Dalla Calabria a Taranto nella Magna Grecia di George Gissing

Ripercorrendo “Sulle rive dello Ionio” come Mediterraneo delle contaminazioni
di Pierfranco Bruni
La Magna Grecia dei viaggiatori. È un tema affascinante e anche misterioso. Affascinante perché tocca nel de dentro alcuni particolari che per noi “viaggiatori” o “stanziali” italiani non riusciamo a catturare e tutto ciò che loro riescono a percepire ci sembra (e forse lo è) insodabile ma tale non è. Misterioso perché è il mistero che ci trasmettono a renderci la nostra terra più vicina al nostro destino e il senso del mistero diventa sempre più impenetrabile ma lo è perché è già dentro di noi quel senso di mistero al quale il più delle volte non diamo importanza.

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La Magna Grecia dei viaggiatori è fatta di tante piccole realtà che recitano civiltà e culture greche e romane. Ma la grecità è proprio il segno del nostro essere. Tra i viaggiatori di fine Ottocento George Gissing ha tracciato un raccordo tra la sapienza e la realtà nel presente (nel suo presente certamente). Ha raccontato, viaggiando, storie di una Magna Grecia non unica. Non una sola Magna Grecia. Ma più di una storia della Magna Grecia chiaramente legata ai luoghi, ai territori, alle geografie.

Da Napoli alla Calabria e da Taranto all’interno dell’intreccio tra Ionio e Tirreno. La Calabria di Crotone, di Catanzaro, di Reggio è uno spaccato indelebile. Indimenticabile. Quella Crottone della colonna di Pitagora dentro il mare ionio che è sempre più la testimonianza di un Mediterraneo infinito non come realtà geografica ma come luogo di una antica memoria. Così tutta la Calabria.

Il viaggio di Gissing, in fondo, non è un viaggio alla ricerca della Magna Grecia, sulle rive dello ionio, ma è un viaggio nella saggezza del Mediterraneo. Mi sembrano molto incisive le pagine e le meditazioni su Taranto. Quella Taranto che si lega a Sibari, e prima a Metaponto o a Heraclea. Un viaggio al centro, appunto di un destino che è quello della mediterraneità.

Taranto come chiave di lettura con la Calabria nel cuore. George Gissing giungendo a Taranto alloggia in un albergo che ha una vista sul porto. Giunge nella città dei due mari con l’intenzione di fermarsi per un paio di settimane. La prima immagine è quella di una città non ancora moderna o ammodernatasi in modo disarticolato e pregna di una atavica malinconia. In una sua prima annotazione si legge: “…grandi costruzioni di una pietra bianco giallastro tra le peggiori che l’architettura moderna possa concepire, sorgono là dove i Fenici, i Greci e i Romani costruivano nello stile di un nobile dei loro tempi”.
Taranto non come cartolina ma come vissuto, come impatto immediato e mediatico, forse, all’interno di quegli intagli e di quei luoghi non luoghi che, chiaramente, la rendono più viva e più vera. Anche Crotone non è mai una foto scattata nell’immediato. Crotone è nei personaggi oltre che nei luoghi. Quella Crotone che assorbe civiltà, storie e misteri.

Taranto, Gissing, inizialmente,la vive come un immaginario. Spesso se la costruisce nella mente. Visita il territorio. Passeggia in quelle tratture o in quelle mulattiere di mare e vi scava ricordi e memorie. Rincorre il Galeso, dove si troverà? Una volta trovato non gli dice nulla anzi si chiederà perché Orazio lo ha amato tanto. Ma poi la rilegge nella sua storia, la riscopre, la incastona in quella sua spiritualità inglese che ha abbandonato per far spazio ad una classicità Mediterranea con la quale avvierà una indagine che è, soprattutto, esistenziale e non mancheranno appunti che risulteranno di grande importanza non solo per i viaggiatori stranieri ma per gli stessi italiani.
Scriveva George Gissing nel suo “Sulle rive dello Ionio”, la cui prima edizione risale al 1901, una pagina significativa di una Taranto fine Ottocento e poneva all’attenzione degli aspetti e degli elementi di natura sia archeologica che antropologica. Gissing andò a Taranto né come viaggiatore né come pellegrino ma con l’obiettivo di riscoprire il senso di una eredità che è quella grecoromana.
Gissing a Taranto, come attraversando la grecità soffusa e immensa della Calabria, non è il viaggiatore inglese giunto con lo scopo di lasciarsi ammagliare dal fascino della Magna Grecia perduta e rintracciabile soltanto in qualche pezzo archeologico o nei simboli di un mare che porta echi di Mediterraneo. Ma voleva capire il sentimento di una città attraverso quella pagina che pone insieme il dialetto di una città e il senso di una appartenenza nella misura o nella dilatazione del tempo.
Infatti, egli scrive : “ Anche se Taranto fa ogni sforzo per adeguarsi alla modernità e al progresso, c’è una forza ritardatrice che per ora non accenna a diminuire: la profonda superstizione della gente”. Quindi, individua immediatamente un elemento che va oltre lo spirito del viaggiatore perché lo scavo che si impone è quello di una visione prettamente etno-antropologica che risale a i suoi studi giovanili e quindi ad un tempo che è stata la sua giovinezza.

