ALUNNI DELL’ALBERGHIERO DI TAVERNA RICORDANO MAUTHAUSEN.

 Promuovere un’attività didattica aperta al territorio e alle diverse agenzie educative che vi operano: è in questa direzione che Maria Bordino, dirigente dell’Istituto Superiore Maresca, intende sinergicamente operare per creare una scuola che sia opportunità di crescita e luogo aperto al dialogo. In questa direzione, alunne e alunni della sezione Alberghiero di Taverna hanno incontrato Nunzio Di Francesco (in foto, con una rappresentanza dell’Alberghiero), combattente per la libertà contro l’oppressione nazifascista, partigiano in Piemonte, sopravvissuto al lager nazista di Mauthausen, in Alta Austria. 

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L’incontro, avvenuto in occasione della giornata della memoria e organizzato dall’assessorato alla cultura del comune di Taverna, ha visto partecipi i ragazzi di quarto e quinto anno, accompagnati dai professori Vito Sanzo, Anna Rotundo e Bruno Rocca. Nei giorni precedenti l’incontro, una attenta riflessione guidata da Sanzo ha preparato i ragazzi coinvolti in un dibattito partecipe e interessato, che li ha portati ad approfondire la tragica realtà di Mauthausen, campo di sterminio per persone di paesi che la Germania nazista occupò durante la seconda guerra mondiale. In totale si stima che il numero di prigionieri che ivi transitarono sia stato di 335.000, molti dei quali vennero impegnati nel lavoro alle cave di pietra. Tali cave divennero tristemente famose come gli scalini della morte: i prigionieri infatti dovevano trasportare grossi blocchi di pietra - molto spesso pesanti fino a 50 chilogrammi - lungo i 186 scalini della cava, uno dietro l'altro.
Il dottore del campo – ha ricordato il sopravvissuto Di Francesco nel corso dell’incontro- usava eliminare i prigionieri con iniezioni a base di benzina o derivati. Altre volte, d'inverno, con temperature di -10 °C ed oltre, i prigionieri venivano lasciati nudi, all'aperto e di notte, dopo essere stati bagnati con le pompe dell'acqua. La mattina ne restavano pochi in vita. Se Dachau era inteso come campo di internamento, Mauthausen era quindi visto dai nazisti come un vero e proprio campo di sterminio e pertanto gli internati potevano avere ai loro occhi solo il privilegio di vivere qualche mese in più, fino a che servivano nelle cave di pietra. Poi, in base a precisi programmi, venivano eliminati e sostituiti da altri in condizioni fisiche migliori. –
Alla domanda su cosa lo abbia sorretto in quei terribili giorni, Di Francesco ha risposto ricordano la forza della fede che mai lo abbandonò.
Gli alunni hanno poi chiesto come sia possibile, dinanzi all’evidenza di questi orrori, che qualcuno parli di “negazionismo”, domanda alla quale il sopravvissuto ha risposto indicando la meschinità del denaro guadagnato grazie alla vendita di questi libri infami e passibili di denunce.
Antonio Cosentino, di quinto anno, ha condotto l’attenzione sulla demolizione psicologica operata dai tedeschi sulle loro vittime e la prof.ssa Anna Rotundo è intervenuta sia per ringraziare Di Francesco per essersi soffermato nel ricordo delle donne sacrificatesi nella resistenza ( quali Eugenia Corsaro, Graziella Giuffrida, Beatrice Benincasa, Nilde Jotti, Rosina Anselmi), sia per ricordare la grande figura di Tullia Zevi, ebrea, scomparsa pochi giorni fa.
Proprio la Zevi ricordava sempre quanto fossero importanti questi momenti di riflessione con i giovani, come monito alle nuove generazioni per non commettere gli stessi errori nel futuro. Il germe dell’odio e dell’intolleranza, infatti, cova nell’ignoranza e nell’oscurantismo e per questo davvero crediamo che mai sarà sufficiente fermarsi a considerare “Se questo è un uomo”.

Anna Rotundo

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