L’Unità d’Italia tra Risorgimento politico, etnie, lingua e processi culturali nella centralità del Regno di Napoli

di Pierfranco Bruni

Angelo Masci nel suo “Discorso sugli Albanesi del Regno di Napoli pubblicato, a Napoli, nel 1807 cesellava: “Soffrire di un complesso di identità nazionale”. Gli Albanesi, o meglio gli Italo – Albanesi, hanno svolto un ruolo speculare non solo nell’impresa garibaldina ma soprattutto nei processi storici pre e post risorgimentali.

La questione relativa alla identità nazionale è di primaria importanza e si lega non solo a valori di appartenenza storico – geografica ma anche linguistica. Ciò riguarda non solo gli Albanesi d’Italia ma tutte le comunità etno – antropologiche e linguistiche presenti sul territorio nazionale da secoli. Una identità nazionale che si confronta con identità altre ma anche con forme linguistiche regionali che l’Italia ha sempre posto come rappresentazione espressiva ed ereditaria.

Ma al Risorgimento linguistico si giunge grazie a due parametri epocali: il Seicento con tutte le sue forme di Barocco e il francesismo “rivoluzionario”. Ma è il Barocco che resta centrale nella chiave interpretativa delle contaminazioni linguistiche del Regno di Napoli.

Il Barocco fa da spartiacque addirittura partendo dalla Scuola Siciliana sino al 1800. Si pensi che Egidio Menagio (Gilles Ménage) pubblica, nel 1669, il primo dizionario etimologico italiano dal titolo: “Origini della lingua italiana”. La seconda edizione esce a Ginevra nel 1685. Nel 1718 in Sardegna l’Italiano prende il posto dello spagnolo negli Atti amministrativi. Nel 1806 il Codice Napoleonico viene scritto in bilingue: Italiano e Francese. Nel 1847 viene scritto il testo “Fratelli d’Italia”

In un tempo di processi storici e di riletture intorno all’Unità d’Italia e le sue celebrazioni insiste un legame che ha una sua valenza particolare e tocca aspetti relativi alla lingua e alla funzione identitaria di un popolo, ma non si può prescindere da quelle valenze etniche che hanno formato le culture e la civiltà nazionale di un popolo. La civiltà del popolo italiano nasce intorno ad un intreccio di percorsi etnici e di fattori strettamente antropologici.

Il concetto di Tradizione resta centrale in quel passaggio nevralgico tra la cultura post rinascimentale e pre risorgimentale. Le pressioni proveniente dall’Illuminismo sono tutte dentro i primi anni del 1800, ovvero nel legame tra cultura delle Insorgenze e Risorgimento post unitario.

La domanda che spesso ci siamo posti e non smettiamo di sottolineare è ancora quella che riguarda il contributo delle minoranze linguistiche dato alla “costruzione” dell’Unità d’Italia.

Un fatto è certo. Soprattutto gli Italo – Albanesi hanno visto nel Risorgimento una continuità spirituale e politica del concetto di identità e di appartenenza. Ma il Risorgimento in sé non significa immediatamente Unità d’Italia.

Ed è proprio su questo argomentare che stiamo sviluppando una serie di incontri e di confronti. Ecco perché la mostra “Il contributo delle minoranze linguistiche nell'Unità d'Italia", è un progetto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali sul quale siamo lavorando alla luce di una rilettura di un processo sia storico che letterario, costituisce uno stimolo per aprire una vasta dialettica su due elementi centrali: Risorgimento e Identità nazionale.

Nella Mostra sono stati puntualizzati aspetti su personaggi come Francesco Crispi (di origine Arbereshe della Sicilia, nato il 1818 e morto il 1901), statista di grande fama e per due volte Presidente del Consiglio dei Ministri, Guglielmo Tocci (1827 - 1916), Pasquale Scura (Calabrese di Vaccarizzo Albanese, nato il 1791 e morto il 1868 a Napoli, fu Ministro di Grazia e Giustizia con Garibaldi) sino a due costituzionalisti contemporanei quali Costantino Mortati (1892 - 1985, uno dei padri della attuale Costituzione) e Gennaro Cassiani (1903 - 1978), più volte Ministro della Repubblica Italiana.