Il suo viaggio in Magna Grecia, quella Magna Grecia greca e romana successivamente, diventa così, un viaggio alla ricerca di se stesso e di viaggi in Italia ne compie tre. Il suo cercare e il suo ricercarsi nella grecità soffusa gli fa annotare : “I suoni della Grecia e dell’Italia mi attirano come nessuno altro; mi riportano alla mia giovinezza”. Ed è la giovinezza grecoromana che si agita nella sua formazione e che troviamo in molti altri suoi scritti sia narrativi che saggistici.
Da Taranto a Crotone da Crotone a Reggio Calabria e da qui a Napoli: riferimenti che sottolineano ancora oggi una forte attualità perché questa sua letteratura di viaggio si impone necessariamente come letteratura-viaggio, in quanto riesce a distinguere la diversità dei luoghi e ad affermare un concetto molto forte che è quello di un Mediterraneo grecoromano che si confronta con gli altri mediterranei. Non c’è un Mediterraneo unico ma insistono diversi mediterranei che si mostrano con le loro differenze. Così come ci sono diverse realtà della Magna Grecia. La linea o il semi cerchio che va dal Golfo di Taranto a Crotone è il fascino del mistero che lega Archita a Pitagora e viceversa.
La geografia –luogo di quella che fu la Magna Grecia e che storicamente e politicamente divenne Regno di Napoli non può che identificarsi unicamente, secondo Gissing, nel Mediterraneo grecizzato e latinizzato dentro il quale archeologicamente e storicamente le città come Taranto Sibari Crotone Reggio Calabria hanno giocato un ruolo di primaria importanza anche dal punto di vista commerciale ma più profondamente culturale.
Questo non significa che bisogna trascurare le contaminazioni con gli altri mediterranei e anche all’interno della stessa Magna Grecia. Taranto è stata Magna Grecia ma anche nell’Ottocento si è dovuta confrontare con quelle contaminazioni e con quei modelli di meticciato che “invadevano” tutto l’arco ionico.
Taranto, è definita da Gissing, città dei pescatori tanto che nel suo testo afferma: “Questi pescatori sono i primitivi di Taranto; chi può dire per quanti secoli hanno tirato in secca le loro reti sulla scogliera? Quando Platone visitò la scuola di Taras, vide le stesse figure dalle gambe brune con un abito quasi identico, intente al loro racconto marino”.
Gissing, comunque, non è un sognatore-scrittore che viaggia. Anche viaggiando riesce a cogliere la frammentarietà di un paesaggio attraverso il linguaggio della letteratura e il mosaico è sempre quello antropologico e gli offre la capacità di leggere con molta sincerità le pagine nascoste nei luoghi. Parlando dell’arsenale ebbe a scrivere : “ …se almeno si potesse credere che l’arsenale significasse davvero u bene per l’Italia…” .
Ma spesso ritornava al mito grecoromano con una cesellatura racchiusa in questo scatto : “Socchiudendo gli occhi si poteva immaginare la vera Tarentum”. Gissing ci riporta chiaramente ad uno scrittore viaggiatore italiano che è Carlo Belli ma sono due epoche e forse due modelli culturali oltre ad essere due spaccati di una stessa geografia visti da un inglese e da un italiano di Rovereto.
Comunque, Taranto è una chiave di lettura per questi scrittori che hanno lasciato un segno tangibile di una Magna Grecia in una età dove non c’è più la Grecia arcaica ma c’è una eredità che è dentro quel “destino” che è il Mediterraneo tra i luoghi che si stringono tra Taranto, Sibari, Crotone, Locri, Reggio.
Per Gissing Taranto è stato destino nella Magna Grecia e in quella sua epoca (nato nel 1857 e morto nel 1905) tardo romantica resterà destino tanto da fargli dire che volgendo il suo pensiero all’Italia, a quell’Italia della Magna Grecia, ritornava spesso alle sue origini e alla sua formazione culturale.

Questo destino di Taranto si intreccia con quello di Sibari distrutta nel 510 dai crotniati e della stessa Crotone e poi di Reggio. Una Magna Grecia definita che, tra le parole e le pagine di Gissing diventa infinita e forse indefinibile. Ma Gissing ci ha regalato immagini indimenticabili. Un viaggiatore tra le pieghe dei luoghi e dentro le letterature. In fondo la Magna Grecia resta non solo un territorio ma una cultura delle contaminazioni all’interno del Mediterraneo.

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