Cinque anni fa moriva suicidandosi l’antropologa Cecilia Gatto Trocchi

Una studiosa della cultura sciamanica alla ricerca dell’attesa disarmonica delle mancanze
di Pierfranco Bruni

     Roma. 11 luglio del 2005. Cecilia Gatto Trocchi moriva, lanciandosi dalla finestra del quinto piano del palazzo dove abitava, cinque anni fa, alle ore 21,30. Nella tragedia e nell’assurdo. Ma il misterioso è fatto di assurdo e di alchimie. Due anni prima le era morto un figlio. Era nata a Roma il 19 giugno del 1939. Era una amica. Una studiosa seria e tosta. Non concedeva spazio alle retoriche e tanto meno all’effimero. Schietta, leale, onesta. Con chiarezza non girava torno torno ai fatti. Te li diceva guardandoti negli occhi. Senza ipocrisie ma con la serenità di chi sa che la cultura è passione e non accademia, cattedra, burocrazia. 

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La ricerca dell’armonia, l’amore e il disamore per la realtà. Il fuoco, la fiamma, il falò come profondità del segreto. L’incanto per il mistero. L’essere sempre se stessi sino alla morte. Processi culturali e demo – antropologici sono linee predominanti nella ricerca di una studiosa come Cecilia Gatto Trocchi. La civiltà, i popoli, le etnie, i sogni: un tragitto per vivere l’assurdo della assenza nella presenza di una solitudine bruciata lungo le attese delle mancanze.

Apprezzata nella peculiarità delle angolature che lo “spiritismo” ha sempre presentato. Ho avuto modo di conoscerla molti anni fa. Mi ha sempre entusiasmato la sua ironia e la sua malinconia. D’altronde ironia e malinconia sono parti integranti della suo “romanticismo – antiromaticismo” che ha sempre caratterizzato il suo caratteriale modo di spiegarci i fenomeni antropologici che hanno, secondo Cecilia, una chiave di lettura storica ma anche estetico - fenomenologica.

L’antropologia dell’anima come metafisica di un sapere che ha nel suo interno il senso del mistero. L’anima e il corpo. La conoscenza e la coscienza. L’anima copme metafisica. L’anima, proprio quella dimensione alla quale faceva spesso riferimento Cecilia Gatto Trocchi. E di anima parlava quando ci conduceva per mano verso i segni dell’inverosimile.

L’inverosimile che non era soltanto in testi come “Magia ed esoterismo in Italia” del 1991 o in “ Viaggio nella magia” del 1993, o ancora in “Le sette in Italia” del 1994 ma in quel viaggio (ed è giusto insistere di viaggio proprio in questo caso) tra le maglie di una letteratura che ha chiamato in causa l’interpretazione esoterica. Mi riferisco alla lettura che la Gatto Trocchi ha dato di Manzoni o di Luigi Capuana o di Gabriele D’Annunzio. L’estetica dannunziana tra le pieghe dell’alchimia che ha forti richiami che rimandano alla sensualità sciamanica.

Nel 2004 pubblica “Enciclopedia illustrata dei simboli”, nel 2003 “Viaggio nella magia”, sempre nel 2003 “Civiltà e culture”, nel 2001 “Le muse in azione. Antropologia dell’arte” e nello stesso anno “Storia esoterica in Italia”. Spesse volte i suoi interventi si sono prestate a polemiche, conflitti, scontri anche duri. Ma i suoi saggi e la sua ricerca oggi è una testimonianza emblematica fuori da qualsiasi schema.

Una lettura non conformista, certamente, ma che portava sulla scena quel meta-onirico che vive dentro i simboli che non sono malattia del verismo ma impersonalità dell’artista che si intreccia dentro il cerchio del mistero. Mi riferisco, in questo caso, soprattutto, a Luigi Capuana sul quale la Gatto Trocchi ha dato delle indicazioni – lezioni di estremo interesse.

Infatti colloca Capuana in quella cultura dello spiritismo e lo allontana inevitabilmente da una versione verista e chiaramente positivista perché ciò che prende il sopravvento e la magia. Qual è il punto sul quale ruota l’interpretazione letteraria della Cecilia Gatto Trocchi? È quello di camminare in una “selva di sogni”. La stessa selva che è nel sogno creatore di Maria Zambrano.

Infatti, la letteratura è sempre magia e richiama in causa uno dei grandi poeti -profeti, ovvero Charles Baudelaire. Profeta laico ma non da antologizzare. Piuttosto da vivere nel tessuto del sottosuolo della spiritualità. Non per caso il Decadentismo, la decadenza e non la crisi, vive dentro questi percorsi.

Scrive in un capitolo del saggio dal titolo “Il Risorgimento esoterico”: “Il complesso e vasto movimento culturale che va sotto il nome di decadentismo pescò a piene mani nel grande mare della magia”. Un altro dei temi importanti (che lo ritrova nel libro appena citato) è quello di mettere insieme e ragionare su ciò che la studiosa ha definito “gli opposti”. Mi riferisco in modo particolare allo studio su “Evola e De Martino, ovvero la congiunzione degli opposti”.

