Riflessioni dopo la lettura del romanzo di Dante Maffia, «Milano non esiste»

 Ma esiste la Calabria?

di Domenico Logozzo
Caporedattore sede Rai dell’Abruzzo

Scorrendo le pagine di «Milano non esiste», l’ultima fatica letteraria dello scrittore Dante Maffia, originario di Roseto Capo Spulico (Cs), rivedo i drammi umani di tanti nostri corregionali, emigrati al Nord, spinti dalla povertà, ma sempre e comunque legati alla speranza di poter un giorno ritornare «perché non si può vivere senza le proprie radici». E mi viene alla mente un appassionato e illuminato comizio che nelle elezioni politiche del 7 maggio 1972, tenne a Gioiosa Jonica l’allora sindaco di Milano, il socialista Aldo Aniasi. Mi colpì profondamente una sua proposta, che dopo oltre 40 anni resta di grande attualità «Facciamo le fabbriche al Sud,realizziamo centri di ricerca, investiamo sulle attività produttive legate alla specificità del territorio, riportiamo gli operai e i cervelli calabresi nella loro terra, al servizio della Calabria, per lo sviluppo della Calabria».

Era il sogno di tutti. È rimasta purtroppo una illusione per pochi, una delusione per molti. Il protagonista del libro di Maffia, un operaio vissuto per 40 anni a Milano, dove si era sposato con una milanese (la famiglia glielo aveva rimproverato, ricordandogli: «Mogli e buoi dei paesi tuoi...»), aveva 6 figli, tutti nati nella metropoli lombarda e aveva una idea fissa: «Ritornare al paese con la famiglia». Lui ritornerà. La moglie e i figli no. L’operaio spera nel ripensamento dei suoi: «Ho fiducia che prima o poi torneranno sui loro passi e mi seguiranno. Ho dimostrato a tutti di non avere sbagliato mai, di essere rimasto sempre dentro il solco giusto. Anche questa volta sono nel solco giusto, voglio salvarli dalla peste che circola all’ombra del Duomo. E poi lo so, avranno un guizzo d’orgoglio, sentiranno il richiamo del padre, di ciò che gli ho sempre dato, dell’amore che ho avuto per loro. Queste non sono cose che si perdono così, senza una ragione, o per motivi futili».
Ogni giorno va alla stazione, in attesa che dal Milano-Crotone scendano «Letizia ed i 6 figli milanesi». L’epilogo è drammatico: «Forse il treno è già a Policoro e fra poco si fermerà alla stazione e se non mi troveranno diranno che non mantengo le promesse, che non sono di parola, che ormai ho preso le abitudini dei calabresi della non puntualità. Ecco, non è passato. Ci vogliono ancora alcuni minuti e poi la festa sarà compiuta, sarà grande. Piangerò, lo so che piangerò dalla gioia, e anche Letizia piangerà, è una brava donna ed ha fatto bene a tenersi stretti i figli accanto. La famiglia è sacra e bisogna difenderla da chi vuole mettere il bastone fra le ruote. La famiglia è una pigna e guai a chi non sa rispettarla. Ecco, è già alla curva del Castello, appena prima del passaggio a livello. Letizia, attenta, perché sbuffi così, ti sei ammalata di polmonite, perché sbuffi in questo modo orribile? Vieni, abbracciami, pensavi che non mi avresti trovato e invece eccomi, solo un amino, quanto dà fastidio questo nugolo di calabresi che hanno invaso i binari. Abbracciami forte, stringimi». È la fine di un romanzo che dalle prime righe mette in evidenza una realtà purtroppo legata all’amara attualità, con il protagonista che confessa: «Mi è venuto di pensare alla morte da quando mi hanno messo in cassa integrazione. Prima non ci avevo mai pensato, la vedevo come un guaio che riguarda gli altri». Pagine ricche di umanità e di riflessioni. Il disadattamento di chi veniva considerato «una pecora nera arrivata fin qui per infestare di pidocchi le strade milanesi». Il desiderio di «godere della luce del Sud, passare le giornate a guardare il mare. Come è bello vivere insieme in un posto dove ci si conosce e si sa tutto uno dell’altro. È importante conoscersi, scambiare due chiacchiere, andare a spasso insieme per la strada principale o a messa. E poi, io non ne posso più di Milano, sono diventato vecchio e sento che puzza di me, è in putrefazione, è tubercolotica, ha la sifilide». Parole dure. Dante Maffia con questo romanzo mette dunque a nudo le persistenti difficoltà dei nostri emigranti e riapre con grande efficacia il dibattito sulla «questione meridionale».
