Quel vino che parla di Magna Grecia

di Vincenzo Pitaro

Non solo rossi o rosati (di pronta beva) oppure «classici» o «riserve», che sono le tipologie che cultori e buongustai amano di più. La Calabria è una regione produttrice anche di numerosi vini bianchi, freschi e beverini. Da un capo all’altro della regione ce n’è una vasta gamma. Tutti assemblati per lo più con chardonnay, sauvignon, riesling italico, trainer, incrocio Manzoni, ecc. Non a caso da alcuni decenni, sul territorio calabrese, sono stati messi a dimora nuovi impianti di vitigni non tradizionali. Queste uve, comunque - non c’è che dire - in Calabria hanno trovato un habitat ideale, sia per l’ottimo clima (che ne migliora la qualità), sia per le capacità e l’abnega­zione dei rispettivi produttori.
Esiste però una qualità di vino bianco calabrese (di varietà secca, non frizzante ma tranquillo) che per il secondo anno consecutivo al Vinitaly di Verona si è meritato il gradino più alto del podio. Si tratta del Greco bianco, un vino tutto meridionale che parla la lingua antica della nostra terra. Si produce nella piana di Lamezia Terme e per i suoi profumi e la sua bontà è stato riconosciuto dalla critica enologica e da tutta la Stampa in genere come il «Principe dei vini bianchi calabresi». 

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Il vitigno che gli dà vita è di grande valore ed evoca più di tremila anni di storia. Furono i Greci a trapiantarlo su queste terre nell’ottavo secolo prima della venuta di Cristo. Poi, anche in epoca latina, il suo vino diventò famoso e celebrato. Piaceva molto a consoli, imperatori e generali vittoriosi.
Pensate un po’: quel nettare ottenuto unicamente con uva greco (quella stessa uva che Plinio il Vecchio definì nei suoi scritti «Caudia vulpium», per la forma dei suoi grappoli, e che gli stessi Romani ribattezzarono «Anima gemella») già a quei tempi riusciva tranquillamente ad invecchiare per decenni (e, secondo qualche storico, addirittura, anche per oltre mezzo secolo), acquistando eleganza e complessità.
Sul Greco sono note finanche le citazioni di Virgilio che trovò modo di esaltare a più riprese il bianco vino di Calabria. La sua antica fama, la reputazione di questo monovitigno, pian piano col tempo, poi però cominciò ad appannarsi, per una serie di motivi. Memorabili, nel secolo più recente, quelle che riguardarono la fillossera e l’abbandono dell’agricoltura.
La sua lodevole ricostruzione, oggi in Calabria, si deve - perché non dirlo? - alla fermezza di volontà che soltanto pochi solerti viticultori (come Salvatore Lento, la signora Giovanna Zaffina e le figlie Manuela e Danila) hanno nel trasmettere ai nostri giorni un patrimonio enologico delle generazioni passate. Unanimamente definiti dalla critica enologica - forse anche per questo motivo - «ambasciatori del vino lametino di qualità», a loro infatti va certamente riconosciuto il merito di aver dato un grande impulso all’allevamento di questo glorioso vitigno che sa di Magna Græcia, producendo un vino bianco dalle sue uve che si sta imponendo all’attenzione mondiale per eleganza e per quel tocco di classe che manca ai suoi «competitori» creati con la concorrenza di uvaggi tutt’altro che autoctoni. Un vino che fra l’altro sta suscitando non poco interesse da parte di molti studiosi di viticoltura ed enologia operanti nei maggiori atenei italiani. Questo Greco bianco, dunque, si presenta di colore giallo paglierino, secco, equilibrato e con sentori fruttati. Caratteristiche, ovviamente, assai diverse da quelle originarie. L’enologia, d’altronde, è in continua evoluzione, per cui va da sé che l’immagine del vino conservato nelle anfore, millenni or sono, è solo in parte riflessa nel vino attuale.
Questo Greco bianco doc, insomma, è già ottimo così e c’è da sperare che conservi sempre le sue caratteristiche. Tuttavia, considerato che il greco è un vitigno assai versatile, se si decidesse di sperimentarne anche un tipo «barriquato», siamo certi che verrebbe alla luce un nuovo gioiello da accostare a questo già eccellentissimo Greco bianco.
Si sa, l’invecchiamento in barriques e il successivo affinamento in bottiglia, previsto dal disciplinare per i rossi Riserva, non vengono generalmente posti ai vini bianchi, in quanto nella maggior parte dei casi vanno consumati nel pieno della loro freschezza giovanile o al massimo entro la soglia dei due anni, limite per molti bianchi invalicabile. Ma, constatato che questo bianco Greco di Lento ha una marcia in più, perché non provare a crearne anche un altro maturato nel legno?

Vincenzo Pitaro
www.vincenzopitaro.it

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