Quarant’anni fa, 1970: anno cerniera per l’immigrazione italiana in Svizzera

1. Alle origini della xenofobia

Il 1970 è stato un anno fondamentale nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. Esso è stato il momento più acuto della xenofobia antitaliana, ma l’ostilità verso gli italiani in Svizzera aveva radici lontane. Proviamo a ricordarle.

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Nel 1848 la Svizzera si era data l’assetto istituzionale moderno di una Confederazione di Stati membri uguali, fondata sul reciproco sostegno all’insegna del motto che campeggia sotto la cupola di Palazzo federale «tutti per uno – uno per tutti». La Costituzione da sola, tuttavia, non bastava a unificare il Paese. Occorreva creare e rafforzare con azioni politiche comuni il senso di coesione nazionale tra Cantoni e popolazioni di origine, lingua, cultura, economia, religione differenti. Contemporaneamente la Svizzera doveva superare la propria arretratezza, anche per arrestare l’emorragia delle forze giovani della popolazione costrette dal bisogno ad emigrare.

Aprendosi decisamente all’industrializzazione e allo sviluppo, negli ultimi decenni del XIX secolo, la Svizzera divenne in breve tempo un Paese d’immigrazione, che richiamava decine di migliaia di immigrati dapprima dalla Germania, dall’Austria e dalla Francia e poi anche dall’Italia. Fino alla prima guerra mondiale la politica migratoria svizzera era molto liberale.

Per garantirne lo sviluppo industria e commerciale all’interno e verso l’estero occorreva soprattutto un’adeguata infrastruttura ferroviaria. Basti pensare che nel 1862 la Svizzera possedeva solo poco più di mille chilometri di ferrovia e ne occorrevano molti di più per competere con gli altri Paesi europei. Grazie agli immigrati, in pochi decenni la rete ferroviaria svizzera divenne una delle più fitte del mondo, con oltre 4700 chilometri di binario (1910).

La realizzazione di questa infrastruttura fu tutt’altro che facile, data la configurazione del territorio svizzero, soprattutto sulle direttrici nord-sud. Occorsero moltissime gallerie, anche lunghissime, e innumerevoli viadotti. Per la costruzione di queste opere gli italiani furono indispensabili. Le gallerie del San Gottardo, del Sempione, del Lötschberg, del Ricken, ecc. furono scavate quasi esclusivamente da italiani, spesso in condizioni disumane, che richiesero un alto tributo di sangue.

Il lavoro degli italiani e i loro sacrifici erano molto apprezzati nelle cerimonie solenni delle inaugurazioni delle opere finite e in quelle funebri delle numerose sepolture. Nella vita quotidiana erano invece generalmente malvisti. Quando per migliore le condizioni di lavoro e salariali gli italiani che scavavano la galleria del San Gottardo decisero di scioperare e l’impresa costruttrice decise di far intervenire l’esercito contro gli scioperanti uccidendone quattro, l’opinione pubblica svizzera si schierò contro gli italiani, considerati ingrati, avidi di denaro e pericolosi.

Ciononostante, gli italiani continuavano ad essere molto richiesti e venivano fatti arrivare ogni anno a decine di migliaia. Dai 14.000 circa che erano nel 1860 e poco più di 41.600 nel 1880, durante i grandi lavori ferroviari raggiunsero dapprima 117.000 nel 1900 e 203.000 nel 1910. Gli italiani sembravano indispensabili non solo per perforare le montagne, ma anche per l’edilizia in generale e per molte industrie. A loro, naturalmente, e non ai tedeschi o ai francesi, pur essi in forte crescita, erano affidati i lavori più gravosi e pericolosi.

Il problema degli stranieri e degli italiani
Sul finire del XIX secolo, alcuni intellettuali, giuristi e funzionari cominciarono a interrogarsi se e fino a quando l’ancora fragile Confederazione poteva sopportare una così massiccia «invasione di stranieri» in continuo aumento (erano quasi 400.000 nel 1900 e saranno più di mezzo milione nel 1910). In effetti, sulla base dei dati dei censimenti decennali della popolazione, nessun Paese civile aveva all’inizio del XX secolo una proporzione così elevata di stranieri (14,7% nel 1910), che in certi agglomerati superava abbondantemente il 30% (Zurigo 33,8%, Basilea 37,8%, Lugano 50,5%, Ginevra 42%, ecc.).

A preoccupare gli intellettuali e gli statistici non era tanto il numero degli stranieri, quanto la loro crescente importanza nell’economia, nella cultura, nelle università, nella società. Essi si riferivano soprattutto ai tedeschi, che in quell’epoca costituivano il gruppo straniero più numeroso e più influente.

«Il problema degli stranieri» rimase, tuttavia, per lo più un argomento di discussione senza riflessi sul clima sociale, anche perché la maggioranza degli stranieri costituita da tedeschi, francesi e austriaci che solitamente non poneva alcun problema d’inserimento nella realtà locale. Ad agitare l’opinione pubblica era invece «il problema degli italiani» (die Italienerfrage), perché erano loro che, fuori del Ticino, non riuscivano a comunicare (non conoscendo la lingua locale) e quindi non s’integravano, ma preferivano starsene tra di loro e conservare il più possibile le abitudini del loro Paese.

In questa situazione era facile che sorgessero conflitti sociali tra svizzeri e italiani, tanto più violenti quanto maggiore era la distanza linguistica, sociale, culturale e comportamentale tra le due parti. Sul finire dell’Ottocento, molti conflitti sociali degenerarono in risse, atti di violenza, tumulti, soprattutto nelle grandi città come Berna, Zurigo, Basilea.

