Calabria: ancora molto da fare negli screening mammografici.

Lettera aperta al Presidente del Consiglio

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Ogni anno in Calabria il tumore al seno, neoplasia più frequente tra le donne, conta circa 1.000 nuove diagnosi, 250 decessi e circa 9.000 donne attualmente convivono con la malattia. Nel 2007 sono state circa 66.000 le donne calabresi invitate allo screening mammografico: il 58% delle aventi diritto.

Oltre il 30% delle donne aventi diritto residenti nel nostro Paese non è invitato al test mammografico biennale: un esercito di 2 milioni e mezzo di donne, concentrate soprattutto nelle regioni del Sud.

Accesso omogeneo allo screening mammografico organizzato: una priorità dell’azione di governo per i prossimi anni. Lo ha chiesto Salute Donna onlus in una Lettera aperta al Presidente del Consiglio e al Ministro della Salute durante il Forum Istituzionale sullo screening mammografico, promosso insieme all’Osservatorio Nazionale Screening (ONS) e al Gruppo Italiano Screening Mammografico (GISMa).

Reggio Calabria, 27 aprile 2010 – Sei donne calabresi su dieci accedono allo screening mammografico: 66.000 le donne coinvolte nel 2007, il 58,4% delle aventi diritto. Un dato inferiore rispetto alla media nazionale. “Salute Donna onlus chiede pubblicamente di voler considerare l’accesso omogeneo allo screening mammografico una priorità dell’azione di governo per i prossimi anni”: inizia così la Lettera aperta al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e al Ministro della Salute, Ferruccio Fazio letta oggi da Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna onlus, in occasione del Forum Istituzionale "Screening mammografico, un Diritto delle donne, un Dovere delle Istituzioni" organizzato in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Screening e il Gruppo Italiano Screening Mammografico con il sostegno di Roche.
La fotografia dei programmi di screening per il tumore della mammella in Italia è purtroppo in bianco e nero. Nel nostro Paese sono esclusi circa 2 milioni e mezzo di donne: sono infatti meno del 70% le donne tra i 50 ed i 69 anni, fascia target dello screening mammografico organizzato, ad essere inviate a fare la mammografia biennale. E circa la metà aderisce all’invito: ovvero solo 1 milione e 300.000 donne, il 36% delle aventi diritto, esegue la mammografia. E soprattutto, ancora oggi sono profonde le differenze territoriali tra Nord, Centro e Sud.

Il cancro al seno, il tumore femminile più diffuso, fa registrare ogni anno circa 38.000 nuovi casi, che si aggiungono alle oltre 450.000 donne che attualmente convivono con la malattia, una vera e propria "malattia sociale". Lo screening mammografico organizzato, inserito dal 2001 tra i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), è risorsa strategica per la diagnosi precoce e la riduzione del rischio di mortalità. “Sono molteplici i vantaggi offerti dallo screening organizzato” - dichiara Marco Zappa, Direttore ONS - “soprattutto in termini di accesso ad un percorso strutturato e codificato e di qualità della prestazione. Nel 2008 sono stati invitati a fare lo screening per il tumore del seno, della cervice e del colon retto oltre 8 milioni e mezzo di persone”.
Molti i progressi degli ultimi anni, ma resta ancora molto da fare, soprattutto per garantire l’equità nell’accesso allo screening alle donne del Sud del nostro Paese. Solo nel 70% delle regioni del Sud sono attivi programmi di screening, una percentuale inferiore a quella registrate nel Nord e nel Centro prossime al 100%. Inoltre, nel

