Il rischio della politica nella sua decadenza e il non dolce naufragar

di Pierfranco Bruni

Il rischio della politica non si sviluppa più sui grandi ideali, sulle dialettiche a tutto tondo tra scuole di pensiero e problematiche formative nate sulla base di fenomeni culturali e storici. La politica oltre ad essere ad un bivio, e dal quale bisogna uscirne con una scelta coraggiosa e chiara, vive ormai la sua più drammatica “ora”.

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Non si tratta più di compiere degli interventi sul piano teorico o su termini di discussione parlamentale o su visioni che abbiano alla base funzioni direttamente politiche o strategiche.

Siamo giunti al punto cui ogni decisione che vada dal federalismo all’immigrazione deve necessariamente essere attraversata sì dalla politica in sé ma da una politica che non può non fare i conti con i processi economici sia europei che internazionali. È naturale che ogni modello politico deve saper ragionare e deve saper costruire un articolato percorso tra le idee e la realtà finanziaria dentro un assetto territoriale ben definito. Ma è anche vero che in questa stagione, che non è soltanto di crisi, si avvertono due fasi ben caratterizzanti.

Da una parte si vive una fluttuante decadenza e dall’altra si assiste ad una devastante provvisorietà. Decade il concetto di tradizione di una politica concepita come modello (sia positivo che negativo) post industriale e si porta con sé la devastante precarietà dell’uomo moderno.

La decadenza, in fondo, è legata alla vera espressione dello sfilacciamento della modernità. Non si hanno più riferimenti ma non si hanno più neppure obiettivi: la responsabilità della politica sta proprio nel non aver saputo interagire tra riferimenti della tradizione e obiettivi. Ovvero tra il presente che si intaglia nella storia e il futuro che dovrebbe aprirsi alla capacità di “ragionare” intorno a delle prospettive. Ecco perché vengono meno gli obiettivi. La decadenza consiste nell’aver ucciso nel nascere la possibilità di riflettere sulle prospettive e questo perché la politica ha perso il tessuto che prepara alla riflessione. E come lo ha perso?

La devastante deflagrazione ideologica ha scompaginato il contesto all’interno della griglia di pensiero che poggiava, comunque, su tesi provenienti da scuole, se pur teoriche, filosofiche. Il comunismo, il fascismo, la laicità, il liberalismo, il cattolicesimo non erano facciate. Rappresentano dei punti reali di contatto sia con la società costantemente in transizione sia con le interazioni tra politica e istituzioni.

La mancanza di obiettivi ben definiti giustifica la decadenza ma la decadenza è dovuta ad un vuoto di visioni strettamente culturali. Ed è logico che in una tale temperie si affida all’economia la risoluzione dei problemi politici quando invece dovrebbe essere il contrario. Non si può pensare, si porta un solo esempio, di condizionare il federalismo alla componente economica.

Bisogna creare i presupposti politici affinché si possano realizzare articolati sistemi istituzionali in grado di garantire il federalismo. O meglio: il federalismo lo si fa se c’è lo spazio economico per realizzarlo. Il federalismo dovrebbe essere parte integrante, invece, di un progetto politico condiviso. Il vuoto culturale al quale assistiamo è proprio nel fatto che si sono anteposti ai fattori che stanno alla base di una profonda riflessione politica l’improvvisazione, la mediocrità, il pressapochismo. Non si tratta di creare e di infondere il sogno dell’ottimismo della politica o della politica che porta all’ottimismo.

Piuttosto di realizzare una impalcatura politica con gli strumenti della politica ma intorno agli strumenti della politica ci sono gli uomini, le intelligenze, le capacità, le professionalità la politica deve impegnarsi a recuperare sui piani istituzionali la cultura e la coerenza tra politica e cultura non può che nascere da una dialettica aperta e non da un pensiero unico.

Viviamo, non possono esserci smentite, in una età della mediocrità. È il risultato, appunto, di una politica senza cultura. È inutile girare intorno ai gravi attanaglia menti economici che si intrecciano nelle nostre quotidiane giornate. Siamo al punto in cui bisogna dichiarare il fallimento della politica.