Diciamolo con franchezza: esistono tuttora potenti forze antisociali che non vogliono che la Calabria cresca economicamente e si liberi dalla morsa asfissiante del parassitismo assistenziale che favorisce il fenomeno dell’illegalità e della pessima gestione delle risorse pubbliche. Un cimitero di iniziative, un mare di sprechi. Scandali nazionali. Di ieri e di oggi. Come la Liquichimica di Saline, sicuramente una delle pagine più vergognose dell’Italia dissipatrice di immense risorse economiche. E poi le incompiute. Un elenco incredibilmente lungo. L’apatia e il tornaconto personale. Il disprezzo delle esigenze della popolazione. La rissosità continua, le beghe che uccidono lo sviluppo e le speranze dei giovani. L’autostrada, eterno cantiere aperto, da sempre boccone appetitoso per gli interessi mafiosi, come aveva denunciato fin dagli anni Sessanta il questore Emilio Santillo, che non aveva esitato a mettere sotto accusa le grandi imprese del nord che subappaltavano interi lotti alle cosche locali. «È doloroso constatare - diceva Santillo - che alcune imprese appaltatrici dei vari lavori, prima di iniziare le opere si rivolgono agli esponenti delle zone in cui sono ubicati i cantieri, sia per l’assunzione di guardiani che per la stipula dei contratti di subappalto concernenti trasporti e forniture di materiale». Eravamo nel 1969. E proprio nel novembre di quello stesso anno, il sottosegretario all’Interno, Salizzoni, parlando alla Camera sui rapporti mafia-imprese del Nord, aveva detto: «Le imprese industriali, quasi tutte del Nord Italia, si piegano alle imposizioni della mafia nell’erronea convinzione di assicurarsi, così, il tranquillo svolgimento dei lavori. E purtroppo, con tale comportamento, mentre favoriscono il prosperare della mafia, non raggiungono nemmeno lo scopo desiderato in quanto altri malviventi prendono il posto di quelli tacitati, determinando, di conseguenza, conflitti che vengono risolti con rappresaglie, danneggiamenti ed anche con spargimento di sangue».
Problemi vecchi, sempre attuali, purtroppo. C’è bisogno di imporre veramente una svolta alla Calabria, per farla uscire dall’arretratezza cronica e portarla almeno alla pari delle altre regioni del Centro-Sud che, pur avendo gli stessi problemi, si sono mosse positivamente, eliminando pregiudizi storici e avviando progetti moderni di sviluppo. Penso all’Abruzzo, la regione dove vivo da oltre un quarto di secolo, dopo la cessazione delle pubblicazioni del «Giornale di Calabria», diretto da Piero Ardenti. Una iniziativa editoriale che si è interrotta nell’ottobre del 1980, quando l’Eni, che aveva rilevato la Sir di Rovelli, decise di mettere in liquidazione la Gisi, società che era proprietaria dell’unico quotidiano pensato e realizzato in Calabria. Stessa cosa non venne fatta per la «Nuova Sardegna», pure del gruppo Rovelli, che fu salvata e venduta al gruppo editoriale de «L’Espresso». Due pesi e due misure. La Calabria sempre penalizzata! E pensare che il moderno stabilimento del «Giornale di Calabria», costruito a Piano Lago di Mangone, nei pressi dello svincolo autostradale di Rogliano e a pochi chilometri dall’aeroporto di Lamezia Terme, era stato realizzato nei primi anni Settanta, come futuro centro stampa per un nuovo quotidiano in Basilicata e per la teletrasmissione dei giornali di Milano e di Roma. Una idea che parecchi decenni più tardi è stata concretizzata proprio in Calabria da altri editori. E a proposito de «Il Giornale di Calabria», una esperienza professionale unica e indimenticabile per chi vi ha partecipato, c’è da dire che è stato sicuramente uno dei quotidiani italiani, assieme a «L’Ora» di Palermo, che ha dato al giornalismo il più alto numero di professionisti che si sono affermati nella carta stampata, nella televisione e nelle agenzie di stampa. Tanti giovani giornalisti e bravi tipografi si sono formati nel piccolo-grande laboratorio calabrese guidato dall’avvocato Lorenzo Salvini e dal direttore Piero Ardenti. Persone per me indimenticabili, come tanti altri colleghi con i quali ho vissuto l’avventura di Piano Lago. «Il Giornale di Calabria» è stata un’altra delle vittime della scarsa sensibilità verso il valore dell’informazione: un