E’ ancora possibile «pensare in grande» nel Bel Paese?

Non ho letto il libro di Enrico Letta «Costruire una cattedrale. Perché l'Italia deve tornare a pensare in grande» e quindi le osservazioni che seguono non hanno alcun riferimento al contenuto dell’opera dell’esponente del Partito democratico italiano. Se vi accenno è unicamente per il titolo, che trovo molto suggestivo.

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Già la metafora della costruzione di una cattedrale (oggetto sacro e simbolo di un’intera comunità che vi si riunisce nella fede, nella speranza e nella carità cristiana) mi fa pensare che per superare l’immanenza (in termini laici, il pantano in cui l’Italia si sta invischiando) per aprirsi alla trascendenza (che laicamente potrebbe chiamarsi: nuovi orizzonti, nuovi valori, maggiore giustizia, solidarietà, sviluppo, ecc.) occorre realizzare opere non solo grandiose e complesse come una cattedrale, ma anche evocative per loro natura della necessità per l’uomo d’oggi di osare, di andare oltre, di superare le crisi, la povertà, l’insicurezza, l’isolamento, l’ignoranza ecc.

Il titolo del libro di Enrico Letta, non si limita tuttavia ad enunciare la tesi (costruire una cattedrale), ma, nella seconda parte, ne dà anche una motivazione che appare profonda e sufficiente («perché l’Italia deve tornare a pensare in grande»). Implicitamente la motivazione è anche il metodo con cui raggiungere l’obiettivo e, se interpreto bene l’espressione, mi pare un metodo risolutivo.

In contrasto con una corrente di pensiero che intende privilegiare il fare al pensare, Letta sembra suggerire che l’Italia può uscire dalla crisi profonda in cui si trova (non solo finanziaria o economica, dico io, ma anche politica, sociale, culturale, valoriale) solo se si torna a «pensare», anzi a «pensare in grande». Che cosa intenda esattamente Enrico Letta con questa espressione non lo so, ma condivido l’idea che in Italia sia quanto mai necessario «pensare» e possibilmente «pensare in grande».

Anzitutto, «pensare», perché si pensa poco. Da numerosi indizi (non solo gli indicatori dell’insegnamento dell’OCSE che collocano le prestazioni degli scolari italiani in fondo alla classifica internazionale) si direbbe, parafrasando la celebre espressione di Cesare Pavese «lavorare stanca», che in Italia «pensare» sia più arduo che «lavorare». Per cui si cede facilmente alla tentazione di non pensare con la propria testa, consentendo così a pochi «maîtres à penser» e «opinion leader» di influenzare e condizionare le masse.

Per rendersene conto basta osservare quel che sta succedendo sulla scena politica (ormai in balia a pochissimi personaggi, intenti soprattutto a ostacolarsi e delegittimarsi a vicenda), nel paesaggio culturale (dove sono sempre meno i personaggi di spicco a livello internazionale e nazionale), nella grande stampa (dove pochi quotidiani e pochi settimanali, generalmente «orientati», si contendono l’esclusiva di una presunta obiettività) e nei media radiotelevisivi (dove pochi giornalisti, ufficialmente indipendenti ma di fatto «schierati», mirano soprattutto a fare «audience»).

A prescindere dal significato che Letta ha inteso dare al titolo del suo libro e che ignoro, quelle parole mi suggeriscono alcune conclusioni, che vogliono essere anche auspici.
Primo. In Italia, ritengo urgente anzitutto una forte presa d’atto dei rischi del «pensiero delegato», dell’«omologazione culturale», del «pensiero unico». L’idea stessa di non dover più pensare perché altri pensano per noi dovrebbe provocare una ribellione contro ogni forma di totalitarismo ideologico, di visione del mondo monocroma, di egemonia mediatica.

Secondo. «Pensare» è coltivare, fin dalla scuola, un sano spirito critico e l’abitudine al ragionamento e alla verifica. Oggi non è più sufficiente, come ai tempi di mia nonna, che questa o quella «verità» l’abbia detta la radio o l’abbia scritta il giornale. Ogni lettore dovrebbe sentirsi responsabile dell’affidabilità della fonte e della notizia, perché i media, soprattutto in Internet, raccolgono ormai tutto, fatti, opinioni (per loro natura soggettive) e persino spazzatura.

Terzo. «Pensare in grande» significa anzitutto ripudiare la decadenza del discorso politico, nel migliore dei casi confuso (basti pensare alla propaganda sul referendum, ai commenti del dopoelezioni, alle riforme annunciate), sempre più spesso infarcito di pettegolezzi e veleni, con la complicità di molta stampa che sembra profittare dello squallore sbattuto in prima pagina. E’ come se al cittadino indifeso si cercasse di far credere che quel che avviene a Villa Certosa sia più importante di quel che si decide a Palazzo Chigi. Le «notizie» non sono tanto le decisioni prese o le leggi approvate (chi le conosce?) quanto le «rivelazioni» di donnine compiacenti e prezzolate e di qualche fotografo in cerca di gloria e di soldi. I cittadini pensanti dovrebbero ripudiare questo modo di fare pseudo informazione.

«Pensare in grande» è guardare decisamente al futuro, avere il coraggio di sotterrare l’ascia di guerra, ripristinare il dialogo, affrontare seriamente i problemi del Paese, discutere le proposte da qualunque parte provengano nel merito e senza pregiudizi, contribuire a trovare le migliori soluzioni possibili e lasciare a chi ne ha il diritto e il dovere di decidere.

Quarto. «Pensare in grande» è contribuire alla crescita del proprio Paese e provare piacere per ogni passo in avanti compiuto sulla via del diritto, della legalità, dell’uguaglianza, del progresso culturale, del benessere. Sono convinto che quando ciò avvenisse, finirebbero per perdere gli attuali significati le tradizionali distinzioni di destra e sinistra, maggioranza e opposizione, progressisti e conservatori, e l’Italia tornerebbe ad essere un Bel Paese.
Ma è ancora possibile in Italia «pensare in grande»?

Giovanni Longu
Berna 23.6.2009

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