Ma l'attenzione è rivolta anche alla presenza di Giuseppe Garibaldi tra gli Italo - Albanesi, i quali parteciparono numerosi alle imprese garibaldine. L'obiettivo è anche quello di rileggere il quadro storico pre Unità d'Italia e il coinvolgimento nel progetto risorgimentale delle comunità di lingua e di etnia arbereshe.

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali svolge un ruolo pregnante in questa occasione perché non è soltanto la storia una chiave di lettura, ma la storia della diaspora di queste comunità diventa storia unitaria sotto un'unica bandiera puntando alla difesa della lingua e al confronto tra culture. La Mostra offre dei frammenti in un percorso che si apre a ventaglio sulla problematica unitaria all'insegna anche delle celebrazione del 150 anniversario dell'Unità d'Italia.

Una Mostra e un incontro, su un itinerario istituzionale, all'insegna della consapevolezza e della comprensione delle minoranze linguistiche in un raccordo con la temperie del Risorgimento. Napoli ha rappresentato sempre una geografia complessa all’interno dei rapporti tra identità nazionale e monarchia.

Perché questo percorso? Le risposte potrebbero essere più d’una. Ma la posizione di Francesco Crispi diventa fondamentale proprio in una fase post – unitaria. Siciliano, Italo – albanese, Italiano concepisce l’Unità d’Italia all’interno di un Risorgimento pacificato non perdendo di vista alcuni fattori come il rapporto tra territorio ed etnie, il rapporto tra etnie e popolo, il rapporto tra civiltà e storia, il legame tra localismo e dialetti.

L’unità d’Italia si realizza intorno al concetto di diversità sia antropologica che linguistica. Si abita la storia abitando la lingua direbbe Maria Zambrano. Il Barocco è una testimonianza emblematica perché riesce a raccogliere esperienze soprattutto spagnole e francesi oltre che inglesi.

“La conquista del Sud” di Carlo Alianello è anche un trattato antropologico oltre che “politico”. Come lo “Le mie prigioni” di Silvio Pellico. Ed è proprio Silvio Pellico che segna la formazione risorgimentale sul piano di una “illustrazione” del carattere antropologico. Così come “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa è una manifestazione antropologica antirisorgimentale. E al contrario si potrebbe dire che Ippolito Nievo con le “Confessioni di un italiano” sigla il manifesto unitario. Insomma occorre abitare la lingua e la storia per entrare nei processi risorgimentali che hanno portato all’Unità d’Italia e alla fase ultima dell’Ottocento.

Napoli, comunque, come Regno di Napoli ma anche come Regno delle Due Sicilie. All’interno di questa geografia gli Italo – Albanesi hanno giocato un ruolo significativo che tuttora ha una sua valenza istituzionale se si pensa agli assetti territoriali sia letterari che linguistici. Le minoranze linguistiche hanno dato un contributo proprio nella capacità di un dialogo tra eredità e appartenenza. Scrittori come Girolamo De Rada è riuscito a far dialogare la storia del Regno di Napoli con l’Albania.

Se l’Unità d’Italia è stata realizzata anche con il contributo delle minoranze linguistiche non possiamo neppure dimenticare che l’azione popolare di un Risorgimento incompiuto che passa attraverso le Insorgenze e Francesco II e Maria Sofia annovera personalità proveniente anche da quelle culture minoritarie. Ciò che Giordano Bruno Guerri chiama “guerra civile” del Risorgimento vive dentro quei processi etnici che sono incontro e scontro di processi storici.

Il vocabolario di Francesco II è un vocabolario che ha presenze antropologiche precise. Vive dentro il popolo. Infatti si potrebbe dire che la sua lingua abita il popolo. Come il vocabolario di Cavour tutto rivolto a francesismi di una Italia che non può assimilarsi con neppure a quella di Maria Sofia.

Il Risorgimento non ha definito il rapporto tra etnie e storia. Forse lo ha maggiormente accentuato. L’unità della lingua esiste ma esistono anche le lingue che provengono sia dalla storia sia da tradizioni ben presenti su tutto il territorio nazionale.

Ognuno di noi ha una storia. E non può esistere una storia condivisa. Possono esistere valori condivisibili. Ma la storia è nella tradizione di civiltà che si manifestano sia come processi culturali che come tracciati esistenziali.

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