Rosarno: passata è la tempesta…ma i problemi restano!

A Rosarno sembra tornata la calma. Sono tornati pure gli sfrattati africani fatti sloggiare in malo modo e in fretta e furia («non per odio razziale», si sottolinea dai rosarnesi, «noi non siamo razzisti»).
E dunque, «passata è la tempesta: odo augelli far festa»? No! A Rosarno non è tornata ancora la normalità (il Comune è ancora sotto commissariamento per infiltrazioni della ‘ndrangheta) e non è affatto tornata la legalità perché la criminalità organizzata continua a mantenere un forte controllo del territorio. Ad ammetterlo è lo stesso ministro degli interni Maroni. A Rosarno, in Calabria, in Italia non so se l’uso della parola «razzismo» è appropriato, ma certo il rapporto tra italiani e stranieri è tutt’altro che risolto. 

[GARD]

Ciò che è successo a Rosarno è solo la cosiddetta punta dell’iceberg. In Italia manca una politica migratoria chiara, coerente e intelligente perché l’immigrazione è vista soprattutto come un problema di ordine pubblico. Manca soprattutto una politica d’integrazione perché gli immigrati sono ancora visti quasi esclusivamente in funzione dell’economia. Gli stranieri sono per lo più «accettati» e persino «benvenuti» se servono e finché servono. Sono le «braccia» di cui parlava alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso lo scrittore svizzero Max Frisch nella frase: «cercavamo braccia e sono arrivati uomini».
Gli italiani immigrati in Svizzera rimproveravano in quell’epoca agli svizzeri di non accorgersi nemmeno che quelle braccia appartenevano a corpi e anime con gli stessi bisogni degli indigeni, anch’essi chiedevano rispetto, abitazioni decenti, assicurazioni sociali, ospedali, assistenza, scuole, asili, un po’ di affetto. Quando gli italiani si accorgeranno di commettere gli stessi errori?

Politica miope e poco coraggiosa
Troppo sbrigativo e ipocrita incolpare di questo ritardo i clandestini. Più onesto sarebbe addebitarlo alla politica italiana degli ultimi vent’anni. Una politica, nei confronti dell’immigrazione, poco coraggiosa e poco lungimirante.
La politica ha mancato di coraggio non affrontando fin dall’inizio con determinazione il problema dell’immigrazione clandestina. Non è scandaloso quanto ha detto Berlusconi recentemente sui clandestini («meno clandestini uguale meno criminali»), ma è scandaloso che da anni si continui a cercare nei clandestini il capro espiatorio della politica miope degli ultimi governi nei loro confronti. Se l’immigrazione clandestina è davvero un reato e riserva della malavita organizzata per il reclutamento della propria manovalanza (ed è ipocrisia negarlo), bisogna porvi rimedio urgentemente e una volta per tutte o regolarizzandola o stroncandola.
Mi sembra una perdita di tempo disquisire sulla dignità degli esseri umani, compresi i clandestini, o sulla questione se l’equazione posta da Berlusconi sia giustificata o senza fondamento. La frase del premier è stata forse maldestra, imprudente, inopportuna, ma non si può dire che non abbia un fondamento di verità. L’immigrazione clandestina è in tutti i Paesi d’immigrazione più vicina all’illegalità che alla legalità. E quando si parla di «clandestini» si dovrebbe fare attenzione a non confonderli (ipocritamente) con gli «immigrati», altrimenti si rischia di fare polemiche strumentali senza alcun fondamento e inopportune, soprattutto se provengono da appartenenti agli alti ranghi della politica o persino della chiesa.