Il clima, nemmeno tra gli operai era sereno. Riferendosi alla situazione di Basilea d’inizio Novecento, lo storico Peter Manz parla di frequenti manifestazioni di «xenofobia piccolo borghese» e di «xenofobia operaia», che sfociavano talvolta in «autentiche esplosioni di razzismo e di violenza» e persino in «tumulti spesso sanguinosi tra gruppi di operai indigeni e lavoratori italiani».

Si toccò il culmine nell’estate del 1896 quando a Zurigo scoppiarono i tumulti tristemente noti come «Italienerkrawall» o «Tschinggen-Krawall». Durante quei disordini si scatenò una vera e propria caccia all’italiano con atti di violenza, distruzioni e saccheggi di 22 case dove si trovavano negozi, caffè e ristoranti italiani. Nello spazio di una notte, tra il 28 e il 29 luglio, diverse migliaia di italiani dovettero scappare precipitosamente da Zurigo.

Perché la xenofobia?
Ancora oggi gli studiosi s’interrogano come mai ci fosse in quell’epoca tanto odio e tanta violenza nei confronti degli italiani, sebbene rispetto a tedeschi, francesi e austriaci costituissero una minoranza. Il maggiore «inforestierimento» (la parola Überfremdung risale all’inizio del Novecento) nella vita economica, politica e culturale era dovuto a loro e non agli italiani. Ma tedeschi, francesi e austriaci si erano ben insediati nelle regioni dove si parlava la loro stessa lingua, non avevano problemi di comunicazione, non disturbavano socialmente e si erano guadagnati stima e rispetto per le loro professionalità e lo stato sociale raggiunto. Gli italiani, invece, davano troppo nell’occhio con la loro lingua (solitamente il dialetto) incomprensibile, con i loro assembramenti rumorosi, col loro modo di vestire trasandato e con i loro comportamenti che sovente erano giudicati grossolani, primitivi e arroganti, spesso violenti (perché portavano sempre con sé il famigerato coltello) e persino immorali (perché, si diceva, importunavano le ragazze).

E poi gli italiani crescevano troppo in fretta, molto più velocemente di tutti gli altri stranieri. Per un popolo a basso tasso d’incremento naturale (bassa natalità) c’era di che preoccuparsi. Alcuni statistici avevano calcolato che se gli stranieri avessero continuato ad aumentare allo stesso ritmo, nel 1990 avrebbero costituito il 50% della popolazione residente.

Il fatto che gli italiani fossero indispensabili per sviluppare l’infrastruttura ferroviaria e l’edilizia industriale e residenziale della Svizzera non aveva alcun peso nella considerazione del popolo, preoccupato soprattutto di non perdere il posto di lavoro, il potere d’acquisto del salario, la casa, i valori tradizionali (legati soprattutto al mondo agrario), la tranquillità quotidiana. Eppure gli italiani non rappresentavano alcun pericolo, neppure per il lavoro, perché occupavano generalmente posti che gli svizzeri non volevano più occupare, tanto meno per il salario perché gli italiani erano costretti ad accettare quel che veniva loro offerto, senza alternativa. Erano venuti per lavorare, risparmiare e inviare soldi alle famiglie rimaste in patria; non potevano non accettare quanto veniva loro offerto. Non avevano in ogni caso aspirazioni di potere di alcun genere. Resta ancora oggi difficile spiegare il motivo o i motivi di tanto rancore e tanta violenza nei loro confronti.

Molti studiosi ritengono che la xenofobia nasce all’interno di una società complessa che non riesce a conciliare le diversità presenti, anzi le esaspera alimentando disprezzo, paura, risentimento e persino odio verso la parte considerata invadente e potenzialmente pericolosa. Per gli xenofobi, gli stranieri sembrano mettere a repentaglio la tranquillità di una società ritenuta omogenea, retta da un ordinamento, tradizioni, convinzioni, valori, messi in forse da abitudini, valori, comportamenti «diversi», quelli degli stranieri.

Anche per il grande scrittore svizzero Max Frisch all’origine della xenofobia ci sono sempre soprattutto contrasti culturali e sentimenti irrazionali di paura, d’invidia e quindi di disprezzo: «L’odio verso lo straniero è un fenomeno naturale. Esso nasce fra l’altro dalla paura che altri possano essere più abili in questo o quel campo, in ogni modo il loro impegno è diverso, diverso per esempio nell’assaporare la vita, nell’essere felici. Ciò suscita invidia, anche se ci si trova in una posizione privilegiata, e l’invidia sfocia in atti di disprezzo».

Non c’è dubbio che tra svizzeri e italiani d’inizio Novecento le diversità erano tante e rilevanti e, ciò che è forse più grave, mancava tra le due parti il dialogo, non solo per le evidenti carenze linguistiche, ma anche perché la maggioranza degli italiani, provenienti soprattutto dalle regioni del Nord Italia, non mostrava alcun interesse ad integrarsi in Svizzera, come dimostrano le poche naturalizzazioni e i relativamente pochi matrimoni misti dell’epoca. Per molti svizzeri questa «diversità» e questa «estraneità» apparivano intollerabili e pericolose più della stessa «Überfremdung» dovuta a tedeschi, francesi e austriaci.

Giovanni Longu
Berna, 17.3.2010 

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