Qui si recita il mondo magico in un rapporto con la cultura etnologica. Entrano in campo nomi come Mircea Eliade e come Guenon. Mai una critica del reale. I “giudizi” dei Russo, dei Sanguineti, e anche di Croce non intaccano la nostra sfera. Al di là delle proposizioni di queste personalità Cecilia Gatto Trocchi apre una “vertenza” sul problema o sulla questione dei “poteri magici” perché in fondo come scrive “la realtà della magia ruota intorno questi due concetti: espressione e aspirazione. Nell’immaginario collettivo si esprime la forza e la potenza intramontabile del rituale magico”.

È su questo caposaldo che si decifra anche la sua chiave interpretativa della cultura dei popoli sul piano demo-etno-antropologico. Termine non certo magico ma costruito. Si allontana così da Ernesto De Martino per proporre autori come Marcel Masse o come Lèvi-Straus. Il De Martino non accettato da Pavese. Il De Martino confutato da un gramscismo della crisi.

Noi non apparteniamo alla crisi. Ma alla decadenza sì. A quella di Musil, di Mann di D’Annunzio del “Trionfo della morte”. Ed è qui che specifica che “la storia d’Italia è intessuta anche da un filo sotterraneo di interessi per la magia, il sapere occulto, la dimensione sapienzale e misterica…”. Perché la storia d’Italia, in termini culturali, nasce da una visione in cui c’è un senso popolare della cultura della civiltà dei popoli.

Il tramonto e l’orizzonte di questa civiltà, in fondo, si raccontano e si incontrano intorno a quelle attese che si fanno passione. Ma queste passioni hanno delle matrici arcaiche ovvero primitive in cui il senso del religioso ha una costante lungo tutto il viaggio. Infatti, il primitivismo delle civiltà fa testo. La Gatto Trocchi spazia, tra l’altro, in quel mondo complesso e variegato che è il nuovo magismo e cerca di capire e di spiegare i fenomeni che serpeggiano continuamente nella nostra epoca. Non ha mai smesso di scavare al di dentro di quelle radici che hanno portato alla luce la “tribalità” di alcuni fattori satanici di una stupidità indecifrabile ma anche di una pericolosità pungente.

Conclude così il saggio già citato (“Risorgimento esoterico” che risale al 1996): “Il procedimento complesso che ha portato alla attuale diffusione della magia e dell’esoterismo è costituito da un lato dalla secolarizzazione e dal laicismo, dall’altro dal corteggiamento di gnosi alternative vagheggiate pesantemente dal pensiero laico, ‘disincantato’ e progressista. Tale è l’humus su cui prospera il nuovo magismo, l’esoterismo accattone, l’occultismo da supermarket dei nostri giorni che giornalisti e comunicatori di massa nobilitano e ripropongono nel vuoto culturale dominante”.

Una interpretazione non trasversale ma reale di come si possono leggere gli elementi esoterici che sono nei simboli che attraversano la vita. Uno dei dati iniziatici è certamente la chiarificazione di alcuni miti e sono quelli che ha cercato di individuare, appunto, sia nelle forme antropologiche che hanno una radice storica sia in quelle letterarie che hanno derivazioni fantastiche. E qui resta fondamentale l’opera di Mircea Eliade, grazie alla quale la metafora e il mistero ci accompagnano anche se le trasposizioni che hanno un immaginario archetipico ci permettono di penetrare quella “ontogenesi” forse dell’anima che è il cuore della cultura.

Certo, Eliande ma accanto c’è ormai Maria Zambrano, la grande filosofa che conduce la filosofia a poesia e si allontana dal materialismo della logica programmata dalle ideologie. C’è chiaramente A.K. Coomaraswamy che ci fa leggere la sapienza di una possibile armonia..

Oltre i vizi o oltre i riti. Soffermarsi sul mistero e sulla tradizione è un modo per non disdegnare la comprensione di una esistenza che non può servirsi soltanto della realtà. La storia può essere spiegata con la magia? Basta leggere i suoi testi per capirlo. Basta intromettersi nella vita vera. Chiaramente la magia, con i suoi simboli (e anche i suoi rituali), resta dentro la storia che è sempre storia di civiltà, di popoli, di culture.

L’antropologa che ha abbandonato la tradizione dell’antropologia italiana che partiva da De Martino (con “Sud e Magia”) per penetrare i luoghi dell’occulto che ci danno la possibilità di comprendere anche gli sradicamenti che si vivono nella contemporaneità. La storia degli uomini primitivi (e quindi delle civiltà) è dentro il suo modello di ricerca.

Il superamento della storia è proprio in una armonia sapienziale che trova nel senso del poetico il mistero che orienta. Cecelia, in uno sguardo ti faceva cogliere i segreti delle onde magiche degli sciamani. Tutto il resto era chiacchiera. La vita resta nella serenità e nella tragedia dell’ironia. Tra armonia e disarmonia. La disarmonia che prevale come attesa delle mancanze. Siamo tutti dei “nomadi spirituali”. Era una amica.

Pierfranco Bruni

2 Comments

  1. massimo valentini
    <strong>de arte et in arte</strong><br />Una studiosa seria e ponderata.
  2. PaXP
    <strong>RE: Cinque anni fa moriva suicidandosi l’antropologa Cecilia Gatto Trocchi</strong><br />>La storia può essere spiegata con la magia?<br /><br />Chissà. Certamente con la spada le cose si intendono in maniera più profonda e chiara, ma sappiam tutti, volenti o nolenti..., che "chi di spada ferisce, di spada perisce".

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