Polemiche inopportune
Sotto questo aspetto mi sembra inutile e fuorviante contrapporre statistiche a statistiche, se queste non sono comparabili. Molti reati commessi da clandestini non sono nemmeno censiti perché i veri colpevoli non vengono assicurati alla giustizia e sfuggono pertanto anche alle statistiche. E’ vero invece che il tasso di criminalità è generalmente simile tra indigeni e stranieri quando questi sono noti e residenti regolari. Anche per questo è quanto mai urgente far rientrare i problemi nell’alveo della «normalità» e quindi della regolarità, dando così un segnale forte anche all’opinione pubblica che lo Stato c’è e che una volta risolta l’emergenza si accinge a intraprendere una vera azione di politica d’integrazione di lungo respiro.
Per combattere la clandestinità e per creare le condizioni indispensabili all’integrazione degli stranieri mi pare tuttavia indispensabile una sostanziale convergenza del governo e delle opposizioni sia negli obiettivi che nei metodi. Si tratta infatti di operazioni che devono coinvolgere non solo la politica ma l’intera società civile, l’economia, la scuola, i sindacati, la chiesa.
Purtroppo la convergenza delle forze politiche a sostegno di un’azione di governo condivisa sembra un’utopia in un’Italia che invece di puntare decisamente a divenire un Paese moderno orientato alla soluzione dei problemi è ancora abbondantemente bloccato da una lotta interminabile tra poteri dello Stato (vedi la vivace contestazione tra magistratura e governo e tra magistratura e parlamento), tra potentati politici di tipo tribale occupati a garantire la propria supremazia o a scalzare quella degli altri (vedi i giochi di potere in relazione alle prossime elezioni regionali). In questa situazione confusa tra Repubblica parlamentare e Stato giustizialista non è facile sperare in una politica condivisa nei confronti degli stranieri.

Cittadinanza e integrazione
A questo punto c’è anche il rischio che, pur di fare qualcosa, si cerchi qualche scorciatoia facendo magari approvare a semplice maggioranza dal Parlamento una legge sulla cittadinanza finalizzata a facilitare la naturalizzazione degli stranieri. Occorrerebbe invece ricordare che solo le buone leggi sono efficaci, soprattutto a lunga durata. Nella fretta, per citare un esempio dalla storia della Svizzera, nel 1903 venne approvata dalla Confederazione una legge fatta apposta per agevolare la naturalizzazione degli stranieri (allora ce n’erano in proporzione più che nell’Italia di oggi). Il risultato fu che nessun Cantone volle metterla in pratica, per cui rimase lettera morta.
Del resto, la cittadinanza non è il toccasana dell’integrazione, ma la conclusione di un processo, se si tratta di adulti. Nel caso dei minorenni in tenera età, è opportuno che anche per loro il processo sia fatto dagli adulti, soprattutto dai genitori. La cittadinanza, almeno idealmente, dovrebbe indicare un sentimento di accettazione e di appartenenza e non una semplice formalità burocratica. All’origine della domanda di cittadinanza, almeno nell’adulto, dovrebbe esserci sempre un atto di volontà d’integrarsi incondizionatamente, anche se i motivi immediati possono essere contingenti e materiali.

Una buona politica d’integrazione è solo quella che mette in campo strumenti e risorse per creare e sviluppare le condizioni generali favorevoli al formarsi negli stranieri e nell’opinione pubblica dei sentimenti di accoglienza, di partecipazione, di uguaglianza, di corresponsabilità nella costruzione del futuro del Paese. Nel quadro di questa politica devono essere rimossi i pregiudizi non solo quello che lega talvolta l’immigrazione alla criminalità, ma anche quello di considerare gli immigrati solo come una risorsa per l’economia. Gli immigrati regolari devono essere considerati sempre una risorsa per il Paese, per la società.
Credo che la Svizzera, in questi ultimi anni, abbia recepito molti segnali sulla necessità di fare ulteriori sforzi per una maggiore integrazione degli stranieri. Purtroppo la lentezza proverbiale degli svizzeri non consente di vedere in tempi brevi grandi risultati. E anche di recente si deve registrare la chiusura del Cantone di Berna alla concessione del diritto di voto degli stranieri in materie comunali. Persino il Cantone Ticino, che vanta una politica migratoria molto attiva, si è dimostrato allo stesso riguardo impenetrabile.

Se la Svizzera non può essere presa a modello per la lentezza, l’Italia deve stare attenta a non correre troppo illudendosi di poter bruciare le tappe. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini parla degli immigrati come dei «nuovi cittadini» prima ancora che lo siano per davvero. Può creare qualche equivoco e tanto varrebbe aspettare magari un tantino che lo siano davvero.
Prima ancora della concessione della cittadinanza (agevolata) mi sembrerebbero più urgenti le misure di cui parlavo prima, per favorire il clima positivo nei confronti degli stranieri, aumentando anche le occasioni di presa di responsabilità degli stranieri in campo sociale, scolastico, ecclesiastico, a livello di quartiere, di comune, ecc. Importante, anzi fondamentale, mi sembra anche che nella problematica siano coinvolti anche gli immigrati, dimostrando non solo di essere interessati alle loro opinioni ma anche alle loro proposte. Anche la politica dei piccoli passi può portare molto lontano.
Giovanni Longu
Berna, 31.01.2010

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