meridione, solo il 40% delle donne aventi diritto riceve l’invito a fare la mammografia biennale, un dato in contrasto con la tendenza del Nord (90%) e del Centro (70%). Forte lo squilibrio anche in termini di adesione all’invito: nel 2008 ha aderito all’invito il 61% delle donne residenti al Nord, il 57% delle donne del Centro e solo una donna su tre (il 35%) nel Sud, un tasso ben sotto la soglia di accettabilità. “Inoltre i programmi meridionali richiamano più donne per un approfondimento, identificano più tardi i tumori e ricorrono meno spesso alla chirurgia conservativa” - sottolinea Livia Giordano, Presidente GISMa, il Gruppo che da quasi un ventennio è impegnato in un’intensa attività d'implementazione e diffusione dei programmi di screening mammografico sul territorio nazionale.
Differenze inaccettabili che mettono in discussione i principi di universalità, equità, omogeneità, su cui è basato il Servizio Sanitario Nazionale, diritti per la cui tutela Salute Donna è da sempre in prima linea. “Noi crediamo che il Governo possa e debba farsi carico del superamento di queste differenze, attivando una serie di iniziative e mettendo al centro della politica sanitaria la tutela della salute delle donne” - dichiara Annamaria Mancuso. Convocare i rappresentanti delle Regioni in ritardo nell’attuazione dei programmi di screening e fissare insieme a loro una road map che consenta di allinearsi alla media nazionale entro i prossimi 5 anni; far partecipare le associazioni pazienti ai tavoli di verifica dell’implementazione dello screening mammografico; sollecitare le Regioni a invitare ASL e medici di famiglia a promuovere attivamente l’accesso allo screening, informando le donne della possibilità di eseguire una mammografia ogni due anni: sono questi gli impegni che Salute Donna ha chiesto al Governo.
Lo screening mammografico è oggi una risorsa strategica per la diagnosi precoce e la riduzione del rischio di mortalità. “I dati nazionali ed internazionali hanno dimostrato che nelle donne che partecipano allo screening biennale la riduzione della mortalità arriva fino al 50%” - afferma Francesco Cognetti, Direttore Oncologia Medica Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, Roma - “un dato che testimonia l’efficacia dei programmi di prevenzione secondaria basati sulla sola mammografia nelle donne 50-69enni eseguita ogni 2 anni”.
Per le sua caratteristiche di storia naturale il tumore al seno è dunque un candidato ideale, a differenza di altre neoplasie, a programmi di prevenzione secondaria. “Il tumore della mammella è una neoplasia che cresce abbastanza lentamente” - sottolinea Sabino De Placido, Professore Ordinario di Oncologia Medica, Azienda Universitaria Policlinico Federico II, Napoli - “si pensi che per raggiungere le dimensioni di un centimetro, soglia della diagnosi convenzionale, richiede dagli 8 ai 10 anni. Ecco perché lo screening mammografico organizzato propone una mammografia biennale”.
Oggi limiti strutturali, organizzativi e culturali impediscono che tutte le donne aventi diritto accedano alla mammografia gratuita prevista dallo screening organizzato. “Un'ingiustizia sociale che deve essere colmata, soprattutto perchè la battaglia contro il tumore al seno può essere vinta - precisa Paolo Marchetti, Direttore Oncologia Medica, Ospedale Sant'Andrea, II Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università "Sapienza" di Roma - "l’arrivo della mammografia digitale, l’implementazione delle Breast Unit, l’impiego di farmaci a bersaglio molecolare hanno rivoluzionato la prognosi del tumore al seno, ma la diagnosi precoce continua a rivestire ancora oggi un ruolo di primo piano nella riduzione della mortalità causata da questa malattia”.
Un programma di screening non si esaurisce però in un atto isolato, ovvero nel test mammografico. E’ piuttosto un percorso complesso dove intervengono diverse professionalità, la cui preparazione e formazione è fondamentale per incrementare il tasso di identificazione di tumori precoci e ridurre quello dei richiami ad effettuare il secondo test. “Bisogna puntare ad uno screening organizzato con personale e macchine dedicati, piuttosto che allo screening spontaneo” - afferma Paolo Pronzato, Direttore Oncologia Medica A, Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro, Genova - “solo i centri per lo screening di primo livello possono infatti assicurare la qualità dell’esame e della lettura del dato e dunque un numero di richiami inferiore, evitando alle donne un carico di ansia e paura inutili”.

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