Giornalisti francesi in Calabria per un tour enologico tra le antiche zone del vino

di Vincenzo Pitaro

«Enotria, tu che profumi di vigna / stracolma d'uva baciata dal sole!», direbbe il poeta.
Eh già, lo abbiamo scritto altre volte: la Calabria, «Enotria» degli antichi greci, è terra del vino per antonomasia.
Guardando la carta della produzione vitivinicola, si scopre che la vigna si coltiva un po’ dappertutto: a Nicastro e a San Pietro a Maida, a Gasperina e a Squillace, a Soverato e a Borgia, a Badolato e a Guardavalle, nella provincia di Vibo e nel Crotonese, nella Locride, nella piana di Gioia Tauro e lungo il litorale reggino, nelle campagne di Castrovillari e di Cosenza, ecc.
La produzione presenta una grande varietà. I vini calabresi (che, come notò il viaggiatore inglese Norman Douglas, «meritano molte lodi») sono generalmente profumati e saporiti, bellissimi di colore, ricchi di alcool, dai 12 ai 15 gradi. 

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Vini da scoprire o da riscoprire. Cominciano da nord, dalla provincia che ha per capoluogo una città prodigiosa, Cosenza, ricca, attiva e colorita.
Il gruppo del Pollino si può dire senz’altro un parco naturale. Il massiccio (sorgente al confine tra la Basilicata e la Calabria e culminante nella Serra Dolcedorme) racchiude splendidi boschi antichi di chissà mai quanti secoli abitati da cinghiali. Le basse pendici della montagna, specie a Castrovillari, si coprono di ricchi vigneti, da cui nasce un savio vino rosso, il «Pollino», il cui color rubino carico e il sapore asciutto si conservano freschi anche negli anni maturi. Ma c’è chi produce anche il «Lacrima di Castrovillari» (dal vitigno Lacrima, tagliato con Magliocco), in versione amabile da dessert o secco, un vino di pregio da tutto pasto.
Da Castrovillari a Frascineto, la strada non è lunga, pochi chilometri appena. Felice questo vecchio borgo albanese: felice perché fa un vino da pasto onesto, che si distingue per il sapore aspretto e la vena dolce. Tra Frascineto e Saracena nascono, inoltre, due interessanti tipi di Moscato dall’aroma tipico e intenso; il primo da uva Moscato, il secondo da Moscatello e Guarnaccino, che arriva a raggiungere una gradazione alcolica fino a 18 gradi.
Sulle rive del Savuto (il «Sabutus flumen» dell’itinerario di Antonino) si produce anche un bel rosso rubino, asciutto, lievemente vellutato, austero come una cattedrale.
«Volete un consiglio?», ci dice un signore del posto, «Abbinatene appena un bicchiere a un cosciotto di agnello, e vedrete». Scoprirete un matrimonio splendido; un matrimonio che aiuta a conferire alla cucina calabrese il suo autentico carattere. Nel «Savuto» senti già il piglio di questa Terra.
Sempre nelle colline di Cosenza, è possibile trovare un «Donnici» d’un bel colore rosso cremisi che si impadronisce d’impeto del palato. Ma c’è anche l’«Esaro» (bianco, rosso e rosato) che si produce nella valle omonima, fra San Marco Argentano e Roggiano Gravina: asciutto, sapido, fragrante.
Da quelle parti, fra l’altro, abbiamo avuto modo di constatare che tutti apprezzano i vini bianchi da dessert: dal «Balbino» che si fa ad Altomonte (chiosa per i turisti: la Chiesa di Santa Maria della Consolazione che è la più interessante del periodo angioino) al moscato di Frascineto, a quello di Cosenza, dolce, pieno, vellutato. Che prelibatezza! sono le glorie della Calabria.
Dalla «Città dei Bruzi», in pochi attimi (si fa per dire) si arriva poi a Cirò, il luogo più vocato, per eccellenza.
Qui, c’è l’imbarazzo della scelta. Tra la vasta gamma, compaiono vini morbidi e potenti.
Nasce sui pendii che guardano lo Ionio, il «Cirò», questo nettare di Dioniso. E bisogna sapere che già nel Medioevo, quando il «Chianti» o il «Barolo» nessuno li conosceva, era di moda fin sulle rive del mare del Nord e del Baltico; rappresentava, per le potenti città della Lega anseatica, il mito d’Italia, della terra e della natura umana. Non possiamo dire che codeste città nordiche avessero torto. Si tratta di un grande vino, rosso rubino o rosato, profumatissimo, che da tempo incontra i gusti del mercato, va per il mondo col suo carico di piaceri e di estasi.
Per vecchia tradizione il «Cirò» rinnova i globuli del sangue e rinvigorisce i deboli e le puerpere. Ma soltanto pochi in Calabria sanno che, proprio di recente, un vino cirotano ha fatto la sua comparsa sulla tavola reale del Principato di Monaco, conquistando il cuore dei commensali (regnanti, giornalisti accreditati, ecc.) per la sua esclusiva bontà. È il «Cirò Rosso Classico Superiore» prodotto dalla storica Casa Vinicola Nicodemo Aloisio, di Cirò Marina, e più esattamente il «Riserva Vigna del Marchese»; un vino di annate eccezionali, invecchiato in barriques e distribuito con bottiglie numerate.
