i requisiti per essere considerati «immigrati regolari».
Trattandosi di una materia complicata e delicata, sarebbe stato preferibile un approccio realistico e non ideologico. Sarebbe bastato ispirarsi al «Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo», dove è detto chiaramente che l’Europa non può accogliere «degnamente» tutti coloro che sperano di trovare in essa una vita migliore.

Il Patto europeo avverte che «un'immigrazione mal controllata può pregiudicare la coesione sociale dei paesi di destinazione. L'organizzazione dell'immigrazione deve pertanto tener conto delle capacità d'accoglienza dell'Europa sul piano del mercato del lavoro, degli alloggi, dei servizi sanitari, scolastici e sociali nonché proteggere i migranti dal rischio di sfruttamento da parte di reti criminali». Pertanto occorre «organizzare l'immigrazione legale tenendo conto delle priorità, delle esigenze e delle capacità d'accoglienza stabilite da ciascuno Stato membro e favorire l'integrazione; combattere l'immigrazione clandestina, in particolare assicurando il ritorno nel loro paese di origine o in un paese di transito, degli stranieri in posizione irregolare; - rafforzare l'efficacia dei controlli alle frontiere; costruire un'Europa dell'asilo».
La scelta del governo italiano, vista in quest’ottica, può essere ritenuta ineccepibile, ma con l’apporto delle opposizioni avrebbe potuto essere diversa nei modi e nei contenuti, pur mantenendo fermi gli obiettivi.

Personalmente mi sarei anche aspettato un sostanziale contributo in questa direzione da parte dei parlamentari eletti all’estero. Essi sanno bene quanto è costato, qui in Svizzera, l’arrivo in massa di immigrati italiani sul finire dell’Ottocento e poi negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Benché si trattasse di flussi regolari e «controllati», la loro presenza massiccia, giustificata solo da motivi economici, ma non sopportata dal contesto sociale, provocò vasti movimenti xenofobi e aspri contrasti. In certi periodi gli italiani erano mal visti, disprezzati, marginalizzati, evitati, segregati. Con nessuna componente etnica si è registrato in questo Paese un ritardo così importante nel processo d’integrazione.
Lungi da me giustificare i soprusi e i torti subiti dai nostri immigrati, ma la storia dovrebbe insegnare che per evitare il rifiuto sociale degli stranieri l’immigrazione va «governata» al fine di renderla non solo accettabile ma anche elemento vitale dell’economia e della società italiana, che è con buona pace di Berlusconi, almeno tendenzialmente multietnica.

E’ sul fronte dell’integrazione, che maggioranza e opposizione dovrebbero trovare un ampio consenso, in modo che si diffonda nel Paese un atteggiamento di apertura e di accoglienza verso gli immigrati e in questi il senso del rispetto non solo delle leggi, ma anche dei costumi della società ospite, e la volontà di contribuire al bene comune. In questo capo, i parlamentari eletti all’estero possono senz’altro dare molto. Speriamo!

Giovanni Longu
Berna 14.5.2009

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