giornale che aveva avuto il coraggio di denunciare la cementificazione delle coste e lo strapotere delle cosche, grazie ai lucidi reportage di Paolo Guzzanti (coraggiosa inchiesta sui Vrenna di Crotone), Francesco Faranda (a Lamezia indagò sull’uccisione del giudice Ferlaino), Antonio Di Rosa (attento cronista del processo per la strage di Piazza Fontana), Pantaleone Sergi (storico inviato di Repubblica). Ricordo tanti bravi colleghi: Gaetano Sconzo, Sergio Dragone, Tonino Raffa, Franco Calabrò, Santi Trimboli, Raffaele Malito, Renato Mantelli, Pietro Melia, Franco Scruna, Moisè Asta, Tonino Scura, Enzo Monaco, Enzo Costabile, Sandra Onofrio e Paolo Pollichieni (attuale direttore di Calabria Ora), giovane e brillante cronista che negli anni roventi dei sequestri e delle barbare esecuzioni nella Locride, denunciò con coraggio il pericolo dell’occupazione mafiosa del territorio. Una profezia che purtroppo si è avverata. A trent’anni dalla cessazione delle pubblicazioni, resta un fatto concreto ed incontrovertibile: «Il Giornale di Calabria» ha aperto le porte dell’accesso alla professione a molti calabresi che altrimenti sarebbero rimasti tagliati fuori e, diventare giornalista, sarebbe rimasto per sempre un sogno nel cassetto. Perché in Calabria è tutto maledettamente difficile. Non mancano intraprendenza ed intelligenze, spesso vengono frapposti ostacoli assurdi, insuperabili per chi con onestà e correttezza crede in questo bel mestiere.
Oggi la Calabria ha diversi quotidiani: più voci, più democrazia. Buon segno. Certo, non si lavora in un ambiente tacile ed in una situazione economica felice. La Calabria ha bisogno di una buona informazione. Denunciare quello che non va, ma mettere in mostra anche la «buona Calabria», quella che quotidianamente lotta per un mondo migliore, contro i soprusi e le nefandezze. Sappiamo tutti che c’è troppo marciume, ma dalla melma si può uscire. Importante è realizzare giornali capaci di allargare il numero dei lettori: meno si legge e meno si cresce. Diceva il prefetto di ferro Mori: «La mafia ha più paura di un maestro che di un maresciallo della polizia». E aveva ragione: l’ignoranza aiuta l’illegalità!
Ritornando al romanzo del poeta e scrittore Dante Maffia (che da Roseto Capo Spulico si è trasferito a Roma ed è riuscito a conquistare un ruolo rilevante nel mondo letterario internazionale: apprezzato da grandi studiosi come Sergio Zavoli; fu segnalato, agli esordi, da Aldo Palazzeschi, che ha firmato la prefazione al suo primo volume; Leonardo Sciascia e Dario Bellezza lo ritenevano uno dei maggiori poeti italiani), va sottolineato che con «Milano non esiste», contribuisce a spronare i calabresi buoni e giusti ad irrobustire l’idea della «Calabria che esiste», non solo nei sogni degli immigrati tormentati dalla nostalgia, ma anche nella certezza di chi agisce per il riscatto. È possibile ottenerlo, ma serve l’impegno concreto e costante di tutti i calabresi. Conoscere per capire. Il romanzo di Maffia andrebbe distribuito in tutte le scuole calabresi, per far comprendere ai nostri ragazzi l’amara vita degli emigranti. L’arroganza dei «padroni» e le morti in fabbrica: «Povera gente come noi, emigranti che hanno lasciato la loro terra per un pezzo di pane». E poi: «Chiacchiere, tante chiacchiere, per non concludere niente. Si è andato sempre avanti così, senza protezione nelle fabbriche. A parlare con i più anziani, di morti ce ne sono sempre stati, anche se una volta venivano coperti da un ricco assegno del Principale alla famiglia e buonanotte». L’eterna lotta per l’inserimento sociale. Il pregiudizio, lo scontro di culture, il razzismo umiliante, la rabbia che a volte sfocia nell’odio, la mancata integrazione che alla fine porta alla constatazione dell’emigrante: «Milano è una cartolina», mentre Maffia ricorda una affermazione di Tommaso Landolfì: «Milano, è evidente, non esiste».

Domenico Logozzo, caporedattore della sede regionale Rai dell’Abruzzo

Articolo apparso sul quotidiano «CalabriaOra» (mercoledì 3 febbraio 2010) e ospitato nella rubrica LIBERI PENSIERI del giornalista e scrittore Vincenzo Pitaro – Archivio: www.calabriaora.it - www.vincenzopitaro.it

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