La politica al tempo d’oggi

di Vincenzo Pitaro

Ci avete fatto caso? Oggigiorno, sulla scena politica, si affacciano tre ben distinte figure: l’uomo che fa politica contestandone il linguaggio, i modi, le tradizioni in nome di una politica modellata sul mondo degli affari; il «predicatore», che ha bisogno di individuare costantemente un «nemico diabolico» allo scopo di mobilitare i propri seguaci e di creare da se stesso le condizioni e le ragioni della propria esistenza (una sorta di «sacerdote laico», analogo ai predicatori delle sette religiose americane); il mediatore, che sveste i panni dell’uomo politico per vestire quelli dell’uomo qualunque, allo scopo di tranquillizzare, rassicurare, minimizzare i conflitti e invitare alla concordia, facendo appello ai «buoni sentimenti» e alle «virtù» quotidiane.
Insomma, la logica che presiede la politica del Terzo millennio (nella cosiddetta era dell’«antipolitica») è quasi sempre quella dell’immagine e, qualche volta, anche del vittimismo. Lo strumento è più o meno quello del marketing, che fa della politica classica un nuovo tipo di politica, diversa in tutto e per tutto da quella che gli uomini del passato hanno conosciuto, fatta di programmi, soluzioni alternative, ecc.

In questa nuovo corso, infatti, non ci si chiede più come l’uomo politico intenda risolvere i problemi del proprio Paese, bensì chi (quale personalità, quale partito, quale gruppo) intenda risolverli.
Nasce così, con questa nuova mentalità politica, anche una nuova concezione della democrazia. Il passaggio dal «come» al «chi» segna la transizione dal potere come «mezzo» al potere come «fine». Ciò che conta non è «come» sono fatte le cose, ma «chi» le fa.
Ecco, allora, che la politica diventa esclusivamente l’arte di conquistare il potere, cessando quasi di essere l’arte di saperlo usare una volta che lo si sia conquistato. La politica, se vogliamo rovesciare il celebre postulato, diventa allora una «continuazione della guerra con altri mezzi», una vera e propria metafora della guerra. Le conseguenze sono facilmente immaginabili e non sempre condivisibili.
Anche perché l’obiettivo primario della politica, come quello della guerra, diventa la «distruzione» dell’avversario, equiparato al nemico.
Sicché, la politica - intesa nel significato tradizionale del termine - riprende a esercitare la sua funzione di veicolo per la soluzione dei problemi, solo quando il «nemico» è definitivamente debellato e la resa è senza condizioni. Da quel momento, e solo da quel momento, «fare politica» significa qualcosa di diverso dal «fare la guerra».
Allo scopo di debellare l’avversario politico, in campagna elettorale o nel periodo che la precede, quando cioè maggiormente la politica diventa la metafora della guerra, si formano e combattono l’una contro l’altra, «coalizioni distributive» analoghe - per molti aspetti - alle coalizioni belliche. Tali coalizioni trovano la loro ragion d’essere unicamente alle seguenti condizioni: 1°) la presenza di un «nemico» da debellare; 2°) l’esistenza di un «bottino di guerra» da spartire.
La storia insegna che nella seconda guerra mondiale, la presenza di un nemico da debellare (il nazi-fascismo) favorì la nascita di una coalizione bellica fortemente eterogenea, costituita dalle grandi democrazie liberali oltre che dall’Unione Sovietica totalitaria e illiberale di Stalin. La coalizione durò fino a quando il nemico non fu debellato. Si ruppe quando i componenti della coalizione incominciarono a spartirsi il bottino di guerra.
La stessa cosa accade, oggi, a quanto pare, in campo politico. Non c’è però di che preoccuparsi. Accanimenti, ostilità, minacce (vere o presunte che siano), ecc., sono per lo più destinati a durare per il solo periodo elettorale, quando si tratta di debellare un «nemico» temuto. Tutto poi, in questa Calabria (che fino al 2013 continuerà ad essere considerata «Obiettivo 1» dalla Comunità europea) rientra nella normalità, all’insegna del «volèmose bene». Soprattutto quando, a responso ottenuto, si tratterà di gestire (a piacimento) il «bottino», cioè, nella fattispecie, i «beni pubblici» che la vittoria elettorale ha consentito loro di «conquistare». E fermiamoci qui. Intelligenti pauca!

www.vincenzopitaro.it

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