Anton Giulio Grande, all’età di 36 anni, è già uno degli artisti italiani più noti nel mondo dell’alta moda

Lo stilista calabrese che piace nel mondo
Gli esemplari più prestigiosi delle sue collezioni vengono accolte come opere d’arte
di Vincenzo Pitaro

Nel firmamento dei grandi creatori di moda, nati in Calabria, brilla una stella sempre più luminosa: Anton Giulio Grande. Un personaggio che riesce a distinguersi, grazie al suo estro creativo, a quella ispirazione artistica d'indiscutibile originalità scaturita anche, se non soprattutto, dal suo essere calabrese, dalla sua Calabresità.
«Se i miei vestiti oggi hanno questa grande forza e sprigionano un desiderio intenso di emergere», ammette sorridente lo stilista lametino, «è perché sono calabrese e nelle mie creazioni metto la voglia di riscatto di questa terra stupenda. I ricordi dell'infanzia trascorsa a Lamezia Terme, molte immagini di persone care o di altre cose passate, sono sempre vivi, conservati nella mia memoria in maniera indelebile, anche se da anni ormai sono sempre in giro per il mondo.

[GARD]

Uno dei ricordi più belli, ad esempio, è quello legato a mia nonna. Mi sembra di vederla ancora oggi mentre intreccia a mano uno dei tanti tradizionali scialli da corredo». Una forte suggestione - si direbbe - che, esercitata su di lui fin da piccolo, si è poi ritrovata nelle sue creazioni. Anton Giulio Grande, peraltro, ha cominciato a disegnare prima ancora di imparare a scrivere. «Già all'asilo», dice, «mi piaceva disegnare paesaggi». Poi, però, ha iniziato a disegnare modelli di vestiti. Ha studiato a Firenze, culla della Moda Italiana, e sucessivamente al «Fashion Institute of Technology» di New York, finendo per lavorare in alcune grandi case di moda, tra cui quelle di Gattinoni e delle Sorelle Fontana. «Ho imparato moltissimo», dice, «ma il fatto di dover lavorare come dipendente, sebbene per conto di stilisti piuttosto famosi e importanti, non mi appagava. Avevo un grande desiderio di esprimere me stesso, di creare un marchio di moda col mio nome che potesse interpretare il mio stile, la mia personalità, il mio spirito di artista e uomo libero». Sicché, nel 1995, ancora giovanissimo, decise di tentare il grande salto. Presentò la prima collezione con il suo nome e fu un successo.
Oggi, Anton Giulio Grande, all'età di 36 anni, è uno degli stilisti italiani più noti nel mondo dell'alta moda internazionale.
Il suo modo di fare abiti piace moltissimo, tant'è che le sue creazioni risultano richiestissime un po' ovunque.
Non sfila in date stabilite da un calendario, come fanno tutti i creatori di moda e stilisti, italiani e francesi, ma è invitato con i suoi modelli nelle capitali di tutto il mondo: da New York a Pechino passando per l’Europa. Molte grandi capitali europee, da Parigi a Londra, anzi continuano ad accogliere con entusiasmo - come opere d’arte, come sculture di seta - gli esemplari più prestigiosi delle sue collezioni.
Abiti che sembrano costruiti con il regolo calcolatore, in quanto espressioni di pura geometria, come ben si vede nei suoi disegni, complessi come un progetto d’architettura e lavorati con una tecnica d’alto artigianato, che li rende morbidi, avvolgenti e facili da indossare.
«Da sempre utilizzo rigorosamente solo manifattura italiana, spesso avvalendomi di ricami sartoriali tradizionali calabresi. Per avere la qualità, d'altronde, bisogna puntare solo ed esclusivamente sul made in Italy», sottolinea Grande. «Persino quando realizzo le mie creazioni di prêt-à-porter mi affido solo ed esclusivamente a laboratori italiani. Ciò che più conta per me è l’emozione che dà la bellezza, attraverso l’arte, la musica, la natura». È come una passione insaziabile, alla rincorsa quasi di ogni testimonianza di bellezza, nei colori, nelle forme, nelle vibrazioni, che ogni emozione suscita di volta in volta. Ma come si manifesta questa sua qualità insita nel suo spirito libero di artista?
Se per certi stilisti il rigore è il leit motiv delle loro creazioni, per gli abiti di Anton Giulio Grande la nota dominante è l’essenza stessa della donna, la femminilità, ma anche la sua cultura. «Spesso si crede che per indossare i miei abiti sia sufficiente un ideale di donna bella, con un fisico adatto, ecc. In realtà non è così. Per indossare un abito ci vuole soprattutto personalità, portamento e ironia. La donna che ho sempre immaginato di vestire è quella che quando entra in un posto lascia il segno».
I suoi abiti, insomma, dai colori mediterranei (anche se spesso predilige il nero), non rinunciano mai alla seduzione. Un gioco portato avanti senza alcuna concessione alla volgarità, fatto di sottili ammic¬camenti e di tessuti sempre preziosi.

Vincenzo Pitaro - Gazzetta del Sud, pag. Cultura, Giovedì 27 Agosto 2009 - www.vincenzopitato.it - www.gazzettadelsud.it

Nessun commento ancora

Lascia un commento