Figura e diffusione del nome di Martino

di Domenico Caruso

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Prima di concludere la Vita, Sulpicio Severo si sofferma all’inadeguatezza del linguaggio umano nell’esprimere una materia così elevata come la storia di un santo. Neppure Omero, prototipo dei letterati, il più grande nell’uso della parola, sarebbe stato in grado di descrivere un personaggio tanto eccezionale.

«Nessuna meraviglia: come usano fare i fabbri ferrai», annota, «i quali durante il lavoro battono sulla loro incudine come per rilassarsi dalla fatica, così Martino, anche quando sembrava facesse altro, era continuamente in preghiera.

Che uomo davvero beato! In lui non c’era doppiezza, non giudicava nessuno, non condannava nessuno, a nessuno rendeva mai male per male».

 

Pure Venanzio Fortunato, nel tessere l’elogio di S. Martino, ci dice che l’unica cura dell’uomo sacro a Dio era «di meditare Cristo con cuore puro, Cristo con l’azione; il non voler rendere la pariglia, l’aver pietà e il perdonare la colpa».

«La pazienza», si legge nei Fioretti di S. Francesco, «è opera di perfezione e prova di virtù».

Così Martino, annota Sulpicio, «aveva raggiunto una capacità di sopportazione talmente grande di fronte a qualsiasi torto che, pur essendo il vescovo, si lasciava offendere senza reagire perfino dagli ultimi chierici».

Lo stesso biografo, nell’attestare la sua consapevolezza d’aver riferito notizie autentiche e d’aver espresso la verità, ci fa sapere che i detrattori di Martino furono quasi tutti vescovi.

Eppure, nessuno vide mai irritato il suo eroe che «sembrava non appartenesse alla natura umana».

Sulla sua bocca vi era soltanto Cristo e nel cuore nient’altro che devozione, pace e misericordia.

I diffamatori sono assimilati alle vipere, essendo il diavolo (dal gr. diábolos, il calunniatore) il serpente.

Costoro avrebbero dovuto arrossire di vergogna nel rilevare il carisma di Martino invece, come il viscido rettile, agirono sempre a tradimento.

Si può estendere ai prelati la massima evangelica: Inimici hominis domestici eius. (Mt 10, 36)

La popolarità di Martino veramente non conosce limiti. Al patronato prescelto dai luoghi di culto e da numerose categorie sociali, alle chiese consacrate al Santo e alle migliaia di paesi europei con l’appellativo, fa seguito il nome con tutte le sue possibili declinazioni. E non è tutto, il vocabolario ne registra voci e detti, il folklore fa spesso ricorso al Santo, il Tempo risulta condizionato.

Nella prefazione al suo Calendario, A. Cattabiani annota che «molte tradizioni, ancora vive al suo inizio, [...] sembrano dissolversi nella ormai predominante concezione del tempo lineare e strumentale», riducendosi «a comportamenti genericamente e talvolta tetramente festosi, o a semplici occasioni di vacanze - dal verbo vacare, essere vuoto, privo di impegni - e di compere affannose». Si ritiene opportuno, quindi, «intraprendere un viaggio nel calendario, ovvero nel tempo circolare dell’anno con le sue stratificazioni storiche da dove emergono libri sacri, tradizioni, simboli e leggende».

Per facilitare la comunicazione ogni gruppo sociale costruì un proprio tempo e un particolare calendario. Nell’orientamento popolare prevalse una data significativa fatta corrispondere alla ricorrenza del Santo.

La fama di Martino è testimoniata dalle scadenze istituzionali legate al suo giorno. L’11 novembre cominciava l’attività dei tribunali, dei Parlamenti e delle scuole; si tenevano le elezioni municipali, si rinnovavano i contratti agrari, si pagavano le locazioni, si traslocava. Tali usanze durarono fino alla Rivoluzione francese. Per i Celti era il culmine del capodanno e nei villaggi si accendevano luci e falò, si portavano in giro zucche vuote e un cavaliere nero decretava la continuità di questa vita con quella dell’aldilà; i bambini attendevano dal santo i loro doni, i contadini avevano fissato in quel giorno un punto centrale del calendario. Cerimonie sacre e profane: falò, sagre e banchetti innaffiati dal vino novello si svolgevano dappertutto, come si rileva dal ricco vocabolario legato alla lieta ricorrenza. Da una leggenda, che vede protagonista il gran Santo, deriva il nome del martin pescatore; dal premio celeste per il generoso gesto del mantello proviene il detto l’estate di San Martino; dalla celebre cappa abbiamo i termini cappella (piccolo edificio dove i re merovingi tenevano un frammento del mantello del Santo) e cappellano; far San Martino significava fare baldoria ed anche fare fagotto (traslocare), martinet era la frusta che si calava dal camino per la Befana dei piccoli che non si erano comportati in modo esemplare. In ogni paese fiorirono i detti legati al Santo:

Per San Martino ogni mosto è vino. // Per San Martino cadono le foglie e si spilla il vino. // Chi vuole fare buon vino zappi e poti a San Martino. // A San Martino si lascia l’acqua e si beve il vino. // Oca, castagne e vin ten tût pe’ San Martin. // Chi non gioca a Natale, / chi non balla a Carnevale, / chi non beve a San Martino / è un amico malandrino. // L’estate di San Martino dura tre giorni e un pocolino.A Palermo si dice: Quandu ‘nci su’ sordi ‘ntro cilicchinu è sempri Natali, Pasca e San Martinu.

Domenico Caruso da S. Martino di Taurianova (R.C.)

Da: Domenico Caruso, “Martino di Tours - Il Santo della Carità”- Centro Studi “S. Martino” - S. Martino (R.C.) - Novembre 2007, pagg. 55/57.
Nella foto: S. Martino, Vescovo di Tours, patrono di S. Martino di Taurianova. (Foto D. Caruso)

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