Ma se ne fa anche un tipo bianco, di un bel giallo paglierino, dal succo allegro e aristocratico, tutto afrore, per chi è amante di una cucina a base di pesci.
Dallo Ionio al Tirreno, s’incontra poi Nicastro, patria di vini bianchi onestissimi, asciutti e generosi, che si maritano splendidamente con i piatti a base di frutti di mare. Ma c’è dell’altro, come ad esempio il «Lamezia riserva» che i coniugi Giovanna e Salvatore Lento producono ormai da anni con tanto amore e passione. Un vino ben strutturato, con profumi speziati, che non teme affatto il confronto con i rossi corposi più celebrati in Italia.
Ed eccoci a Catanzaro, capoluogo di regione, dove è ancora possibile trovare un vino (sfuso) di malvasia che ci pare giusto mettere fra le migliori malvasie d’Italia. Che dire, poi, del greco rosso di Pontegrande? È lievemente profumato, asciutto e franco come il «Cotichetto», che gli assomiglia come un fratello.
Da Catanzaro, sempre sulla strada del «non solo Doc», ovviamente, è doveroso fare un salto a Gasperina per il piacere di conoscere l’appetitoso vino rosso che nasce in questo comune. Altra tappa obbligata, nel Vibonese, è quella di Briatico e Zambrone, il regno di Sua Maestà lo Zibibbo. Un eletto zibibbo che, con vostra buona pace, come la poesia, dà buon bere anche agli astemi.
Torna ancora davanti a noi, ripercorrendo queste coste del Tirreno e dello Ionio, l’immagine della Calabria greca. Un paesaggio splendido, dominato dai colli pelati e abbaglianti di creta arida e bianca, rotto dalle vastissime fiumare.
Ed ecco la provincia di Reggio Calabria. Dopo la ricca zona di Gioia Tauro, non si può fare a meno di visitare Bianco, sotto Locri, un centro che si affaccia sul mare. La terra alle spalle è coperta di vigneti. È qui che nascono vini illustri, il «Greco» e il «Mantonico», oltre a un buon vino comune.
Il vitigno del «Greco» fu trapiantato su queste terre gialle dai greci, nel secolo VIII a.C., e presto se ne diffuse il nome e la fama. È un perfettissimo vino passito da dessert, un best-seller dell’enologia: è giallo paglierino con riflessi d’ambra lucenti, ha un aroma delicato, è piuttosto dolce, ma vi sappiamo dire che con gli anni diventa d’un secco, d’un secco eccezionale. La sua gradazione alcolica si aggira sui 15-17 gradi. Tra Bianco e Gerace, lo strascico dei suoi estimatori va sempre più crescendo. Ma c’è anche il «Mantonico», del quale - anche i colleghi giornalisti francesi che accompagniamo in questo tour enogastronomico - avevano sentito dire meraviglie. È anch’esso un fior di passito. Il colore è leggermente più scuro di quello del «Greco», l’aroma invece è meno marcato.
Buon vino è anche il «comune», di un rosato pulito, limpido, forte, con una gradazione che si aggira sui 14 gradi.
Proprio in quel di Bianco abbiamo incontrato un signore molto gentile che, con tono serio, ci ha detto molte cose sul «Greco» e sul «Mantonico»: che «le uve vengono disposte su telai di canne intrecciate e lasciate esposte al sole per una quindicina di giorni». E che, «solo dopo sei mesi (ormai giovanetto) comincia lentamente ad acquistare quel suo colore paglierino, caricandosi del suo delicato aroma che lo fa diventare gagliardo e robusto».
Ma perché Mantonico? Lo scrittore Domenico Zappone affermò, in una tavola rotonda tenutasi a Roma nel marzo del 1971, che esso trae la sua origine da «mantis-manteos», che significa indovino, profeta. Come aggettivo è «mantonikôs», quindi Mantonico è la forma del greco «mantonikôs».
Farete caso che siamo sempre nel Reggino. Questa provincia abbonda di vini rossi, dai quali ci si separa pieni di gratitudine e amore: il «Bivongi», il «Palizzi», il «Pellaro», il «Concessa», il «Gioia Tauro», ecc.
Sono vini robusti, che hanno la forza di fare da soli la loro strada.
Il «Palizzi» nasce tra il fiume San Pasquale e Capo Spartivento; il «Pellaro» si fa sulle colline di Reggio Calabria. Color rubino, generosi, profumati, diremo in un orecchio al nostro lettore che vanno per il corpo come buoni despoti. Sull’altro mare allevano il «Concessa», un rosso impetuoso ma leale, e il «Gioia Tauro», una bevanda piuttosto pastosa, le cui qualità più apprezzabili sono il color rosso rubino o rosato e anche il sapore asciutto.
Non c’è che dire. Dal punto di vista enologico, in terra di Calabria, le soddisfazioni non mancano. Al di là delle «Doc» (o delle «Igt»), infatti, si possono trovare tanti altri vini da tavola poco conosciuti, che meritano ugualmente la massima attenzione.

Vincenzo Pitaro
www.vincenzopitaro.it

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