La cerca del Graal affascina la Calabria

di VINCENZO PITARO

Templari, Rosa+Croce, Cavalieri del Sacro Graal. L’interesse verso gli antichi Ordini cavallereschi e i loro misteri, in Calabria, va sempre più crescendo. Ma quale «febbre» - è il caso di chiederci - spinge, ai nostri giorni, illustri e stimati professionisti (docenti universitari, noti avvocati, medici, ecc.) a studiare lingue perdute, decifrare codici, inseguire indizi su antichi testi? Alla base di questi convegni, emerge quasi sempre il mito forse più affascinante di tutti i tempi: il Graal.
Cosa rappresenta o simboleggia, dunque, questo Graal, la cui «cerca» richiama ancora oggi, finanche nel territorio calabrese, una folta schiera di amanti del mistero, di «avventurieri» dell’esoterico, di esploratori della conoscenza? Il calice dell’Ultima Cena, nel quale - secondo la leggenda più antica - Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue che sgorgò dal costato di Cristo sulla croce? O la chiave che contiene i misteri del millenario potere della Chiesa sulla terra (cioè la tomba della Maddalena), come sostiene Dan Brown nel suo «Codice da Vinci»? Chissà! L’unica cosa che al momento si può affermare (con assoluta certezza) è che questi «esploratori» calabresi del Terzo millennio appartenenti a clubs service come Lions e Rotary, sono tutt’altro che esaltati, visto che si tratta di studiosi, valenti intellettuali.

Com’è noto l’origine del misterioso Graal è strettamente legata ad un altrettanto celebre mito: quello di re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Ed è da qui che partiremo, per una sorta di breve viaggio nel tempo, tra racconto e indagine filologica, per cercare di capire come nasce e cosa rappresenta.
Per cercare di ottenere qualche prima risposta ai tanti interrogativi, però, bisognerebbe andare molto indietro nel tempo: al XII secolo, quando Goffredo di Monmouth decise di raccogliere e «riaggiustare» nel suo «Historin regum Britanniae» la tradizione arturiana, cioè quel nucleo di racconti orali che narrava le imprese di un leggendario capo militare celtico, probabilmente un «dux bellorum» di origine romana. A dare dignità e diffusione all’intera materia, comunque, ci pensò successivamente il francese Chrétien de Troyes, con i suoi romanzi in versi (Lancelot, 1176-77) e, soprattutto, con «Perceval, ou le Conte du Graal» (1181-1190).
Con l’aiuto di testi evangelici apocrifi nacque in sostanza una sorta di «romanzo del Sacro Calice» in cui si mescolavano la leggenda di Pilato e la reliquia dell’immagine di Cristo (la Sacra Sindone).
Alcuni studiosi, d’altro canto, hanno anche ipotizzato che il Graal - qualunque fosse il materiale folclorico in esso confluito o elaborato - rappresentasse una sorta di «compensazione» per il fallimento delle crociate. Possedere il calice autentico dell’Eucaristia ripagava la perdita del Santo Sepolcro. Gerusalemme riconquistata dal Saladino nel 1187, infatti, non tornò più in mano cristiana.
Di ciò se ne fa menzione nel saggio-romanzato «La Morte di Darthur» (1485), di Thomas Malory, che rappresenta l’ultimo atto della saga di Artù. Poi, per ben quattro secoli, calò il silenzio e solo nell’Inghilterra del Romanticismo il Graal tornò ad ispirare nuovamente la creatività degli artisti. Cominciò lo scrittore Walter Scott (1808), proseguì Alfred Tennyson (1842).
«A livello letterale», sostiene oggigiorno il prof. Franco Cardini, «la cerca del Graal è solo una bella avventura cavalleresca; ma a livello allegorico essa è il racconto del processo iniziatico che conduce alla conquista della sapienza, cioè alla liberazione dalla prigione delle apparenze».
Il Graal come mito contemporaneo, dunque, illusione misterica e metafora sempre minacciata dall’equivoco di una Volontà di Potenza travestita da Volontà di Sapienza, comincia da qui.
Simbolo dell’Eucaristia, del potere e della conoscenza, il Graal continua ad essere l’oggetto di una cerca senza fine.
Diventa più chiaro, a questo punto, il senso profondo che motiva gli «esploratori» di oggi: il bisogno di una ricerca materiale, sì, ma che allo stesso tempo sia anche un percorso introspettivo. Dicono le tradizioni che per trovare il Graal (ma anche altri oggetti «dotati» di un potere analogo) bisogna dimostrare di esserne degni, salvo poi il fatto che non lo si è mai abbastanza. L’obiettivo perciò non è tanto il Graal, quanto trovare se stessi.

www.vincenzopitaro.it

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Sull’argomento, il giornalista Vincenzo Pitaro ha pubblicato vari articoli sulle pagine culturali di quotidiani e riviste specializzate.
A beneficio degli studiosi che intendessero effettuare eventuali delle ricerche presso le emeroteche o le biblioteche, facciamo qui menzione di uno dei suoi più recenti articoli:
1) Vincenzo Pitaro: «Il mito del Graal cattura la Calabria», Gazzetta del Sud, pagina Cultura, di mercoledì 5 Febbraio 2009
Altri particolari, negli archivi di: www.gazzettadelsud.it o nel website del giornalista: www.vincenzopitaro.it

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