di Vincenzo Valenzi - Fonte: Villaggio Globale 

Pubblichiamo un intervento di Vincenzo Valenzi, Vice presidente LiUM, Svizzera, e Coordinatore del Centro studi di biometeorologia, Roma. Si tratta di un intervento rivisto e che l’Autore aveva già proposto qualche tempo fa all’agenzia «Fuoritutto».

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Dopo e prima del motto non di spirito «Roma ladrona» che per tristi motivi è in ribasso, troviamo tracce di altre forme di razzismo anche romano verso aree del Sud le cui popolazioni non si sa se per un fatto genetico o per un fatto «ambientale», sono connotate etnicamente come inferiori e tendenzialmente criminali con le varie accezioni regionali (camorrista, ‘ndranghetista, mafioso, ecc.), per cui secondo i nuovi malcelati teorici della razza, quando qualche uomo emerge da quelle terre di fatto è un mafioso o visto che nonostante la rottura della tradizionale omertà che caratterizzava questi luoghi in favore delle nuove categorie dei «macellai pentiti», è un sospettabile.

Chi non vive nelle acculturate grandi città evolute dove non ci si saluta, né ci si conosce neanche sul pianerottolo del condominio, conoscendo chiunque e magari salutando chiunque (l’antica educazione meridionale) e magari accettando un caffè al bar, diviene secondo i nuovi «professionisti dell’Antimafia», un praticante del «concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso». Adesso poi che anche al Sud come si cantava
nella celebre canzone del sessantotto «Contessa» «anche l’operaio vuole il figlio dottore», per ereditarietà questi figli dottori manterrebbero il tratto genetico mafioso. 
Oggi di fatto, oltre al sesso dei figli bisogna scegliere anche il luogo di nascita, in quanto qualora si fa carriera politica o imprenditoriale al Sud, è poi difficile accreditarsi come un galantuomo o un normale uomo d’affari, con le sue luci e le sue ombre e magari con i suoi scheletri nell’armadio come le recenti vicende Cirio, Parmalat ecc. insegnano.
No, la grande fortuna al Sud, secondo i nuovi combattenti del crimine, non può che essere collegata alla Mafia. Era stato così per Giacomo Mancini uno dei più importanti uomini politici calabresi di tutti i tempi, portato in tribunale da noti pentiti dimostratisi poi impenitenti, e poi assolto dopo anni di fango sputato addosso da criminali di mestiere che si stavano «pentendo», fu il caso di Calogero Mannino ministro della Repubblica, assolto pure lui, fu il
caso di Giulio Andreotti sette volte Presidente del Consiglio accusato di amicizie pericolose con siciliani, tra cui Tano Badalamenti, morto a New York, che aveva messo in guardia per il vero contro i pentiti che, nella leggerezza dell’essere in genere, sono diventati scaltri e disinvolti dopo che con le pistole, anche con i pentimenti.
Si può quindi capire lo sforzo di uomini di successo meridionali di cancellare le loro radici calabresi, sicule ecc., con intensivi corsi di dizione, e mascherando le provenienze che gli diedero i natali (verificare quanto gente sa che Eugenio Scalfari è originario di Piscopio (Vibo Valentia) o che il suo quasi omonimo Oscar Luigi Scalfaro piemontese di Novara, è figlio di calabresi di Sambiase ora Lamezia Terme). Si può anche capire il grave ritardo di queste terre che vedono i loro uomini più fortunati, invece che impegnati a rilanciare le loro terre di origine, impegnati a camuffarsi come piemontesi, romani, milanesi magari leghisti con lo scudo, per non farsi riconoscere e magari non incorrere nell’accusa implicita alla loro terra di origine di «mafiosità intrinseca».
Credo che sia tempo di riflettere sui guasti che questo neorazzismo italico produce sul piano culturale, economico e giuridico, in particolare nel meridione che ha bisogno come non mai di politiche di sviluppo che riequilibrino il divario con le altre aree italiane ed europee dove nascono ogni giorno centinaia di imprese ed è normale arricchirsi anche con la terza media, trovare un lavoro è facile, dove i servizi pubblici e la scuola funzionano, dove la
giustizia funziona.
In particolare oltre ad una riflessione nazionale su questi neosviluppi arianoidi che vanno assumendo anche i toni della tragicommedia, vada imposta una revisione urgente delle politiche del diritto ristabilendo la responsabilità personale nel giudizio ed abbandonando politiche giustizialiste da pulizia etnica, che non servono a combattere il crimine, ma rischiano di alimentare più che altro la costruzione di capri espiatori senza incidere più di tanto
nella lotta per la giustizia e l’equità sociale principale antidoto al diffondersi della cultura dell’Onorata Società, che si contrapporrebbe alle diseguaglianze ed alle prepotenze della Società attuale e delle sua costituzione formale e materiale troppo spesso percepita troppo forte con i deboli e debole con i forti.

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