Qui non si tratta di destra o di sinistra. Si tratta di un fallimento generale e tale fallimento diventa ancora più pesante perché non si intravedono quelle “uscite di sicurezza” tanto care a Ignazio Silone. Ma se si registra il fallimento della politica a chi addebitarlo? Ritorna in gioco il senso delle responsabilità o addirittura entrano in campo i sensi di colpa.

C’è un fallimento trasversale e nessuno si può tirare indietro e tanto meno può mettersi a fare il ragionatore dell’impossibile. Siamo entrati, infatti, nel cono d’ombra della politica dell’impossibile che porta inevitabilmente ad una politica dell’impossibile in queste stagioni dove il bosco non presenta alcun chiarore.

Uscire dal bosco. Questo dovrebbe essere il monito prioritario. Per uscire dal bosco bisognerebbe avere il coraggio di tagliare molti alberi, nonostante si tratti di un bosco, perché ben sappiamo che la luce non arriverà da sola e anche se dovesse giungere siamo consapevole di abitare un bosco foltissimo di alberi e ramoscelli che mascherano e nascondono.

Non si tratta soltanto di una metafora ma di saper usare la metafora per tentare, sul filo del precipizio, di salvarci di precipitare nel vuoto senza la coscienza del naufragio o del “naufragr è dolce”, perché per nessuno è dolce naufragare e tanto meno naufragare in un mare in tempesta. Non è facile proporre soluzioni e tanto meno “risoluzioni” propiziatrici.

Un fatto deve essere chiaro: il tempo che viviamo è quello dei mediocri, il tempo che ci attraversa è quello dell’improvvisato viaggio in una decadenza che da decenni ondeggia sulle nostre testi e nelle nostre menti, il tempo che ci lacera è nel vento della provvisorietà e non perché siamo tutti provvisori ma perché la politica dell’attualità e dell’ottimismo è fatta di provvisorietà e non di pensiero: una volta si diceva di pensiero debole. Sgombrando queste maglie incatenate si dica subito che occorre dare alla politica la sua pesantezza.

Diventa difficile? Diamo per difficile. La politica non è leggerezza e se leggerezza non è non la si può affidare né semplicemente all’attualità e tanto meno all’ottimismo o all’ironia soltanto. Guardiamo al tempo della politica (perché la politica ha un suo tempo e vive di un tempo definito, finito, incommensurabile) con la giusta rappresentazione del pessimismo.

Il pensiero che diventa rappresentatività nasce da una costante riflessione che si fa modello ma si può essere ottimisti, o meglio il pensiero può superare la soglia del pessimismo soltanto nel momento in cui si sono superati le ragioni della storia.

Oggi siamo completamente invasi dalla ragione della storia. Dobbiamo tendere alla ragione dell’estetica anche in politica ma non con i canali della mediocrità e dell’improvvisazione.

La filosofia del moderno nel momento in cui ha abbandonato la consapevolezza che in ogni passo e in ogni cammino può esserci il tragico è scivolata nel decrepito del modernismo senza pause nel contemporaneo. La politica vivendo il contemporaneo nella storia deve ritrovare non il pessimismo della ragione ma il pessimismi come sentimento.

In fondo don Chisciotte ha giocato con l’ironia del tragico per guardare oltre. Non possiamo finire come lo specchio di Oscar Wilde e tanto meno possiamo aspettare i frantumi e le schegge dello specchio.

Un’altra metafora. Ma anche la politica oggi è la costante metafora del pessimismo calato nel moderno. E nonostante tutto la si vuole attualizzare pensando in positivo. In positivo bisogna pensare per uscire dalla realtà.

Ma il passaggio è sconfiggere non l’ottimismo ma la precarietà e la bruttezza di questo nostro tempo. Lo possiamo fare soltanto se prendiamo atto che è dentro il dilagante pessimismo che rispecchia e riflette il quadro che abbiamo dentro.

Senza illusioni, le nostre agonie sono vere. È un rischio tutto ciò? Io non posso condividere che il naufragar sia dolce. 

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